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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Ne derivano due chiare priorità programmatorie: portare in tutta Italia la presenza di scuole dell’infanzia ai livelli previsti dalla Ue, perché è nella scuola dell’infanzia che si cominciano a contrastare i dislivelli dovuti ai diversi contesti famigliari, e implementare ovunque la formazione permanente, sia a livello professionale, che per contrastare l’analfabetismo di ritorno, tanto più forte dove mancano occasioni per lo sviluppo culturale della popolazione. E portare ovunque il tempo pieno, che non è il semplice prolungamento dell’orario scolastico, ma è una scuola capace di valorizzare le diverse capacità dei bambini e dei ragazzi. Perché è proprio la precoce gerarchizzazione delle intelligenze che si prolunga nel tempo a far perdere di valore all’istruzione tecnico professionale rispetto a quella umanistica e scientifica, e a svuotare di valore culturale il lavoro artigiano, l’intelligenza delle mani. Compito dell’istruzione non è solo quello di fungere da ascensore sociale, ma è anche quello di valorizzare l’intelligenza e il sapere che c’è nel lavoro di tutti. Altrimenti è inutile poi lamentarsi della fuga dei giovani dal lavoro artigiano e dal lavoro operaio.

Per far questo c’è bisogno dell’autonomia scolastica. Ma è proprio l’autonomia che oggi è a rischio. Nella scuola continuano a diminuire gli insegnanti, mentre il numero degli alunni aumenta. Avevamo calcolato il risparmio degli insegnanti sulla base del calo demografico degli italiani. E ora le scuole si popolano di tanti nuovi alunni di tanti colori e di tante lingue diverse. Che richiedono nuove attenzioni, un nuovo modo di insegnare, di portare nella scuola la musica, la danza, le arti, i linguaggi che prima di ogni altro possono essere condivisi da bambini di lingue diverse e che farebbero tanto bene anche ai bambini e ai ragazzi italiani. Nei fatti cresceranno le classi pollaio quando ci sarebbe bisogno di strategie di accoglienza mirate e personalizzate.

La nostra società diventerà sempre più interetnica e interculturale. La scuola anticipa questo processo. E nonostante i tagli lo sta facendo bene. Con la fantasia, l’intelligenza, l’eroismo di tante maestre che hanno affrontato il problema di come formare i nuovi italiani. Tessendo legami con il territorio, con il volontariato, con tanti giovani artisti. Potendo contare a volte sul sostegno, sempre più difficile, date le difficoltà di bilancio, dei Comuni. E senza poter dire ai propri bambini e ai propri ragazzi che la cittadinanza che acquisiscono nelle aule diventerà cittadinanza anche nella loro vita futura.

Però, il crescere del rapporto fra docenti e discenti rischia di mettere a rischio proprio quella stessa autonomia: che doveva essere non la scuola azienda, ma la scuola comunità educativa, capace di costruire i propri programmi e le proprie metodologie didattiche sulla base dei concreti contesti territoriali in cui operava, che sapeva partire dalle facce, dai bisogni e dai desideri di chi popolava le sue aule. Cosa difficile quando gran parte degli insegnanti sono precari. Il precariato, qui e in tutti gli altri posti, è il contrario della flessibilità, se per flessibilità si intende la capacità di costruire la propria offerta didattica in vista della diversità di quelli a cui ci si rivolge, del mutare del contesto e delle tecnologie disponibili, e del successo formativo dei giovani cittadini che frequentano la scuola. Per coniugare uguaglianza e diversità. Ci vuole un progetto organizzativo che si costruisce nel tempo. Ci vogliono gruppi d’insegnanti e di personale tecnico e amministrativo affiatati e coesi. Ci vuole stabilità: solo la scuola dei programmi ministeriali e del registro di classe può servirsi dei precari. Solo le organizzazioni rigide e povere possono servirsi del lavoro usa e getta. La battaglia contro il precariato, nella scuola e oltre, non è solo lavoristica. Ha anche una dimensione culturale e sociale che va oltre i più che legittimi interessi dei giovani alla stabilizzazione: è la condizione di una scuola più dinamica, più accogliente, più aperta.

Pertanto è indispensabile valorizzare l’autonomia didattica, organizzativa, di ricerca e sperimentazione: la scuola va considerata luogo di confronto e innovazione nel campo dell’insegnamento e apprendimento. Altrettanto importante è ripristinare e incrementare il fondo a sostegno dell’autonomia: se è positivo che i genitori concorrano e partecipino alle attività della scuola, è inaccettabile e viola i principi della gratuità e dell’uguaglianza delle opportunità che i contributi economici dei genitori diventino pressoché obbligatori per il funzionamento normale della scuola. E tutto questo mentre, a fronte dei tagli alla scuola pubblica, aumentavano negli stessi anni i finanziamenti alla scuola privata. È indispensabile definire uno standard nazionale dell’istruzione e garantire adeguati livelli di qualità omogenei sul territorio nazionale.

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