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  • mercoledì 9 Ottobre 2013

Cosa si dice di Paul Kagame

Il presidente del Ruanda è stato a lungo adottato dall'Occidente come modello, ma le accuse contro i suoi modi autoritari crescono

di Antonio Russo – @ilmondosommerso

Le accuse contro Kagame
Kagame è un personaggio spesso e da più parti criticato per il carattere totalitario del suo governo e per le presunte intimidazioni nei confronti dei suoi rivali politici. Nel 2003 vinse le prime elezioni presidenziali con il 95 per cento dei voti; poi, nel 2010, rivinse con il 93 per cento, mentre due dei leader dei tre principali partiti di opposizione si trovavano in prigione, e il terzo era fuggito dal Ruanda dopo che il suo vice, André Kagwa Rwisereka, era stato trovato morto e parzialmente decapitato in riva a un fiume.

Stando alla costituzione ruandese adottata nel 2003, il secondo mandato settennale di Kagame terminerà nel 2017, e non potrà essercene un terzo, ma in molti temono che Kagame stia cercando di influenzare il Parlamento per spingerlo a modificare quella parte della Costituzione e permettergli di candidarsi per la terza volta consecutiva.

Le altre critiche a Kagame riguardano principalmente le sue politiche repressive, dice Gettleman, e i suoi metodi «spietati e brutali». Il governo ha avviato un piano di abbattimento delle capanne con i tetti di paglia (il tipo di abitazione in cui è nato lo stesso Kagame), oltre che un programma di vasectomia gratuita per cercare di arrestare l’aumento demografico. La crescita economica è stata accompagnata da una forte limitazione delle libertà personali dei cittadini ruandesi, favorita anche dalla relativa facilità di controllo di uno stato tanto piccolo. Poche persone parlano volentieri del loro presidente, e molti dicono di sentirsi continuamente osservati: «è come se ci fosse un occhio invisibile dappertutto», ha detto Alice Muhirwa, membro di un partito di opposizione. In alcune parti del paese è vietato indossare abiti sporchi o bere dalla stessa cannuccia, perfino in casa propria, perché il governo lo considera un comportamento “antigienico” e interviene anche su questo.

Gettleman racconta di aver visto persone che si inginocchiano, chiudono gli occhi e pregano, davanti ai numerosi e giganteschi ritratti di Kagame sparsi negli uffici pubblici e sui muri degli edifici a Kigali. Un anziano in un villaggio gli ha detto: «l’ottanta per cento delle persone sostengono Kagame, il rimanente venti per cento no, ma non parla perché ha paura».

I rapporti dell’ONU
Nel corso degli anni Kagame è stato più volte oggetto di critiche internazionali per la posizione assunta dal Ruanda nella difficile situazione nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire). Nel 2010 un rapporto delle Nazioni Unite sostenne l’ipotesi – più volte smentita dal governo Kagame – del coinvolgimento delle milizie del Ruanda nel massacro di decine di migliaia di hutu nella RDC, negli anni successivi al genocidio ruandese del 1994.

(Cosa succede in Congo)

Nel 2012, un altro rapporto svelò il sostegno militare di Ruanda e Uganda a favore dei ribelli del gruppo “M23” – principalmente composto da milizie di etnia tutsi –, nei conflitti etnici ancora in corso nella Repubblica Democratica del Congo. Un altro rapporto ONU del 2002, peraltro, accusava l’esercito ruandese di avere sottratto risorse minerarie proprio al Congo, traendone notevoli profitti. In tutte le occasioni, Kagame ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento del Ruanda: a Gettleman ha detto che qualsiasi militare ruandese mai coinvolto nel conflitto in Congo era tuttalpiù un disertore dell’esercito nazionale.

