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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Uno sviluppo sobrio, rispettoso dell’ambiente e delle persone, si fa sul territorio, vive nella pratica delle amministrazioni e delle comunità. Ed è democratico e gradualista, perché tiene insieme il popolo e lascia da parte il giacobinismo. Perché vive dell’intelligenza diffusa e della partecipazione consapevole dei cittadini. È concreto, perché non è subalterno, perché esplora le possibilità invece di arrendersi alla necessità. Sollecita la partecipazione e mette in atto nuove modalità di democrazia deliberativa. Parte dalle facce, dai bisogni e dai sogni delle persone, dai loro desideri e, a partire da lì, pensa la politica economica. In quest’ordine e in questa direzione.

La politica esiste se è un mezzo per diffondere il potere e non per requisirlo, se fa crescere le capacità diffuse di autogoverno, valorizzando l’autonomia locale e le piccole e medie comunità di cui questo Paese è soprattutto costituito. Lo Stato nazione regge se si ripensa come nodo tra l’Europa e il mondo e i territori. Se invece abdica banalmente alla propria sovranità resterà prigioniero dell’economia al tempo della crisi che, limitandosi a controllarne il debito, ne decide anche il futuro. La politica è oggi sequestrata da un continuo stato di eccezione, in cui «crisi» significa soltanto «devi obbedire!», senza porsi troppe domande, e agli Stati in bancarotta o in grave difficoltà non resta che adeguarsi, a costo di dover imporre ai propri cittadini riforme e sacrifici intollerabili. È la stessa logica che in Italia ha portato alla soluzione del governo tecnico di Monti prima, ed a quello delle larghe intese adesso: non c’era scelta, si è detto, dopo aver escluso ogni altra alternativa.

Il destino dell’Unione Europea, oggi appeso alle convenienze della politica interna tedesca, riflette in pieno i limiti di questa impostazione: un potere sovranazionale esercita le proprie facoltà ben oltre i limiti della rappresentanza e del debole potere costituente che lo legittimano. Non si devono chiedere sconti, all’Europa. Si devono chiedere prospettive. Che riguardino prima di tutto la scuola e la ricerca, che già Delors proponeva di escludere dal conto del debito. Si deve proseguire nella riduzione del debito e nella razionalizzazione della spesa pubblica, problemi italiani come nessun altro, ma si deve discutere in Europa della possibilità di introdurre in Italia ciò che gli europei hanno già, in termini di diritti e di welfare, perché si possa uscire da una situazione di stasi e di incertezza nella quale siamo confinati da troppo tempo, con il pericolo di non riuscire più a uscirne. Portiamo questa Europa in Italia per mantenere l’Italia in Europa.

Interrogando il proprio passato, l’Unione Europea avrebbe in sé la possibilità di eliminare i vizi originari che ne limitano la legittimità democratica e la costringono in un’integrazione economica incompleta e piegata oggi a inefficaci politiche di austerity. Siamo molto lontani dal sogno del “manifesto di Ventotene”, eppure avremmo ancora bisogno delle intuizioni di chi lo delineò: oltre a ripensare le regole che sovrintendono al bilancio europeo e al funzionamento della BCE, la salvezza del modello democratico e sociale europeo passa per una più compiuta realizzazione di una vera Unione Politica.

Recuperare l’Europa della conoscenza e della cultura – e lo diciamo mentre Atene è costretta a chiudere la propria Università – è il più grande contributo che possiamo dare alla pace nel mondo e allo sviluppo sostenibile.

E insieme ricollocare l’Europa nel mare da cui è nata, il Mediterraneo, che anche per i nostri silenzi e la nostra ignavia, da speranza di democrazia e di sviluppo si è fatto cimitero delle vite e dei sogni di milioni di migranti. Il Partito democratico ha il dovere, in vista delle prossime elezioni europee, di lavorare per un programma unitario della sinistra europea, perché Lampedusa diventi il simbolo di un’Europa che cambia, che riconosce ciò che accade nel mondo, soprattutto quello che le è più prossimo. Non è accettabile che si parli solo di polizia e di respingimenti, di diritti negati e di controlli, quando sono in gioco questioni che riguardano la sopravvivenza, la libertà e la dignità degli esseri umani. Se la sinistra non lo dice, preoccupata di perdere voti, li perde lo stesso. E fa un pessimo servizio.

 

UN PAESE NUOVO

Se crediamo a un profondo cambiamento di direzione delle politiche europee, non possiamo però non assumerci le nostre responsabilità.

La scarsa crescita italiana è impressionante nel confronto con le altre economie sviluppate. Tra tutti i paesi dell’Ocse, l’Italia è l’unica economia ad avere avuto un tasso di crescita del reddito reale medio pro capite negativo nell’ultimo decennio. Il reddito reale medio è cresciuto in tutte le economie sviluppate ed emergenti, in Italia è calato.

Oggi non siamo più poveri del 2007, ma del 1997.

Con un debito pubblico in espansione e un deficit e una produzione industriale che riporta il Paese indietro di quindici anni e una capacità di risparmio delle famiglie italiane che è meno della metà di quella del 1980, non possiamo dare per scontata la nostra posizione nel mondo. Abbiamo perso due decadi depredando il nostro passato. Negli anni Ottanta abbiamo accumulato più debito pubblico che nei trent’anni che li avevano preceduti. Dagli inizi degli anni Duemila, con l’euro e mentre la spesa per interessi crollava, non siamo stati in grado di riformare il Paese. Abbiamo perso un’altra occasione e il risultato è impressionante: negli ultimi anni la produttività del lavoro italiana è calata rispetto a Germania, Francia, Stati Uniti e Giappone, mentre il costo unitario del lavoro cresceva più che in ciascuno di quei paesi.

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