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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Serve per prima cosa una legge nazionale sul diritto allo studio che stabilisca i livelli essenziali delle prestazioni erogate dalle Regioni e in particolare l’entità minima garantita delle borse di studio. Bisogna garantire a tutti gli aventi diritto la borsa mettendo fine all’assurdità tutta italiana degli “idonei non beneficiari”.

La mobilità degli studenti è essenziale, e per questo si deve realizzare una convenzione tra università e trasporti sia urbani che extraurbani, immaginando in prospettiva un piano nazionale per la mobilità degli studenti. E servono soprattutto gli alloggi. Si deve mettere in campo un piano pluriennale di finanziamento straordinario per l’edilizia universitaria, che sostenga la realizzazione, tramite il recupero di determinate aree urbane, di nuove case dello studente e di alloggi pubblici a canone concordato. Servono inoltre contributi pubblici per gli affitti, sul modello francese, e iniziative, come lo sportello casa gestito da Università e Comune, in grado di favorire la lotta al sommerso.

L’Europa degli studenti è la migliore garanzia perché il futuro del nostro dei nostri Paesi sia meglio di questo presente. Un mondo flessibile, non precario, questo è quello di cui necessitano i giovani che, terminati gli studi, si affacciano al mondo della ricerca. Il dottorato di ricerca non può essere svolto senza borsa, perché è utile alla società quanto al dottorando. Ci vuole un percorso unico, e definito, per la transizione dal dottorato alla ricerca. Il periodo di post-doc deve essere regolato da contratti che siano di dipendente a tempo determinato e non può durare più di tre-quattro anni. Il dottorato di ricerca deve essere condizione necessaria per diventare ricercatore, e tra il post-doc e l’immissione in ruolo altro non può esserci altro che un contratto da ricercatore con tenure-track. Se il periodo di prova è valutato positivamente, il ricercatore ha il diritto di vedere trasformata la tenure-track in posto di ruolo. Sulla carta questo sarebbe previsto ma nella sostanza oggi nelle università non si assume nessuno e si licenziano i precari.

L’obiettivo deve essere un sistema didattico che consenta di aumentare il numero di laureati nel nostro paese. Da un totale di docenti e ricercatori di circa 60.000 unità nel 2008, si è scesi agli attuali 56.000 e le proiezioni indicano che scenderanno ulteriormente a 44.000 nel 2018. I precari sono circa 50.000. Questo sistema è contro gli studenti, oltre che contro docenti e ricercatori.

Sostenere la ricerca tutta significa anche permettere alla comunità scientifica di esprimere al meglio i propri talenti, significa che saremo capaci di attrarre ricercatori dall’estero e di far rientrare studiosi italiani emigrati: solo così l’Italia sarà in grado di migliorare la propria competitività in campo internazionale.

Il sistema attuale dimostra che i concorsi non sempre premiano i più meritevoli, anzi sono il miglior modo per consentire a chi decide l’immissione in ruolo (i membri delle commissioni) di poter scegliere il vincitore senza averne responsabilità alcuna. Per sconfiggere nepotismo, le clientele, i favoritismi è necessario e sufficiente legare la carriera, i fondi di ricerca, e lo stipendio di chi assume la decisione non solo con il suo rendimento, ma anche con il rendimento della persona scelta. In una parola, chi assume sarà valutato anche in base al rendimento di chi è stato assunto, e le strutture avranno più posti in futuro se chi è stato assunto in passato ha una buona valutazione. Serve una nuova etica della comunità scientifica è ciò si ottiene rendendo le scelte responsabili.

L’età media di ricercatori e docenti in Italia è tra le più alte al mondo. E non è solo un problema anagrafico: il sistema non premia la creatività dei giovani, ma la loro fedeltà ad anziani potenti, che hanno in mano le redini degli organismi decisionali. È necessario immettere nel mondo della ricerca, e sottrarre al mondo del precariato i giovani più bravi e creativi, prevedere la mobilità di alcune nuove posizioni, così che i nuovi ricercatori possano scegliere la struttura dove portare avanti la loro ricerca e favorire la loro transizione verso l’indipendenza. Per prima cosa bisogna riprendere il reclutamento, renderlo ciclico e accompagnarlo da un piano straordinario che restituisca a due generazioni di ricercatori le opportunità che sono state loro scippate.

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