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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

Non secondario è uno dei risvolti sociali di una riconversione del settore edilizio dalla quantità alla qualità: a un più alto livello tecnico corrisponde una maggiore sicurezza per gli addetti e un significativo abbattimento di quella vera e propria piaga rappresentata dalle morti bianche, che investe soprattutto proprio il settore delle costruzioni.

 

100 per cento recupero

Oggi riteniamo l’inceneritore una tecnologia obsoleta e superata (come dimostrato dall’esperienza di Reggio Emilia): smaltire i rifiuti non può più essere la priorità quando in alcune realtà locali si raggiungono percentuali vicine al 90% di raccolta differenziata e si sta sviluppando sempre più un’economia del recupero della materia. Non è sempre stato così, negli anni passati l’inceneritore spesso ha sostituito decine di piccole discariche non controllate e generatrici di danni alle falde acquifere e al sottosuolo per i decenni successivi.

In un’Europa che consuma per ogni cittadino 50 tonnellate all’anno di risorse naturali non possiamo più limitarci a garantire una “sicurezza dello smaltimento”. Alla base di tutto ci devono essere politiche comunitarie e nazionali che promuovano la riduzione di rifiuti alla fonte. Dobbiamo poi adottare sistemi di raccolta, politiche di riuso e recupero e filiere economiche per il riciclaggio orientati a eliminare completamente lo smaltimento negli inceneritori. È evidente che dovrà esistere una fase di transizione, ma dobbiamo aver chiaro l’orizzonte di riferimento. Servono strumenti come la tariffa puntuale (per pagare in base a quanto si invia a smaltimento), i piani per il decommissioning e la riconversione ecologica degli inceneritori, un sistema di incentivazione che sostenga i sistemi di raccolta e gli impianti finalizzati al recupero della materia.

È una scelta che presuppone una visione, un’idea di società. Occorre guardare a un interesse generale e di lungo periodo che sia capace di “forzare la mano” alle tentazioni del guadagno immediato e di una rendita fatta solo per dare risposte al presente. Se esiste un campo in cui il tema delle disuguaglianze non riguarda solamente la dimensione economica e spaziale del presente è proprio l’ambiente: il prezzo degli errori di oggi crea una disuguaglianza ancora più pesante e difficilmente reversibile nel futuro.

 

Un nuovo patto per l’acqua

A oltre due anni dal referendum, al quale il Pd ha dato tardivamente il proprio appoggio e che oggi – da molti sostenitori delle larghe intese che osano addentrarsi nell’argomento – è liquidato come un “incidente di percorso”, sono in pochi a essersi domandati quale futuro possa avere la gestione dell’acqua nel nostro Paese. Si contano isolati pronunciamenti sulla carta e pochissimi esempi locali coerenti con il significato politico del voto referendario. La stragrande maggioranza delle realtà italiane è esattamente al punto del giugno 2011 e anzi non sono mancati nuovi tentativi di privatizzazione del servizio.

Discutere di acqua significa parlare di una risorsa preziosa, i cui costi e le opportunità di approvvigionamento per il futuro non sono garantite. Inoltre, se pensiamo al delicato rapporto tra la superficie e le falde sotterranee, all’importanza che riveste l’efficienza della depurazione per i nostri corsi d’acqua e per i mari, ci rendiamo conto che discutendo della gestione delle risorse idriche non si parla solo di un servizio, ma di un vero e proprio strumento di governo del territorio. Non solo la gestione di questi servizi, dunque, ma la sovranità dei cittadini e il loro controllo democratico.

Servono 65 miliardi di euro di investimenti per distribuire acqua potabile alla popolazione italiana e avere una rete funzionante ed efficiente, le reti perdono oltre il 40% dell’acqua che in esse viene immessa e una fetta consistente di popolazione non servita dalle fognature. Le inefficienze clientelari di certe reti idriche pubbliche non possono essere lo schermo dietro cui giustificare il trasferimento di profitti a spese dei contribuenti, ma vanno colpite in quanto tali come tutti i fenomeni di cattiva amministrazione, magari trovando una nuova dimensione alla partecipazione dei cittadini.

Non ci si può fermare ai dati sugli investimenti e ai deficit della rete idrica. È fondamentale individuare i principi di fondo sui quali si vuole concentrare “il patto” con i cittadini-utenti: promozione del diritto all’acqua con tariffe che carichino i costi prevalentemente su chi consuma di più, piani per il contenimento della risorsa idrica (evitando, per esempio, di avere piani d’ambito con una crescita costante dei volumi d’acqua erogati), promozione della partecipazione dei lavoratori e degli utenti alla scelte aziendali e alla sorveglianza sulla gestione.

È evidente che il nostro obiettivo prioritario dovrà essere quello di introdurre nuove forme di finanziamento del ciclo idrico. Otre ai prestiti bancari, le aziende pubbliche e le società in house possono ricorrere a buoni obbligazionari garantiti dal flusso di cassa della gestione, all’autofinanziamento grazie all’obbligo di reinvestimento degli eventuali utili, a una maggiore responsabilizzazione di chi con l’acqua produce energia. Se è vero che si è aperto un vuoto normativo sul calcolo delle tariffe, è anche vero che i principi sanciti dal referendum sono molto chiari: nessuno può utilizzare il costo delle risorse destinati agli investimenti come strumento per fare profitto. Il “Patto per l’Acqua” che noi proponiamo prevede nuovi Statuti per i soggetti pubblici che si occupano di acqua (aziende speciali o società a totale proprietà pubblica in house). Prevede l’apertura dei consigli di amministrazione alle rappresentanze degli utenti (come singoli o in forma associata o di categoria), un maggiore ruolo dei lavoratori dell’impresa.

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