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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Più in generale, il Pd deve assumere e fare fronte alla crisi di quella soggettività maschile, attorno alla quale la società ha fin qui costruito il modello di sviluppo politico, sociale e culturale. E deve in ogni modo favorire la partecipazione delle donne alla vita pubblica, non pretendendo di inquadrarle nella rigidità delle strutture maschili, ma intendendole come portatrici di irriducibile differenza e promotrici di quel cambio di civiltà politica di cui la nostra democrazia affaticata ha estremo bisogno. Mai più senza le donne.

Un cambio di approccio e di sistema per la disabilità

Il sistema italiano di tutela dei diritti delle persone con disabilità è anacronistico e iniquo: si fonda sulla capacità lavorativa che è un concetto astratto se portato fuori dal rapporto fra l’individuo e il singolo posto di lavoro. Lo strumento dell’invalidità civile lascia alla figura medica la definizione di quali strumenti sono quelli adeguati alla persona. L’arbitrarietà è del tutto evidente (come peraltro dimostrato nel fenomeno dei falsi invalidi assunti nei posti di lavori prevalentemente pubblici con le quote di riserva), al pari dell’assenza di protagonismo delle persone con disabilità nella definizione del proprio progetto di vita e degli strumenti necessari alla propria inclusione sociale. La convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità (2006) declina un nuovo approccio e un nuovo sistema fondato sul riconoscimento della discriminazione basata sulla disabilità, e, dato che la nuova norma di diritto internazionale è stata ratificata dal Parlamento italiano (2009), è necessario rifondare il sistema di accesso alle prestazione e benefici.

Siamo agli ultimi posti dell’Unione europea quanto a spesa assistenziale per le persone con disabilità, includendo quindi i Paesi ex cortina di ferro. Vi è poi la cronica incapacità di integrare le politiche (in particolare sociale e sanitario), poiché la domanda di servizi e prestazioni è vincolata al dominio dell’offerta dovuta da consorterie territoriali che privilegiano il rapporto fra pubblica amministrazione ed enti erogatori. Il combinato disposto è il “fai da te” del welfare fondato sul lavoro di cura delle donne madri, compagne, figlie o nuore o delle badanti. Vanno finanziati i fondi politiche sociali e non autosufficienza e vanno garantiti i livelli essenziali di assistenza sociali.

 

 

LA RIVOLUZIONE CULTURALE

Il differenziale di investimenti pubblici in sapere è lo spread più rilevante dell’Italia rispetto non solo all’Europa ma alla grande maggioranza dei Paesi dell’Ocse. In entrambe le graduatorie siamo ultimi o penultimi per la percentuale di spesa pubblica che va alla scuola, all’Università, alla ricerca, alla cultura, e in rapporto al Pil. E negli ultimi vent’anni lo spread è drammaticamente aumentato, proprio mentre tutti si riempivano la bocca con l’economia delle conoscenza, con la centralità del capitale umano e della ricerca e della cultura per la crescita economica. Peccato che in quegli anni il sapere divenisse il principale obiettivo dei tagli ai bilanci pubblici.

Un arretramento condito da retorica efficientista e meritocratica: basta con gli investimenti a pioggia, serietà, lotta agli sprechi, valutazione. Come se parlassimo di un altro Paese. E non di quello che spende meno di tutti, con i più alti tassi dispersione scolastica, con il minor numero di laureati, con un patrimonio culturale a rischio, con l’industria culturale e creativa che ha visto diminuire ogni giorno i finanziamenti, per il taglio congiunto nel bilancio delle Stato e dei trasferimenti agli enti locali. Eppure tutti i dati a nostra diposizione ci dicono che in tutti i Paesi del mondo gli investimenti privati in cultura formazione ricerca non sono mai sostitutivi di quelli pubblici, ma crescono e rallentano in relazione ad essi.

La parola più in voga quando si parla di istruzione è valutazione. Valutare è giusto e sensato. Ma ha senso se chi governa esplicita per che cosa si valuta. Se il fine è far crescere i livelli di istruzione degli italiani e l’investimento in istruzione, a far crescere l’insieme del sistema affrontando e risolvendo i punti di debolezza, oppure se mira a ridurre la spesa, a enfatizzare le eccellenze e abbandonare il resto al suo destino. La parola valutazione ha senso se va insieme alle parole programmazione e alla parola autonomia perché può essere valutato solo chi è messo in grado di scegliere e progettare il proprio percorso.

Per programmare, chi governa dovrebbe trarre profitto dalle indicazioni di sistema che già scaturiscono dalle valutazioni in corso. Ad esempio quelle celeberrime di PISA che analizzano i livelli di apprendimento dei ragazzi nei diversi paesi dell’Ocse. Ne emergono due cose. La prima è che i Paesi che hanno le punte più alte nell’apprendimento sono anche quelli che non lasciano indietro nessuno: l’uguaglianza è in una correlazione positiva con il merito, c’è più merito dove non c’è dispersione. La seconda è che l’Italia è il Paese con il più alto tasso di diseguaglianza: è quello cioè in cui i risultati scolastici dipendono dalla famiglia in cui si nasce, dal territorio in cui si vive, e da tipo di scuola che si frequenta, con differenze drammatiche tra il Centro Nord e il Sud del Paese.

Il Sud è anche la parte del Paese dove il livello di istruzione degli adulti è più basso, ce lo rivela l’indagine Piaac che analizza le competenze alfanumeriche degli adulti in tutti i Paesi dell’Ocse, dove i Comuni investono meno in cultura, dove ci sono meno biblioteche pubbliche, dove più bassi sono gli indici di lettura della popolazione, dove scarsissima è la presenza di asili nido e di scuole dell’infanzia, dove l’edilizia scolastica è più fatiscente.

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