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  • sabato 19 Ottobre 2013

Il centenario di Vasco Pratolini

Il servizio militare secondo lo scrittore fiorentino, in un estratto dal suo romanzo Metello

Napoli fu per Metello il Rettifilo, via Toledo, piazza Plebiscito, e via Sergente Maggiore, via de’ Fiorentini, quando gli sembrava di non aver altro da fare e si voleva prendere una distrazione. Non soltanto la mancanza di denaro, ma la divisa un poco lo umiliava; e dové adattarsi a quelle domestiche della villa comunale, seppure non erano, per lui che aveva avuto Viola, proprio il suo tipo. Col tempo, fece ghega insieme a un livornese, uno di Cascina, un fiorentino di porta Romana: Mascherini, che negli anni dipoi non seppe mai dove fosse finito. Leoni, quello di Cascina, riceveva denaro, suo padre era mobiliere, ed egli era tirato ma finiva per offrire. Fu un sodalizio che durò a lungo: si frequentarono le bettole di Forcella, del Vasto e del Pendino, rioni che chiamano sezioni, come chi dicesse Sezione San Niccolò o Madonnone. Ebbero a che fare con la gente, per quei vicoli traversi o tutti in salita, dove la miseria e la sporcizia erano pari all’animazione che vi si trovava. Entrarono, piuttosto che in via Sergente Maggiore, in alcuni di quei «bassi», dietro una sottana: ragazze tutte more di capelli, dai volti appassiti e i grossi seni. I bambini giocavano al di là della tenda. Non ci si toglieva nemmeno le mollettiere. Poi magari si restava a cena con tutta la famiglia, si diventava amici, ci tenevano in conto di figlioli: era gente come noi, come il livornese che non viveva meglio dietro la Darsena, come Mascherini che aveva il babbo fiaccheraio. E un po’ ci si vergognava. Si vuotavano le tasche dell’ultimo soldino, come per farci perdonare. Cose trapassate nella memoria, viste e vissute da dentro la campana.

Erano avventure di Vico Gelso e Conte di Mola, nomi di un’intricata e irricostruibile topografia: a due passi, comunque, da via Toledo e dal Castello. Più in là c’era «basciopuorto», e poi Borgo Loreto: ci stava la «guapparia», non ci si poteva passare, se la ronda ti c’incontrava erano dieci di semplice e cinque di rigore. Si preferiva, certe sere, teatro San Ferdinando dove c’era Pulcinella. Anche se si capiva poco di quel che diceva, la trama resultava chiara: Pulcinella faceva ridere come Stenterello perché come Stenterello aveva sempre fame.

Questo era il suo ricordo di Napoli, dove pure risiedé tre anni: tante immagini di un tempo in cui spontaneamente si era persuaso di non dover pensare ma saltare alla sbarra, marciare, ramazzare, mettere i tacchi uniti e la baionetta in prospettiva a due palmi dal naso, durante il «presentat’arm»! Delle sue avventure degli ultimi tempi, in compagnia del livornese, di Leoni e Mascherini, già allora si perdeva il sapore, e il rimorso: la disciplina della caserma, le cancellava. Ed avevano sempre la preoccupazione, non c’era giorno che un superiore non glielo ricordasse, di essere picchiati e spogliati ad indugiare in uno di quei «vichi». Perciò non tornarono quasi mai dentro lo stesso «basso» e non andavano mai più di due volte dietro la medesima sottana.

S’imparò, anche, a mangiare cose che non s’eran mai mangiate, che seppure si conoscevano, si disprezzavano e che quella gente, al contrario, inseguiva dandosi daffare tutta una giornata: le «maruzze» ch’erano arselle ma d’una diversa specie, le pannocchie di granturco lessate, i piedi di porco. Costoro n’eran ghiotti, forse perché erano sempre stati più poveri e meno raffinati di noi. «È tutto dire.» E s’imparò, infine, la loro lingua. Gli sembrò che quel dialetto non avesse più misteri: provavano in branda, prima del «silenzio», divertiti, a ripassarne il vocabolario, una trentina di parole, ma si poteva avere e dir tutto con quelle sole: iammo ’ncoppa abbascio; guaglio’ picceré paisà; appiccia stuta arapi scetete cucchete; aiza pava chiano-chià chedé; mammeta patete sora frate; ricchione mazzo purchiacca; pummarola pizza panzarotto cazone; jettasanghe vieneaccà chitevvivo vaffammocca fetentone; songo stongo numefido ’nguajato. Altre ancora, di cui mai compresero il significato, e che di volta in volta gli venivano rivolte come dei complimenti, come delle ingiurie: ’npiso scapucchiò cavulicchiò ranciofellò.

Mascherini diceva: «Viva Garibaldi che ci ha rimescolato».

E un giorno la campana si solleva, l’acquario si prosciuga, si esce dal vaso di spirito, sei congedato e torni a respirare. Lentamente il cervello riesce a connettere più distesi pensieri, ma la libertà appena riconquistata, subito propone, e in termini inconfutabili e crudeli, il bisogno del pane e del lavoro. C’è tutto da ricominciare, con tre lire in tasca e il vecchio vestito di borghese, che ora ci va stretto ed ha perduto la sua tinta originale. A Firenze, cosa l’aspettava? Egli voleva credere che sarebbe stato facile riavere il posto in cantiere e potere affittare una camera, disporsi all’avvenire. Intanto, allontanandosi da Napoli, guardandola un’ultima volta dal finestrino del treno, fece questa riflessione: «Se non venivo qui a fare il soldato, chissà il mare quando l’avrei conosciuto».

E fu, senza ch’egli se lo dicesse, un modo di consolarsi e di pensare che dopotutto, anche dall’esperienza più negativa e più vieta, qualcosa si riesce sempre a salvare.

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Foto: Pratolini negli anni Settanta
(LaPresse)

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