Perché Kagame è benvisto in Occidente?
In passato gli Stati Uniti hanno spesso allacciato rapporti con leader africani controversi o anche notoriamente spietati in nome di interessi economici o ragioni storiche più importanti, scrive Gettleman, ma ciò che li ha spinti a esprimere simpatie nei confronti di Kagame è molto meno chiaro: il Ruanda è un paese piccolissimo, nel cuore dell’Africa, senza grandi risorse e senza terroristi islamici. Un diplomatico ruandese – che ha chiesto di rimanere anonimo – ha detto a Gettleman che Kagame è diventato per l’Occidente un personaggio simbolico, e la sua leadership un modello da esibire come prova del successo degli aiuti internazionali in un continente altrimenti caratterizzato da grandi insuccessi e da una corruzione dilagante: «serviva una storia di successo, e lui lo era».

Tuttavia, in seguito ai rapporti ONU che denunciavano la partecipazione dell’esercito ruandese nel genocidio congolese, nel 2012 gli Stati Uniti tagliarono 200 mila dollari di aiuti militari al Ruanda (una cifra più simbolica che sostanziale), e i rapporti tra Kagame e i paesi occidentali si sono progressivamente raffreddati. Lo stesso Kagame, in tempi recenti, ha accusato la comunità internazionale di aver posto – tramite bugie e speculazioni – le basi per un “linciaggio diplomatico” del Ruanda, come unico responsabile della situazione congolese.

I dissidenti ruandesi
Gettleman scrive che, durante la conversazione, Kagame è diventato improvvisamente nervoso quando gli è stato chiesto del crescente numero di dissidenti ruandesi. Il più temuto da Kagame si chiama Kayumba Nyamwasa: trent’anni fa erano amici in Uganda, e – come Kagame – anche Nyamwasa si unì ai ribelli tutsi, prima di diventare capo di stato maggiore dell’esercito ruandese. Gettleman ha parlato anche con Nyamwasa, che oggi vive in Sudafrica: scappò a Johannesburg nel 2010, sentendosi minacciato dal governo dopo aver espresso delle critiche nei confronti di Kagame. Come altri dissidenti ruandesi, anche lui contesta da tempo l’arroganza di Kagame, i suoi metodi repressivi e la sua sventatezza nell’aver coinvolto il Ruanda nelle faccende congolesi.

A pochi mesi dal suo arrivo in Sudafrica, mentre rientrava a casa, Nyamwasa fu colpito allo stomaco da un uomo che gli sparò, ma la pistola si inceppò prima che potesse sparare ancora e Nyamwasa riuscì a cavarsela: sei persone oggi sono sotto processo a Johannesburg per quell’attentato, e tre di loro sono ruandesi. Nyamwasa ha detto a Gettleman di non avere alcun dubbio sul mandante di quell’aggressione: Kagame.

Molti altri dissidenti sostengono l’esistenza di una rete di intelligence internazionale e di assassini al servizio di Kagame, sparsi ovunque. Nel marzo del 2011, in Inghilterra, mentre Kagame era ospite di una trasmissione radiofonica della BBC, Rene Claudel Mugenzi – un attivista ruandese per i diritti umani, residente a Londra – telefonò in studio e chiese provocatoriamente a Kagame se una rivolta come quella delle primavere arabe sarebbe potuta nascere anche in Ruanda. Qualche settimana più tardi, Mugenzi ricevette una lettera di Scotland Yard in cui c’era scritto: «signor Mugenzi, attendibili servizi di intelligence affermano che il governo ruandese stia mettendo in pericolo la sua vita». «Non avrei mai immaginato che avrebbero cercato di uccidermi persino in Inghilterra», disse Mugenzi.

Parlando con Gettleman, Kagame si è difeso dicendo che Nyamwasa, Mugenzi e gli altri dissidenti speculano sulla falsa convinzione che in Africa non possa funzionare niente, e che tutti i governanti siano necessariamente degli oppressori. Nyamwasa invece ha detto a Gettleman di non lasciarsi ingannare dall’aspetto “cerebrale” di Kagame: «in guerra un sacco di cose vanno storte, ma Kagame ha sempre reagito con violenza», racconta Nyamwasa: «le sue stesse truppe lo temono e, in verità, lo odiano».

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