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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

La legge italiana prevede che, se in classe c’è uno studente diversamente abile, non si possano avere più di 20 alunni in classe. Ma se la famiglia non la conosce e non minaccia il dirigente scolastico di rivolgersi ad avvocati, è disattesa. Per giudicare l’efficienza del sistema scolastico ci si affida alle crocette dei famigerati Test Invalsi, da cui gli studenti diversamente abili sono esclusi. Per paura che rovinino la media nazionale si finge che non esistano. E dire che prima del 2008 eravamo studiati in tutto il mondo per quello che facevamo a scuola con questi ragazzi. Eravamo non solo un esempio di civiltà, ma di contenimento economico dei costi: perché è provato che investire nella loro inclusione scolastica è un vantaggio anche economico.

Sono circa 204.000 i diversamente abili nella scuola italiana, il 4% del totale degli studenti. Uno su cinque (il 19,8%) ha un handicap grave e ha bisogno di essere aiutato nel mangiare o per spostarsi e andare in bagno. Il 7,8% non riesce a fare nessuna di queste tre cose. Alunni che richiedono un’assistenza costante e la scuola, sfigurata dai tagli al bilancio e al personale, non riesce più a darla: si è ridotto il numero delle ore di sostegno e dalle 22 settimanali previste si arriva alla metà. Quando non c’è il docente di sostegno, spesso il bambino è lasciato in solitudine nella classe. Le amministrazioni locali più virtuose affidano i diversamente abili a educatori di cooperative sociali senza preparazione specifica. A 6 euro l’ora, promuovendo per primi una forma di aziendalizzazione della scuola al ribasso. Una giusta premura che diventa un errore. Alla protesta delle mamme degli alunni disabili non si è unità l’indignazione e la solidarietà di altre madri, famiglie, istituzioni. Ognuno pensa ai propri figli, e così i figli di tutti ci rimettono. È necessario che la politica si occupi al più presto dell’integrazione scolastica degli studenti diversamente abili. In Europa non mancano esempi di metodologie efficaci che vanno dall’insegnamento all’apprendimento cooperativo alla formazione di gruppi eterogenei e buone prassi didattiche per ristrutturare il processo di apprendimento. L’Italia, tra i primi paesi ad aver attuato l’integrazione degli alunni disabili in classi regolari, non può oggi tornare indietro.

 

L’università che a poco a poco sparisce

Il movimento studentesco dell’Onda contestava la Legge Gelmini perché «finalizzata a legittimare i tagli al sistema universitario e a ridurre gli spazi di democrazia e partecipazione». Chi pensa che gli studenti siano ingenui dia uno sguardo nel 2013 all’università italiana. La spesa cumulativa per studente universitario è inferiore alla media Ocse e ci vede sedicesimi su 25 nazioni considerate; il corpo docente dell’università è diminuito del 22% negli ultimi dieci anni, e i corsi della medesima percentuale. Gli iscritti al primo anno delle nostre università sono diminuiti del 17% in dieci anni e si sono ridotti a 280.144 nel 2012. In compenso le tasse di iscrizione sono aumentate in media del 50%, passando da 632 a 948 euro per anno e diventando tra le più alte in Europa. Da ultimo, stabili da alcuni anni, abbiamo solo il 21% di laureati nella fascia 25-34 anni, occupando il 34° posto su 37 nazioni. Nel resto del mondo, invece, aumentano: in Corea del Sud hanno raggiunto il 64% nel 2011. Erano il 37% nell’anno 2000 e meno del 10% nel 1980. In Giappone sono il 59%, in Canada e in Russia sono il 57%, in Gran Bretagna il 47%, in Francia il 43%.

Crisi, finanziaria, crisi di immatricolazioni, crisi di senso e di autorevolezza dovrebbero rappresentare motivi di allarme nella politica e nell’opinione pubblica ma non è così. Non deve sorprendere che di fronte a questi dati molti opinionisti piuttosto che denunciarne la gravità per un Paese come l’Italia abbiano invece evidenziato come un problema la cosiddetta overeducation. Noi dobbiamo andare nella direzione opposta. Crediamo il nostro paese possa e debba aumentare il numero degli iscritti ma soprattutto dei laureati e che ciò sia possibile migliorando la qualità della nostra offerta universitaria e le opportunità per i nostri studenti.

Spesso quando si parla di università si parla soprattutto di spartizione di risorse, di cattedre e di carriere dei docenti. Anche qui è necessaria una rivoluzione copernicana: le università esistono perché ci sono gli studenti, e il loro primo obiettivo deve essere quello di formare i giovani, prepararli al futuro, metterli in grado di esprimere le loro potenzialità, e quindi di contribuire, da adulti, al progresso culturale, civile, ed economico del Paese. Per questo non possono esserci università di serie A (“research universities”) e di serie B (“teaching universities”), ma è necessario che tutte le università producano ricerca di buona qualità, condizione necessaria per fare didattica di buona qualità e che sia sempre aggiornata.

La costruzione di un vero welfare studentesco va immaginata come un sistema integrato di strumenti diversi per rispondere a esigenze diverse. Da un lato, per livellare le differenze socioeconomiche di partenza e garantire a tutti l’accesso alla formazione, va difeso il sistema di diritto allo studio legato al reddito familiare, fatto di borse, mense, alloggi, e ne va rivendicato il potenziamento. Dall’altro, per promuovere l’autonomia dalla famiglia, la libertà di autodeterminare i propri percorsi di vita e l’accesso alla cultura nel senso più ampio, servono strumenti universali come il reddito di formazione, composto sia da erogazioni monetarie dirette, sia da servizi e gratuità.

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