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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

L’Italia è un Paese dalle identità plurali e diversificate. Prendere atto della pluralità della società italiana dal punto di vista culturale, religioso, sociale, di stili di vita, di scelte individuali e collettive significa permettere l’ingresso in una modernità capace di riconoscere la diversità come elemento di ricchezza, di crescita civile e di uguaglianza sostanziale e non soltanto formale. Significa declinare i termini dell’identità nazionale in modo meno banale di quanto non sia successo in questi decenni, nei quali l’italianità di maniera è stata brandita come elemento divisivo tra un “Noi” e un “Loro” che offende e brutalizza la nostra storia culturale, segnata dalla diversità e dalla pluralità dalle sue origini e dall’intreccio continuo tra identità locali e incontro con le culture differenti.

Il mondo dell’immigrazione è composito e differenziato, solo in parte in condizioni di marginalità. Gli immigrati fanno impresa, studiano, investono nell’istruzione dei propri figli, partecipano attivamente alla vita civile e sociale dei territori dove abitano, producono cultura.

Un Paese nel quale stanno crescendo giovani italiani, figli dell’immigrazione, che si sentono appartenenti al luogo in cui vivono senza però venga loro riconosciuto, a livello nazionale, la stessa opportunità data ai loro coetanei. I figli dell’immigrazione, nati in Italia o ricongiunti ai loro genitori, scoprono a 18 anni di essere stranieri. Eppure la loro vita, i loro legami affettivi e sociali, la loro cultura e i loro percorsi educativi e di istruzione sono italiani.

Il 9% del gettito fiscale è assicurato dalle tasse dei lavoratori non italiani. La crisi economica e l’aumento della disoccupazione hanno colpito in questi anni maggiormente i lavoratori non italiani che spesso si sono trovati, in assenza di ammortizzatori sociali per i quali avevano comunque contribuito con il loro lavoro, a entrare in una situazione di precarietà, ricattabilità e fragilità del loro percorso migratorio.

Il carico del governo dei fenomeni di interazione, convivenza e inclusione dei nuovi italiani in questi anni è stato prevalentemente assunto a livello locale dove si sono sperimentati modelli e buone pratiche significative e importanti. Sono stati i comuni italiani, prevalentemente quelli governati dal centro-sinistra, che hanno sperimentato forme innovative di integrazione tra popolazioni autoctone e migranti, hanno investito nei processi educativi, hanno sostenuto e implementato servizi dedicati e politiche pubbliche locali per affrontare e governare un fenomeno che ha cambiato il volto dei nostri territori.

A fronte di un territorio che, a macchia di leopardo, ha sviluppato buone pratiche a livello nazionale non si sono sviluppate, conseguentemente, buone politiche. Al contrario spesso il livello locale ha supplito alla mancanza di risorse nazionali, soprattutto dal 2008 in poi, ha surrogato la mancanza di investimenti o la voluta volontà di rendere inaccogliente e ostica la vita dei non italiani anche quando erano in condizioni di normalità e di inserimento nel tessuto locale da tempo.

È indispensabile una svolta culturale e legislativa che consenta di affrontare un fenomeno ormai strutturale e consolidato fuori dalle logiche della continua emergenza, securitaria e miope, che hanno caratterizzato l’impianto normativo e il dibattito politico negli ultimi anni.

È indispensabile che il ridisegno della politica d’immigrazione e asilo a livello nazionale sia inserita nel quadro europeo, traendo dal contesto comunitario le migliori e più avanzate pratiche e politiche e nello stesso tempo agendo insieme alle altre forze progressiste e al Pse per modificare e avviare una politica europea su nuove basi. L’Unione Europea ha ormai acquisito competenza legislativa in materia di immigrazione ed asilo esercitandola adottando direttive e regolamenti che i Paesi Membri hanno trasposto nel loro ordinamento nazionale. Il contesto, oggi, è cambiato e il Pd deve partecipare alla riflessione avanzata che i partiti progressisti e socialisti in Europa stanno conducendo nei confronti di una politica comune di ingresso e soggiorno e promozione della mobilità, non solo sul piano della “difesa delle frontiere” quanto piuttosto come risposta lungimirante alla più grave crisi economica dal dopoguerra e alla sfida demografica contemporanee. L’Europa, così come l’Italia, è un continente dalle identità plurali non soltanto per la sua storia ma anche grazie alla presenza di popolazioni provenienti da altre parti del mondo. Una politica di immigrazione comune deve ridefinire il contesto europeo come spazio di cooperazione, scambio e relazione, promotore di sviluppo economico e sociale, di processi di democratizzazione e di apertura verso l’esterno.

Un sistema comune di asilo. La politica italiana di asilo, in assenza di una legge organica e di una trasposizione carente della normativa europea, risente di contraddizioni e di una gestione inefficace e emergenziale del fenomeno. Questo è ancora più evidente dalla recente gestione della cosiddetta “emergenza Nord-Africa” in seguito alle rivoluzioni arabe che ha sostanzialmente demandato alle Regioni ed agli Enti locali la presa in carico dei rifugiati dopo una gestione nazionale quanto meno discutibile sul piano delle risorse, dei tempi e delle modalità di intervento. Ci vuole una legge organica sul diritto di asilo e che concorra, all’interno della Ue, a una revisione e aggiornamento della politica comune sul tema.

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