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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Noi crediamo che abbattere la disuguaglianza sia fondamentale per avviare una lotta serrata contro l’inefficienza del sistema. Che redistribuire risorse e opportunità sia l’unico modo perché il nostro Paese torni a funzionare. Lo è ancor di più nell’Italia dei dieci milioni di poveri, delle aziende che chiudono ogni giorno, delle vite precarie delle famiglie e dei giovani senza futuro, dei nuovi soggetti a rischio, dei pensionati a meno di 1000 euro al mese. Rimettere al centro della nostra azione la lotta alla povertà e all’esclusione sociale non è solo il modo migliore per realizzare una società più giusta, ma anche la via per far ripartire la crescita di una nazione bloccata.

Uguaglianza significa lotta alla disoccupazione e aumento dei redditi da lavoro, e dare la possibilità di vivere e di essere attivi a quanti il lavoro l’hanno perso e a chi non lo trova sostenendolo con ammortizzatori sociali degni di questo nome, a cominciare dal reddito minimo garantito, considerato fino a ieri una forzatura e ora finalmente entrato nel dibattito politico italiano, come ci siamo da tempo augurati succedesse. La redistribuzione delle risorse e la lotta per l’occupazione vanno insieme se si attua una politica fiscale che riduca con decisione la tassazione sul lavoro e sulla produzione, colpisca la rendita e promuova la ricchezza reinvestita nello sviluppo: punto essenziale sul quale, negli ultimi mesi, sono state troppe le ambiguità e i passi indietro.

Un percorso che dia dignità alla vita dei lavoratori fin dai loro primi passi, con garanzie progressive e un livello salariale degno di questo nome e di questo mondo. Che valorizzi il merito come fattore relazionale, ci insegna Walter Tocci, come talento che si riceve, che va riconosciuto e premiato e che si condivide, però, con gli altri.

LA VERA CRESCITA

Non possiamo limitarci a spostare i soprammobili senza affrontare le questioni di fondo: è necessario ottenere uno sviluppo industriale che non aumenta solamente la capacità produttiva, ma la trasforma con una politica fiscale selettiva orientata agli investimenti di lungo periodo. La parte migliore del Paese ha bisogno della nostra fiducia per tenere insieme conoscenza e lavoro. L’Italia virtuosa, intrappolata dalle paludi della politica del «si è sempre fatto così», fatica ad affermarsi perché non riceve il sostegno concreto che merita. Un Paese che si identifica nel proprio lavoro ha bisogno di innovazione. Non dimentichiamo che la ripresa, particolarmente timida in Italia, non si potrà misurare con il semplice differenziale positivo sul Pil. Quando la disoccupazione rimane e la diseguaglianza si espande, dobbiamo creare le possibilità per una crescita che aumenti il lavoro insieme ai beni comuni, che riduca l’incredibilmente alto analfabetismo di ritorno e aumenti il consumo di cultura. Solo allora potremo affermare di aver agganciato la ripresa.

Perché conoscenza e lavoro non dovremmo mai separarli, noi del Pd.

Un Paese più uguale e efficiente è quello dove la giustizia (quella di tutti, non quella di uno solo, sempre lo stesso) non diventa giustizia negata a causa della durata insostenibile dei processi. È quello in cui la burocrazia non strozza le imprese quando vogliono crescere e non ne mette a repentaglio l’esistenza, in cui la corruzione non assume proporzioni dilaganti al punto da scoraggiare gli investimenti; in cui è valorizzata la funzione centrale della conoscenza che tiene insieme la filiera del sapere, dalle maestre d’asilo ai premi Nobel.

In Italia scienza e cultura devono accompagnarsi e tenere insieme tradizione e innovazione, che non sono affatto in contrapposizione come si sostiene con grande superficialità, perché è questa la specificità italiana (che dovrebbe valere anche per la politica e la vita pubblica): artigiani, artisti e scienziati insieme da sempre. E invece, negli anni in cui il mondo cresce puntando sull’economia della conoscenza e investe sulla cultura come fattore di sviluppo, in Italia la formazione e la ricerca hanno subito i tagli più duri. Anche a sinistra la priorità del sapere è stata la più predicata e la meno praticata della nostra storia recente.

Se ripensiamo il nostro modello di sviluppo nel promuovere la creazione di nuovo lavoro dobbiamo affrontare anche l’altra crisi, in prospettiva ancora più grave, del disastro ambientale, del consumo dissennato di territorio, del cambiamento climatico fuori controllo. Non sono temi di nicchia, ma urgenze e elementi strategici per il nostro futuro. La sostenibilità può essere insieme fonte di nuovo sviluppo e un mezzo per rimodellare gli stili di vita. L’acqua, la terra, la cultura, il paesaggio sono beni di cui non ci si appropria, sono fattore decisivo di uguaglianza tanto quanto la redistribuzione dei redditi.

E soprattutto uguaglianza vuol dire diritti. Al sapere, alla salute, a un lavoro degno, ai tanti modi diversi di intendere la propria felicità personale, in uno schema laico senza eccezioni. Diritti sociali, diritti civili e culturali vanno insieme se promuoviamo un’uguaglianza basata sulla libertà e sulla dignità della persona.

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