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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Due esempi su tutti: è stato dimostrato che, potenziando le competenze nella funzione acquisti (public procurement), sarebbe possibile recuperare spesa pubblica improduttiva (il classico banale esempio dell’eccessiva variabilità del costo delle siringhe). Si propone dunque di investire in competenze in grado di produrre quei recuperi di efficienza che, oltre a rendere autosostenible lo stesso investimento in nuovo lavoro pubblico, libererebbe risorse per ulteriori investimenti. Siamo poi nel paradosso di lamentare eccessiva scarsità di risorse e, al contempo, utilizziamo meno del 20% dei fondi europei a noi destinati. Anche in questo caso ci sarebbero le condizioni per un investimento in nuove competenze, con un doppio dividendo: nuovo lavoro e nuova occupazione da un lato, maggiori benefici sociali ed economici dall’altro.

Il blocco delle assunzioni da anni in atto è visto come una conditio sine qua non verso il risanamento delle finanze pubbliche. In realtà, il progressivo invecchiamento e disallineamento rispetto allo stato dell’arte della formazione della dotazione di personale rischia di esporre la PA a un’inadeguatezza crescente rispetto alla prossima crisi, o al prossimo cambiamento da cogliere. Per la PA che abbiamo in mente, per una PA di eccellenza, è necessario saper attrarre talenti e professionisti.

Il ruolo dei cittadini e della società civile risulterà determinante. La concezione del cittadino-cliente, come evoluzione (o involuzione) del cittadino-utente, va ribaltata. In tutto il mondo, invece, si va affermando il tema della cittadinanza attiva, del ruolo fondamentale di una società civile organizzata attraverso corpi intermedi fra individuo e stato. La vera innovazione consiste nel declinare il concetto di cittadino-partecipante. Da pochi mesi sono stati pubblicati i risultati del IX Censimento Istat, da cui emerge una significativa crescita del settore non profit ed un arretramento della PA, dimostrando un radicale cambiamento delle modalità di erogazione dei servizi di welfare. Anche in questo caso abbiamo due strade possibili: interpretare le organizzazioni del terzo settore come semplici fornitori e ragionare in chiave di outsourcing, oppure integrare le esperienze e le conoscenze che queste organizzazioni hanno acquisito, anche grazie alla loro vicinanza con i destinatari dei servizi e con i territori in generale. Nel primo caso riproporremmo il meccanismo di mercato, di separazione “contrattuale”; nel secondo caso attueremmo la co-produzione, coinvolgendo la cittadinanza non solo nell’erogazione ma anche nel design e nella gestione delle policies.

 

Enti trasparenti

È noto che la nomina dei rappresentanti nei Consigli di Amministrazione degli Enti partecipati è utilizzato dalla maggior parte delle forze politiche per radicare relazioni clientelari, e non di rado moneta di scambio per addomesticare le conflittualità interne. Un uso insomma ben distante dagli interessi generali della collettività e dalla missione per cui quegli enti sono in essere. Riteniamo indispensabile affiancare ai discorsi sulla meritocrazia e al rifiuto dei “manuali cencelli” una pratica concreta ed effettiva rendendo chiaro a tutti che le persone designate dal nostro partito sono state individuate in base alla loro competenza.

Per questo si propone – analogamente a quanto già suggerito da alcuni iscritti e dirigenti in passato (Entitrasparenti.it) – che si istituisca un codice di “autoregolamentazione” del Pd a proposito delle nomine negli Enti, per cui ogni livello locale del partito sia tenuto a istituire una autorevole commissione tecnica provinciale di valutazione, composta da persone competenti in materia, che provveda a raccogliere le candidature di tutti coloro che ritengono avere i meriti e le conoscenze adeguate; e alla scrematura e relativa formulazione di una rosa di candidati da proporre al Segretario e alla Direzione, effettuando una valutazione sulla base delle conoscenze-competenze acquisite. Chi accetta un incarico a nomina sia interdetto per due anni dallo scadere della stessa dal candidarsi a cariche pubbliche elettive. Così come chi ha fatto parte di assemblee e consigli elettivi o abbia ricoperto ruoli apicali-esecutivi delle istituzioni rappresentative siano interdetti per due anni dalla possibilità di essere nominati in enti partecipati.

Si limiterebbe così la cattiva pratica di approfittare di posizioni di vantaggio per elargire finanziamenti o favori atti alla costruzione di consenso individuale o di fazione, con gli Enti usati come “camera di compensazione” parallela della politica istituzionale, con “staffette” tra incarichi in organi nominati e organi elettivi. Alle persone individuate sarà richiesto di rispondere e rendicontare puntualmente del loro lavoro e l’intero processo sarà reso pubblico, trasparente e comprensibile per tutti i cittadini. Perciò, come proposto da Luca Pastorino, in ogni livello dell’amministrazione il PD si batta nelle istituzioni per l’introduzione dell’“anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati” (già attuale con autoregolamentazione per quanto riguarda i propri eletti e nominati).

 

Corruzione zero

Un Paese a corruzione zero non è una pia illusione e neanche solo un moto dell’animo, ma la linfa vitale dell’ambizioso progetto di chi vuol porre un accento radicale sulle politiche di contrasto a ogni forma di corruzione, proiettando il tema tra le priorità dell’agenda politica del governo della cosa pubblica. La corruzione costituisce nel nostro Paese un fenomeno sistemico, che percorre – inquinandole – la vita pubblica e privata generando un costo divenuto insostenibile, in termini economici, politici ma anche sociali.

I numeri del fenomeno sono noti e – seppur dotati di valore scientifico relativo – fotografano l’ordine di grandezza del problema. È sufficiente citarne due. Secondo le stime della Corte dei Conti, la corruzione costa al nostro Paese circa 60 miliardi di euro l’anno: una tassa occulta che ricade su ogni cittadino per 1.000 euro l’anno. La somma con il costo stimato dell’evasione (intorno ai 120 miliardi) consegna un dato simbolico che è in sé un programma di governo: 180 miliardi di euro l’anno. Ipotizzandone in astratto l’integrale recupero in dieci anni ripianeremmo l’intero debito pubblico del Paese (intorno a 1800 miliardi). L’efficace contrasto alla corruzione e all’evasione, in altri termini, è la più efficace manovra finanziaria che lo Stato possa realizzare.

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