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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Sappiamo che la globalizzazione è un processo storico irreversibile: quello che manca è il contrappeso politico a questo gigantesco flusso di capitali, merci e saperi che sta plasmando il nostro tempo. Si tratta allora di globalizzare la democrazia, per democratizzare la globalizzazione, come sostenuto nel Global Democracy Manifesto firmato da un gruppo di intellettuali di fama mondiale (da Urlich Beck a Vandana Shiva). Occorre lavorare a tutti i livelli per attuare una riforma della Corte di giustizia internazionale e della Corte penale internazionale; creare nuove agenzie mondiali focalizzate su materie come sviluppo sostenibile (ed equo!), protezione ambientale, disarmo; passare dalla moratoria universale della pena di morte alla sua piena abolizione; riformare il Consiglio di Sicurezza Onu dando rappresentanza paritaria a tutti i continenti, superando la logica dello “status quo” derivato dal post-Seconda Guerra mondiale, eliminando il potere di veto dei membri permanenti), e ampliando i poteri di controllo dell’Assemblea generale. E infine, la cosa forse più importante: è necessario dare voce politica all’opinione pubblica globale.

I cittadini di tutto il mondo si mobilitarono nello stesso giorno (era il 15 febbraio 2003) nelle piazze e nelle strade di circa 800 città di ogni continente per opporsi alla guerra irachena: Not in our name. Si disse che quello era l’atto di nascita di un’opinione pubblica globale, ma manca ancora un luogo dove possa esercitarsi il controllo popolare della politica internazionale: un Parlamento mondiale, simbolo e strumento istituzionale di dialogo e decisione di un’umanità che si fa comunità cosmopolita. L’embrione di quello che al momento appare un “progetto utopico” potrebbe essere più realisticamente un’Assemblea parlamentare che integri (per poi progressivamente sostituire) l’Assemblea Generale dell’Onu.

E il processo potrebbe iniziare, per iniziativa dei Paesi più coraggiosi, facendo leva sull’articolo 22 della Carta dell’Onu, senza necessità di modificarla («L’Assemblea Generale può istituire gli organi sussidiari che ritenga necessari per l’adempimento delle sue funzioni»): non più gli ambasciatori e i delegati dei governi, come avviene invece per l’Assemblea generale, ma rappresentanti dei cittadini, dunque delle minoranze e non solo delle maggioranze. Perché emergano problemi ed esigenze e rivendicazioni, e inedite maggioranze sinora silenti nelle istituzioni internazionali. La presa d’iniziativa in questa direzione non è in mano ai soli governi, ma soprattutto alla mobilitazione dei cittadini, e delle forze sociali e politiche che possono per cominciare sostenere alcune valide campagne già avviate (Unpacampaign.org e Worldparliamentnow.org).

 

La forza transnazionale dei progressisti

Dobbiamo recuperare il senso del mondo intorno a noi, dopo averlo dimenticato per vent’anni e insomma perduto. Il movimento progressista è nato in Europa un secolo e mezzo fa con un’ispirazione e un’organizzazione fortemente internazionalista, dissoltasi poi nel corso di divisivi eventi storici (la prima guerra mondiale, la rivoluzione russa, la guerra fredda, la terza via). Si tratta di rafforzare il Partito del Socialismo Europeo, aprendolo alla “contaminazione” della cultura ecologista espressa dai Verdi Europei e ad alcune proposte radicali-riformatrici della Sinistra europea, nonché alle caratteristiche del progetto dell’Ulivo, che abbiamo affossato in Italia ed esportato in Europa soltanto in occasione della presidenza di Romano Prodi.

Si tratta di creare punti di confronto e elaborazione politica europea, nelle principali città universitarie europee, che raccolgano e mettano a confronto studenti lavoratori e cittadini sulle politiche da attuare al livello continentale. I democratici italiani possono e devono essere infine in prima fila per rivitalizzare l’Internazionale Socialista e rendere effettivamente operativa e sentita nell’opinione pubblica la Progressive Alliance, il nuovo network delle forze progressiste e democratiche varato a Leipzig in occasione delle celebrazioni dei 150 anni della Spd. Questo può essere, in dialogo con i movimenti “altermondisti” cresciuti nell’ultimo decennio, lo strumento del cambiamento del mondo in una direzione di giustizia, equità e libertà universali.

Il Partito Democratico deve sciogliere una volta per tutte ogni riserva: entrare a pieno titolo nel Partito Socialista Europeo, la casa principale del progressismo europeo, quella più affine alle sue più profonde radici storiche. Che non è però l’unica: con i Verdi europei da una parte, e la Sinistra europea dall’altra, si devono porre da subito, prima e durante la campagna per le elezioni del Parlamento europeo (maggio 2014) le premesse di una nuova alleanza capace di incidere sui processi politici, allargando l’orizzonte del cambiamento oltre il gruppo dell’”Alleanza dei Socialisti e Democratici”.

Il grande limite storico della sinistra, in particolare negli ultimi decenni, è stato proprio la sua incapacità di pensarsi europea fino in fondo, continuando a dimenarsi dentro gli steccati nazionali. Un livello cioè congeniale all’azione conservatrice delle destre e in cui nei fatti è impossibile trovare le soluzioni per una agenda di governo radicalmente alternativa.

Con le prossime elezioni europee il Partito Democratico avrà l’occasione di concordare un candidato unico alla Presidenza della Commissione europea con le altre forze progressiste, dando agli elettori la possibilità di scegliere una “guida” legittimata da un programma e una maggioranza comune. Inoltre, con la scelta chiara di collocazione nel campo del Pse, il Pd contribuirà alla creazione di quel necessario sistema dei partiti europei, concepiti in quanto “unitari e federali” – non più mere “confederazioni” di partiti nazionali – in grado così di proporre coerenti misure e credibili soluzioni dal livello locale e nazionale a quello europeo e globale.

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