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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Nel nostro Paese, in particolare, pur essendo molto bassa la spesa privata, deve aumentare prima di tutto la spesa pubblica perché è improbabile che le nostre imprese nel breve-medio periodo possano colmare il gap che le separa dai competitori diretti. Del resto non è una novità. Le grandi imprese dotate di laboratori industriali sono sempre state poche nel nostro Paese e quelle piccole non raggiungono la massa critica per investimenti efficaci in ricerca e sviluppo: è il pubblico che deve guidare, qui più che altrove.

Alla ricerca nel nostro Paese contribuiscono, oltre ai dipartimenti universitari, gli enti pubblici di ricerca, che certo non sono stati risparmiati dal massacro degli ultimi anni. Il culmine si è raggiunto quando con la spending review del governo Monti hanno deciso di tagliare I fondi all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare perché spendeva troppo per l’energia elettrica. Come se le spese per un acceleratore di particelle possano essere considerate uno spreco di energia. Negli ultimi anni il personale stabile si è ridotto oltre ogni ragionevole soglia di sostenibilità. A fronte di circa 18.000 dipendenti ci sono oltre 12.000 precari. Molti dei quali hanno già superato concorsi su concorsi, ma senza affrancarsi da quella condizione.

Vi sono dati poco noti, e leggende metropolitane dure a morire: tra le più ripetute in questi ultimi anni è che i nostri ricercatori sono poco capaci di attrarre finanziamenti dall’estero. I dati sui finanziamenti europei ottenuti dai ricercatori italiani smentiscono categoricamente questa conclusione per quello che riguarda il settore della ricerca. Combinando i dati sui finanziamenti con i dati sul Pil con i dati sul numero di ricercatori derivati dall’Ufficio Europeo di Statistica, l’Eurostat, che considera l’Italia fra i paesi dove i ricercatori sono maggiormente esigui, ricava che l’Italia è al secondo posto in Europa dopo l’Olanda per capacità di attirare i finanziamenti europei in rapporto al numero di ricercatori operanti nel Paese e nella stessa posizione se si considerano i finanziamenti in rapporto al Pil. Ne deriva che se l’Italia in assoluto non riceve molto ritorno in termini di progetti europei finanziati, questo è interamente dovuto all’esiguità del numero di ricercatori, in netta antitesi con quanto spesso affermato erroneamente, e che invece proprio un incremento dei fondi statali e la cancellazione delle limitazioni al turn-over e ai concorsi, potenzierebbe la ricerca rendendola maggiormente competitiva a livello europeo e internazionale, attraendo conseguentemente maggiori finanziamenti e innescando una spirale virtuosa.

Gli enti di ricerca ormai non hanno risorse per fare ricerca riuscendo a pagare il personale solo attraverso la loro capacità di autofinanziamento. Gli enti pubblici di ricerca sono poi stranamente sorvegliati da più ministeri, senza alcun coordinamento tra di loro. Oppure che ogni tanto la politica spedisce qualche esponente in cerca di collocazione senza alcuna esperienza di tipo scientifico a presiedere un ente di ricerca. Oppure capita che si mandi un “commissario” e che questo rimanga anni e anni mentre intanto ci si dimentica con quale obiettivo era stato inviato. Insomma normali presupposti di democrazia e autogoverno da parte della comunità scientifica, non a caso sanciti costituzionalmente, sono ormai merce rara.

È solo con un’idea diversa dello sviluppo, che faccia della sostenibilità sociale e ambientale il proprio punto di riferimento, che la conoscenza, in tutte le sue articolazioni, può davvero riacquistare centralità. Perché conoscenza vuol dire ricominciare a pensare nei tempi lunghi.

 

Il paese digitale

La rivoluzione digitale sta cambiando vite personali, industrie, istituzioni, cultura, pubblica amministrazione, memoria, politica. È stato uno dei fattori abilitanti sia della globalizzazione, sia di movimenti civili in tutto il mondo. Ha reso possibile forme nuove di collaborazione non di mercato e allo stesso tempo ha creato i nuovi giganti del capitalismo digitale. Ha dato all’individuo un potere comunicativo senza precedenti e allo stesso tempo ha reso possibili forme di sorveglianza di massa anch’esse senza precedenti. Sta rendendo più trasparenti molti governi, ma molto meno di quanto abbia reso i cittadini trasparenti verso i governi. Ha permesso a molti di innovare e creare occupazione e ricchezza, ma allo stesso tempo ha reso possibile sfruttare moltitudini svantaggiate pronte a vendersi a qualsiasi prezzo. Ha rafforzato diritti antichi, come la libertà di espressione, ma sta anche chiedendo con forza la definizione di nuovi diritti, come il diritto di accesso alla Rete o una Internet Bill of Rights che tuteli principi fondanti come la neutralità della rete o l’accesso alla conoscenza.

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