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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Il modello è quello dell’equilibrio dei poteri, dei pesi e contrappesi che dovrebbe essere applicato sia in senso verticale che in senso orizzontale. Esecutivo, legislativo e giudiziario devono essere separati perché in questo modo si evita la concentrazione di potere nelle mani di uno e si garantisce un sistema di controllo reciproco tra le diverse istituzioni ma lo stesso schema vale anche per le autonomie locali: funziona un sistema fatto da istituzioni forti che agiscano in contrasto di interessi tra di loro per evitare che una prenda il sopravvento sull’altra.

È auspicabile la trasformazione del Senato in Camera delle Autonomie che possa funzionare da punto di raccordo e di compensazione tra istituzioni nazionali e regionali, mentre è sbagliato privarsi dell’istituzione del Presidente della Repubblica di garanzia come delineato dalla Costituzione per andare verso un (semi-)presidenzialismo.

 

La fondamentale autonomia

Valorizzando il ruolo delle autonomie lo Stato può rendere alle persone servizi idonei a facilitarne la vita quotidiana, dimostrando la sua vicinanza, la sua identificazione con i consociati. Oggi, infatti, lo Stato è normalmente percepito – spesso a ragione – come un ostacolo alla soddisfazione delle esigenze del lavoro, dell’impresa, dei bisogni della persona anche nel suo vivere sociale, mentre dovrebbe assumere un ruolo di “facilitatore” rispetto a tali necessità.

Serve una semplificazione del quadro politico-istituzionale, oltre che amministrativo. In particolare, bisogna superare l’eccessiva parcellizzazione del territorio, che impedisce un’adeguata soddisfazione delle esigenze delle persone residenti, come dimostrano anche i recenti interventi normativi relativi all’esercizio associato di funzioni amministrative (obbligatorio o facoltativo). In questo senso bisogna procedere attraverso gli strumenti – anche recentemente rivisti – delle unioni e delle fusioni, che certamente lo Stato dovrebbe incentivare così come bisogna realizzare la riforma degli enti intermedi su nuovi presupposti in grado di superare i vizi di costituzionalità rilevati dalla Consulta in merito alla riforma delle Province, con la creazione di enti di area vasta per la gestione delle funzioni che non possono essere esercitate dai Comuni e per il coordinamento delle funzioni esercitate dagli altri enti locali minori.

Cancellare doppioni, livelli istituzionali che diventano burocratici, ridurre il numero delle aziende e delle agenzie pubbliche, organizzare i bacini in altro modo: senza perdere altro tempo, senza tornare sulle decisioni prese.

Le riforme richiamate passano, quindi, sinteticamente, per questi punti:

 

  • istituzione di una Camera delle autonomie;
  • adeguata distribuzione delle funzioni amministrative tra i diversi livelli di governo;
  • diminuzione del numero dei comuni (attraverso incentivi alla fusione e comunque alla massima condivisione dei servizi);
  • eliminazione delle Province e diversa attribuzione delle funzioni di area vasta.

 

Il Mezzogiorno

È fondamentale che il Partito Democratico sia in grado di proporre, in maniera del tutto autonoma e per nulla condizionato dalla moltitudine di ricostruzioni banali e di luoghi comuni, una propria interpretazione della crisi sociale e economica che attanaglia il Mezzogiorno, delle forme nuove e crescenti di povertà e di esclusione sociale che lo interessano, delle misure di breve e di medio periodo che possono cambiare le cose.

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