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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Ci vuole poi una nuova disciplina per l’acquisizione della cittadinanza: lo ius soli per i figli dell’immigrazione e abbassamento del periodo di residenza in Italia per l’ottenimento da parte degli immigrati di prima generazione. La legge sull’ottenimento della cittadinanza è figlia di una stagione storica in cui l’Italia, terra di emigrazione, riconosceva un diritto di sangue ai discendenti dei milioni di emigrati italiani in altri continenti e concedeva la possibilità di richiedere la cittadinanza ai non italiani con tempi e modalità complesse e molto lunghe. Già quando fu approvata, nel 1992, appariva vecchia e datata. Oggi questa legge è anacronistica, obsoleta e non risponde più alla realtà sociale in atto. I tempi di acquisizione della cittadinanza da parte della prima generazione sono incerti: oltre ai 10 anni di residenza e la continuità del reddito, le pratiche per la concessione richiedono in media 3/4 anni, diventando una vera e propria corsa ad ostacoli che precarizza e rende difficile l’ottenimento di diritti riconosciuti formalmente ma rinviati nella sostanza. Malgrado questo le naturalizzazioni sono in costante aumento ogni anno rendendo ormai di fatto l’immagine di un Paese multiculturale, multireligioso, composto da storie individuali e collettive differenti e plurali.

La cittadinanza italiana per i figli dell’immigrazione, nati o cresciuti in Italia, è un elemento indispensabile e ormai urgente per offrire pari opportunità sostanziali ai giovani italiani di fatto ma non di diritto. Più di un milione di giovani sono in questa situazione: nascono e crescono in Italia, compiono il loro percorso di vita, educativo, scolastico, affettivo e sociale in Italia ma continuano a essere trattati dal punto di vista giuridico come “appena arrivati”. In questi anni molte sono state le iniziative, le campagne sociali, le proposte di legge presentate in Parlamento. Spesso sono stati i Comuni e le associazioni a richiedere un cambiamento profondo della legislazione in materia a dimostrazione del fatto che la realtà concreta, i territori, le reti sociali vivono di fatto un contesto maturo nel quale il livello di interazione, scambio, convivenza sono naturali ed ovvi nonostante un quadro giuridico che ostacola e irrigidisce il processo.

Perciò si deve introdurre il diritto di voto alle elezioni amministrative. Partecipare alla vita politica e civile del territorio in cui si vive, in cui si pagano le tasse, in cui si usano i servizi e le opportunità significa valorizzare e responsabilizzare le risorse sociali di cui gli immigrati sono portatori. Per le stesse ragioni, si deve dare piena attuazione al diritto costituzionale alla libertà religiosa.

Educazione interculturale, competenze linguistiche, azioni di sostegno ai processi educativi e di istruzione, politiche di rigenerazione urbana e territoriale: le nostre società locali stanno cambiando profondamente i loro connotati fisici, economici e sociali sono in continuo mutamento. Le esperienze di interazione e costruzione di comunità coese, quando ci sono state, sono state avviate dagli enti locali ed in modo spesso affaticato dal taglio delle risorse e dal sostanziale depauperamento del Fondo nazionale per l’Integrazione, che va ripristinato nelle funzioni per il quale è stato previsto.

 

I diritti di tutte e di tutti

Inutile provare a dare definizioni o cercare un momento in cui posizionare l’inizio delle discussioni sui diritti, di qualsiasi diritto, Stefano Rodotà spiega bene come questi siano sempre esistiti e solo le continue mutazioni delle società portano al centro della discussione politica di volta in volta la loro analisi e conseguentemente la necessità della loro “gestione”. La laicità è uno dei principi fondanti del nostro Stato, definito «supremo» dalla Corte Costituzionale. Eppure questo principio “semplice” proprio nel campo dei diritti civili sembra essersi smarrito. I diritti fondamentali sono diventati terreno di lotta, di contrapposizione tra visioni diverse che ne allontanano sempre di più la loro applicazione, mentre alle istituzioni è richiesta equidistanza rispetto a scelte morali o ideologiche.

Diverso è il discorso da affrontare quando si parla di Famiglie Lgbt, ovvero realtà di convivenza stabile per motivi affettivi di persone dello stesso sesso. E diverso, o meglio da approfondire ancora di più, il discorso sulle Famiglie Lgbt in cui sono presenti figli e/o con desiderio di mettere al mondo figli. Considerare che l’amore tra due persone sia un’esperienza fondamentale risulta una condizione essenziale che ciascun Paese europeo, laico e democratico, che garantisce i propri cittadini lottando contro ogni forma di discriminazione.

Nell’ultimo anno sono stati fatti ulteriori passi avanti verso l’uguaglianza dei diritti; nuovi paesi, come Danimarca, Francia e Regno Unito si sono aggiunti a quella lista crescente di paesi che riconoscono i matrimoni egualitari, mentre nel resto del mondo l’elenco si allunga con l’aggiunta di alcuni stati americani e la Nuova Zelanda. L’Italia non deve essere da meno. E il Pd, partito che si considera riformista e progressista, non può esimersi da una battaglia di civiltà.

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