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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Incompiutezza, debolezza d’Europa

La crisi economica internazionale, originata ormai cinque anni fa dagli eccessi degli istituti finanziari americani, ha superato in breve tempo i confini degli Stati Uniti d’America e ha dispiegato i suoi effetti negativi un po’ in tutto il mondo.

È stata l’Europa a soffrire più di tutti del contagio. Paradossalmente, il continente che da solo rappresenta l’area commerciale più grande del pianeta; la cui economia è sorretta da una delle monete più forti; il cui livello di sicurezza sociale resta ineguagliato altrove nel mondo; che ha saputo costruire l’innovazione politica più originale del Novecento, è sembrato poter soccombere alla tempesta finanziaria scatenatasi sopra di esso. È accaduto per una serie di fattori, interconnessi e decisivi per la comprensione e la risoluzione dei problemi che affliggono l’Europa. I singoli stati europei, anche se ad alcuni piace ancora crederlo, non sono più adatti ad affrontare le sfide di un mondo globalizzato, a competere con paesi grandi come continenti, popolati da centinaia di milioni di persone, che dispongono di ricchezze naturali e umane quasi illimitate.

È dunque per questa missione che deve essere rilanciata l’Unione Europea. Le cancellerie degli Stati d’Europa non hanno finora voluto costruire una Comunità davvero compiuta: hanno voluto cedere solo alcune delle proprie prerogative; hanno architettato delle istituzioni deboli e a queste hanno voluto attribuire competenze in maniera incoerente. Insomma, non hanno voluto concludere il passo che pure coraggiosamente avevano intrapreso. Oggi, accanto a Stati ormai troppo piccoli e deboli, esiste un’Unione che ancora è incapace di sorreggerli e tutelarli, di unire le loro forze, di assicurare loro il benessere di cui si parlava all’atto della sua fondazione. Un’Unione che ha pochissimi rapporti con i cittadini europei, di cui dovrebbe essere garante e rappresentante.

Le decisioni del Consiglio sono così influenzate dagli scenari nazionali e così slegate dal controllo democratico, esse finiscono per riflettere soprattutto i rapporti di forza tra i paesi. Nonostante una teorica parità di partenza tra i vari rappresentanti, gli stati più potenti hanno vita molto facile sia nell’imporre la propria volontà, sia nello sfuggire a ogni responsabilità nelle loro decisioni. L’impossibilità di un vero controllo democratico ha portato a gravi errori e altrettanto gravi ingiustizie nella gestione dell’attuale crisi – e non c’è motivo di pensare che ciò non si ripeta, in futuro, se il processo decisionale europeo non sarà profondamente modificato. Per un lungo periodo, nessuno ha potuto contestare l’impostazione di matrice tedesca secondo cui il compito principale della Banca Centrale Europea era quello di occuparsi della stabilità dei prezzi e non quello di garantire i bilanci degli stati indebitati e colpiti dalla tempesta finanziaria, come invece compete a tutte le banche centrali del mondo.

L’incompiutezza dell’Unione ha dunque fortemente contribuito a complicare gli effetti della crisi. Se oggi in Europa ci sono più disoccupati, c’è meno sicurezza sociale, c’è più meno speranza per il futuro, c’è più sfiducia reciproca, questo si deve all’iniquità, all’inadeguatezza, alla non democraticità delle strutture che regolano gli affari continentali. Bisogna risolvere questa profonda incoerenza. Dotare l’Unione di strutture che completino il sistema di governo economico continentale con un governo politico è necessario, ma ancora più necessario è dotare queste strutture della legittimità popolare e del controllo democratico che ancora mancano, e senza i quali non avrebbe senso credere in futuro comune per tutti i cittadini d’Europa.

Il semestre italiano di Presidenza europea, può essere interpretato dai democratici come un’occasione per metter al centro dell’agenda politica l’avvio di un processo costituente verso la Federazione d’Europa. Il partito che immaginiamo sarà allora in prima fila con le forze sociali e i movimenti che promuovano le Ice – Iniziative dei cittadini europei, strumento previsto dall’articolo 11 del Trattato di Lisbona, entrato in vigore dall’aprile 2012.

Usiamolo per attivare un’inedita mobilitazione paneuropea su campagne precise, utile ad innescare un processo che progressivamente colmi il deficit democratico che coinvolge le istituzioni dell’Unione Europea. Come l’ICE per un New Deal d’Europa ovvero, più precisamente, per un piano europeo straordinario di sviluppo sostenibile per la piena occupazione il cui obiettivo è quello di prefigurare l’Europa sociale da porre come alternativa a quella distante dei meri “tecnocrati”.

Realizzare tutto questo, è possibile solo grazie a un governo europeo basato su una struttura istituzionale federale, che racchiuda in sé le “quattro unioni” (bancaria, di bilancio, economica e politica), dotata di risorse proprie finanziate direttamente da cittadini e privati (EuroUnionBond e ProjectBond) e di un vero governo (risultato della “politicizzazione” della Commissione) legittimato dal Parlamento Europeo. La Ue non solo metterebbe gli Stati membri al riparo dall’instabilità finanziaria, ma potrebbe anche contare su una grande quantità di risorse proprie da stanziare nei bilanci settennali, ad esempio per i fondi strutturali e di coesione, agevolando così lo sblocco di investimenti e il ripianamento dei debiti sovrani più elevati. Tutto questo a beneficio non solo di paesi come l’Italia (che a livello regionale avrebbe più risorse da investire, ad esempio, nel trasporto locale e nel sociale, e nello stesso tempo potrebbe ridurre il proprio debito pubblico), ma anche dell’Europa tutta, che avrebbe così la grande occasione per diventare più unita e meno diseguale.

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