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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

È chiaro che non tutti i dottori di ricerca potranno diventare ricercatori, così come è chiaro che un dottore di ricerca che va a lavorare nella pubblica amministrazione o in aziende private può portare preziose competenze e la possibilità di mettere in connessione il mondo della ricerca con l’industria, gli enti locali, la macchina amministrativa, portando innovazione ed eccellenza. L’Italia è l’unico paese evoluto dove non si tiene in dovuto conto il titolo di dottore di ricerca: deve avere più visibilità e poter essere speso dovunque, deve dare punteggio per l’accesso ai ruoli di responsabilità nel pubblico e opportunità nel privato.

Il sistema universitario italiano deve tornare a dotarsi, dopo la follia burocratica della riforma Gelmini, di una vera autonomia concertata. Perno di questa nuova autonomia deve essere una valutazione responsabile, che abbia come obiettivo il progressivo innalzamento del livello medio di qualità del sistema. È necessario salvaguardare l’autonomia organizzativa e finanziaria degli atenei assegnando al Miur un ruolo di programmazione delle politiche generali, al Mef di controllo finanziario, all’Anvur una funzione terza di valutazione di sistema. L’autonomia in assenza di un sistema stabile e strutturato di valutazione rischia di estremizzare la deresponsabilizzazione e la frammentazione del nostro sistema universitario.

Il ruolo dell’università è vitale. Il superamento dei suoi vizi e dei suoi limiti ha senso se avviene in un rilancio e una ridefinizione della sua missione, che è quella di tenere insieme sapere, sviluppo e democrazia. Questa discussione è clamorosamente mancata. La valutazione è diventata l’unica politica visibile sull’Università. Ma valutare per cosa? Si ritiene che in Italia gli iscritti all’Università siano tanti o pochi? La cosiddetta “terza missione”, che è quella che dovrebbe affiancare le attività di ricerca e di didattica, non può essere appiattita sui rapporti con le imprese, ma deve vedere il coinvolgimento delle Università nei progetti per la sostenibilità ambientale e sociale del territorio, per aprirsi ai bisogni di formazione permanente dei lavoratori e della popolazione, per essere presidio di spirito critico e di democrazia nei processi di trasformazione. E anche su questo, soprattutto su questo, deve essere valutata, per aiutarla a crescere, e non per giustificare sulla base di discutibili presupposti iperdisciplinari la sua povertà ormai insostenibile. La valutazione senza missione schiaccia l’Università sul presente. I fatti che valuta sono quelli che misurano la rispondenza ai dettami di un efficientismo senza futuro ma che è ancora in grado di dettare condizioni al mondo del sapere e della conoscenza. Per noi, al contrario, il fine della valutazione deve essere individuare le criticità del sistema per migliorarlo, non completarne lo smantellamento certificandolo con un bollino di qualità.

 

Ricerca e sviluppo, investimenti nel futuro

La ricerca è un investimento che dà i suoi frutti in tempi lunghi e le più importanti applicazioni della ricerca sono semplicemente non prevedibili quando una ricerca comincia. Per questo deve essere necessariamente un investimento dello stato. Nessun privato può permettersi di fare un investimento ad alto rischio che richiede una scala di tempo di ritorno che può essere molto più lunga di qualsiasi intervallo temporale accettabile da un singolo individuo. Solo lo Stato può investire in ricerca di base, o meglio in ricerca libera, perché il progresso scientifico e culturale viene solo dalla ricerca libera, e perché se oggi possiamo fare trasferimento tecnologico grazie alle applicazioni di ricerche nate due o tre decenni fa, tra qualche anno non avremo più niente da trasferire, e non saremo capaci di fare innovazione, se non ricominciamo a investire anche sulla ricerca libera. Scienza e tecnologia nascono l’una dall’altra.

Le nuove potenze scientifiche emergenti – come la Cina, l’India, il Brasile – stanno cercando di creare, accanto a un forte comparto di ricerca applicata e di sviluppo tecnologico finanziato soprattutto da imprese straniere, un rilevante settore di ricerca accademica.

Tant’è che tutti gli stati a economia matura e, da vent’anni anche quelli ad economia emergente, investono anche in ricerca di base per promuovere lo sviluppo economico attraverso l’innovazione tecnologica. Tutti tranne l’Italia, unico paese che si ostina a perseguire uno sviluppo senza “ricerca e sviluppo”.

Se fino alla fine degli anni Ottanta ancora quel sistema poteva reggere l’irruzione della globalizzazione e contestualmente la stabilità monetaria hanno fatto venire meno alcune delle condizioni di fondo su cui si basava la nostra capacità competitiva. L’Italia non ha reagito in alcun modo al mutamento delle condizioni strutturali dei mercati internazionali restando ancorata al suo modello di sviluppo. Un modello che ha già perso la sfida.

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