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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Giuseppe Civati

Per le primarie alla segreteria del Pd del prossimo 8 dicembre: il titolo è «Dalla delusione alla speranza. Le cose cambiano, cambiandole»

La sinistra in Italia è stata all’avanguardia nel concepire un modello che avrebbe disegnato l’idea di società delle comunità locali per molti anni a venire: progettando un quartiere capace di sviluppare relazioni sociali, dotato di servizi per la cultura, l’infanzia e la formazione permanente, promuovendo spazi dove la vecchiaia non sia vissuta in solitudine si sono poste le basi per risolvere le contraddizioni e le disuguaglianze che lo sviluppo economico del secondo dopoguerra avrebbe potuto portare con sé.

E recentemente in tutta Italia sono nati comitati a sostegno della proposta di legge d’iniziativa popolare “Rifiuti Zero” e la mobilitazione per promuovere una gestione pubblica dell’acqua ha portato al voto più di metà degli italiani in una fase storica di disaffezione dalla politica. È così che vogliamo aggiornare e rilanciare il concetto di “smart community” proprio cercando di dare gambe al governo del cambiamento che ci è stato negato dalla politica nazionale, ma che è ben presente in centinaia di realtà locali.

 

Il territorio, unico e irripetibile

Una parte significativa del territorio italiano è costituita da aree montane, costiere, fluviali, umide e lacustri. Sia in questa parte che nel resto del territorio si trovano estese aree di valore paesaggistico, borghi e centri storici dal valore unico, molti dei quali classificati patrimonio dell’umanità. È paradossale che in quelle regioni dove più è cresciuta l’idea che “il territorio” – inteso come la dimensione locale ed identitaria – siano anche quelle dove non ci si è fatto nessuno scrupolo a devastare e consumare il suolo, stravolgendo l’ecosistema e la storia dei paesaggi e dei luoghi. La rendita fondiaria si è espansa a dismisura senza generare vera ricchezza, ma beneficiando soprattutto i soliti monopolisti del mattone: è stata uno dei principali motori della disuguaglianza, soprattutto negli ultimi venti anni, in cui è aumentato il consumo di suolo senza che si generasse alcun tipo di sviluppo economico.

Dobbiamo ribaltare il paradigma dell’urbanistica degli ultimi trent’anni, anche attraverso una nuova legge quadro, attesa dal 1942. Il tema non è e non deve essere quello di “dove si costruisce”, ma di come migliorare la qualità della vita nelle aree urbanizzate, riqualificarle e rigenerarle per rispondere alle nuove esigenze abitative e tutelare le aree agricole: ad esempio combattendo l’abusivismo e ponendo definitivamente fine alla tragica stagione dei condoni. È necessario un ribaltamento concettuale e operativo: si tratta di ripartire dal non edificato, di dar consistenza e valore al territorio libero – agricolo e non. Di insistere sulle ristrutturazioni, sull’efficienza energetica, sulla bonifica e sul recupero di aree dismesse. Anche per questa ragione è necessario rendere economicamente svantaggiosa la trasformazione di suolo e, soprattutto, chiarire definitivamente che ogni “diritto edificatorio” può valere al massimo cinque anni. In tutto questo deve essere inserita anche una riforma della fiscalità locale. Pagare un’imposta sulle aree edificabili non deve essere argomento per legittimare il “diritto” (in eterno) all’edificazione, ma una forma di fiscalità sulla possibilità temporanea di esercitare tale “diritto”, peraltro, ricordiamoci, assegnato dal piano urbanistico, ovvero da un atto pubblico. Non è più pensabile che i Comuni debbano continuare a vivere, anche per la spesa corrente, di oneri di urbanizzazione.

Nel territorio italiano fragile e denso è finito lo spazio per la crescita della città. Per la sua espansione fisica. Non è più una scelta di modello urbano. L’edilizia è stata e continua a essere un volano necessario, indispensabile alla crescita economica, sociale e culturale. Che fare? Rassegnarsi a pensare che l’Italia non potrà avere le basi per il suo sviluppo produttivo e industriale? No. L’Italia ha i mezzi per competere nel settore delle costruzioni ed essere vincente, più di ogni altro paese. E questa competitività le è data proprio dal suo territorio difficile e fortemente storicizzato. A partire dalla tradizione del restauro Italiano, l’industria edilizia del nostro paese può gettare le basi di un vasto programma nazionale di recupero e riqualificazione del patrimonio costruito, che può costituire, anche nel settore edilizio, la base del rilancio della produzione e della crescita. Se in altri paesi lo sviluppo di qualità (ad alto contenuto tecnologico) si basa anche su quello di quantità (l’edilizia di espansione), in Italia (come non può essere altrimenti e considerando la sua tradizione produttiva) è ormai solo sulla qualità, anche nel settore delle costruzioni, che può fondarsi un’attività produttiva competitiva.

Non solo. Almeno altri quattro settori possono essere associati alla tradizione del Restauro Italiano (per lo più concentrata sul recupero degli edifici e centri storici) e costituire spazi importanti per l’innovazione tecnologica: la riqualificazione energetica adattata al contesto climatico mediterraneo, quella antisismica, quella delle aree industriali dismesse e di quelle agricole e naturali. Lo sviluppo del settore delle costruzioni può permettere di mettere in sicurezza il suolo e gli edifici storici e recenti, rendendo le nostre città libere dai rischi di frane e alluvioni e da quelli sismici. Uno spazio di forte crescita è aperto dall’esportazione dell’innovazione tecnologica nell’edilizia italiana di qualità. In particolare, tutto il bacino del Mediterraneo, a partire dalle coste del Nord Africa, costituisce il mercato ideale per un’“edilizia mediterranea” fondata su una sostenibilità energetica e ambientale adatta a questo contesto climatico, da associare alla sicurezza antisismica e ad altre specificità dell’ambito territoriale (come ad esempio, l’uso efficiente della risorsa idrica, nella costruzione e gestione degli edifici).

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