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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Internet e in generale gli strumenti digitali sono mezzi potenti per massimizzare la rilevanza economica, culturale e democratica di scuola, università e ricerca. È, quindi, nell’interesse generale capire in che modo sfruttare la rivoluzione digitale per portare la conoscenza a chi ne è ancora escluso, per declinarla in modo da venire incontro alle specifiche esigenze dei singoli, per rendere più trasparenti le attività delle istituzioni, per rendere immediatamente accessibili a cittadini e imprese i risultati della ricerca e della didattica pubblica, per avviare un dialogo tra mondo della ricerca e la società su temi di interesse pubblico e per molto altro ancora. Superando sia gli entusiasmi acritici (e spesso interessati) di chi vede nel digitale la panacea per tutti i problemi dell’istruzione italiana, sia gli scetticismi anch’essi acritici (e anche loro spesso interessati) di chi rifiuta aprioristicamente l’idea che il digitale, se correttamente dispiegato, possa risultare un valido alleato di insegnanti, ricercatori e, soprattutto, studenti. In questo senso, sono tre i pilastri di un’azione di governo che voglia a prendere a cuore l’interesse generale nell’età della rete.

L’apertura: internet per la prima volta nella storia rende potenzialmente possibile accedere a costo nullo e con minima fatica non solo ai risultati prodotti dalla ricerca (pubblicazioni, dati, software), ma anche materiali didattici di tutti i tipi (slide, appunti, libri, video, audio). È quindi prioritario – nonché in linea con le direttrici espresse da Commissione Europea e dai G8 – garantire l’open access, ovvero, l’accesso gratuito online a tutti i risultati della ricerca finanziata con fondi pubblici. Analogamente, scuole e università devono essere incoraggiate a produrre e pubblicare materiali didattici aperti (open educational resources), destinati non solo ai propri studenti, ma anche al tutta la cittadinanza e ai lavoratori, in modo da favorire l’auto-apprendimento e l’auto-aggiornamento (in attesa di un serio programma di istruzione permanente degli adulti, in Italia ancora clamorosamente assente).
La sperimentazione: ormai vent’anni di studi dimostrano che il digitale può essere di aiuto in classe, ma solo a certe condizioni, che variano da paese e paese, se non da classe a classe. Non basta, insomma, paracadutare tablet sulle scuole per migliorare la qualità dell’istruzione che ricevano bambini e ragazzi. È quindi importante creare le condizioni, normative, economiche e tecnologiche, affinché i docenti possano sperimentare per capirese e come usare gli strumenti digitali che mano a mano vengono proposti dalla rivoluzione digitale. Solo questa è la strada per una scuola 2.0 con i piedi per terra, evitando sia scorciatoie, sia luddismi.

La difesa dell’istruzione come interazione tra persone che condividono lo stesso spazio e lo stesso tempo. Interazione tra docente e studenti, naturalmente, ma anche tra docenti e docenti, e tra studenti e studenti. Tale interazione in presenza fisica può naturalmente venire estesa e arricchita da interazioni online (vedere i precedenti due pilastri), ma mai sostituita. L’educazione, infatti, è fondata su rapporti umani: solo così è possibile tirare fuori il meglio da ogni studente e, soprattutto, solo così è sperabile far andare avanti gli studenti più a rischio, quelli che per motivi famigliari o sociali non hanno la disciplina interiore e le motivazioni per procedere unicamente con forze proprie. In questi anni una retorica con enormi mezzi alle spalle sta invece cercando di imporre l’idea che uno schermo possa sostituire il rapporto personale col docente (e con gli altri studenti). Si tratta di iniziative imprenditoriali che hanno il preciso obiettivo di aprire al capitale privato almeno parte dell’enorme mercato dell’istruzione, finora in larga parte sottratto al mercato. Per riuscirci, però, devono riuscire a convincere la pubblica opinione che uno schermo è meglio di un’aula. La corretta risposta a questa offensiva è incoraggiare scuole e atenei ad aprirsi (primo pilastro) e a sperimentare (secondo pilastro), ma sempre difendendo la centralità della scuola e dell’università come spazio fisico nel quale persone creano relazioni avendo come guida l’amore della conoscenza. E a chi obietta che è meglio guardare una lezione universitaria su YouTube piuttosto che seguire una lezione in un cinema con altri 500 studenti, rispondere che vanno urgentemente eliminate le lezioni-massa, non abolite le lezioni tout court.

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