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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

È bene ricordare che il declino del Mezzogiorno non deve essere attribuito all’insorgere della crisi finanziaria internazionale dell’ultimo quinquennio e alla sua propagazione al settore reale dell’economia. Di certo la crisi amplifica il divario non solo tra le regioni meridionali e le aree più dinamiche dell’Europa, quanto anche palesa differenze profonde tra le capacità di reazione alla crisi delle regioni deboli. E quelle meridionali risultano, incontrovertibilmente, tra le meno reattive. Tuttavia la risoluzione di un problema che non è soltanto di priorità politica ma anche di natura culturale necessita elaborazioni graduali nel tempo; il dramma è che il livello di povertà e di crisi del Mezzogiorno è tale da necessitare interventi non solo nel medio periodo ma anche nel breve termine, con la consapevolezza che la natura delle politiche immediate condiziona l’evolversi delle politiche successive: la definizione di un piano di opere pubbliche che sia in grado di andare incontro alle necessità delle popolazioni meridionali; la capacità della classe dirigente, a iniziare da quella del Partito Democratico, di gestire il maggiore afflusso di fondi e non dia adito, finalmente, a posizioni che di quella classe sottolineano la propensione a rendite e sprechi; l’attenzione al silente lavoro del volontariato sul territorio che supplisce, invisibilmente, alle carenze di uno stato sociale ormai scomparso.

 

La costituzione tra attuazione e riforma

Le riforme costituzionali continuano a essere all’ordine del giorno da quarant’anni, senza che se ne venga a capo. In realtà, prima che proporre di cambiare la Costituzione – magari un po’ maldestramente – si sarebbe dovuto pensare a darle piena attuazione, sviluppando in via legislativa i temi dei diritti civili, dell’ambiente e di una amministrazione realmente al servizio dei cittadini, assicurando che coloro cui sono affidate pubbliche funzioni le adempiano con disciplina e onore.

Le riforme costituzionali proposte hanno sempre mirato a superare l’instabilità governativa, che certo non è dipesa soltanto (né principalmente) dalla Costituzione. Si sono tentate così varie ipotesi presidenziali o, più spesso, semipresidenziali come forme di “premierato” talvolta di difficile compatibilità con una moderna democrazia parlamentare (come, ad esempio, il cosiddetto “premierato assoluto”, evitato nel 2006 solo grazie alla bocciatura del referendum popolare).

In sostanza, quindi, all’insegna della cautela e del rispetto verso la struttura complessiva della Carta, poche mirate riforme costituzionali – accompagnate dalla riforma della legge elettorale e da alcuni interventi sui regolamenti parlamentari – farebbero funzionare meglio il Parlamento e, di conseguenza, il Governo che esso esprime. Queste riforme, che potrebbero essere realizzate rapidamente, sono sintetizzabili in pochi punti:

  • diminuzione del numero dei parlamentari (e delle loro indennità);
  • sostituzione del Senato con una Camera delle Autonomie;
  • fiducia al Governo espressa dalla sola Camera dei deputati;
  • maggiore capacità di direzione coordinamento dell’attività dei ministri da parte del Presidente del Consiglio (con possibilità che proponga al Presidente della Repubblica la revoca di questi ultimi);
  • riforma dei regolamenti parlamentari per migliorare la capacità decisionale e di controllo sull’attività del Governo.

 

Via il Porcellum, subito

La riforma della legge elettorale è una priorità assoluta ed è scandaloso che non si sia ancora intervenuti per cambiarla una volta per tutte. Dopo le ultime elezioni, che hanno prodotto un Senato diviso tra tre principali minoranze e una Camera con una maggioranza del tutto artificiosa (il numero dei seggi del centrosinistra è stato quasi doppio rispetto ai voti ottenuti), ci si sarebbe dovuti aspettare una rapida riforma elettorale per tornare al voto. Invece, si è tentato a lungo di rinviare una legge elettorale a un momento successivo alla revisione dell’intera seconda parte della Costituzione, che sarebbe intervenuta non prima di diciotto mesi. Soltanto più di recente ci si è resi conto che la possibilità di una fine anticipata della legislatura consigliava di anticipare la riforma elettorale. All’inizio di agosto è stata quindi votata la procedura d’urgenza, ma ancora non si sono fatti molti passi avanti.

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