• Scienza
  • martedì 24 Settembre 2013

Il doping della genetica

In molte competizioni le condizioni di partenza tra gli atleti non sono eque, spiega Malcolm Gladwell, e le distinzioni morali si confondono

di Luca Misculin – @LMisculin

È stato stimato che, a partire dal 1980, circa il 40 per cento delle medaglie complessive nelle competizioni di fondo e mezzofondo internazionali (Olimpiadi comprese) è stato vinto da uomini di etnia kalenji, una popolazione di circa cinque milioni di abitanti che vive nella Rift Valley, un lunghissimo altopiano compreso fra il Kenia e l’Etiopia. Secondo uno studio citato da Epstein, una comparazione fra la struttura fisica di un kalenji e quella di un uomo proveniente dalla Danimarca ha evidenziato che le gambe di un kalenji pesano in media circa mezzo chilo in meno di quelle di un danese: questo si traduce in circa l’8 per cento di energia in meno consumata al chilometro, un vantaggio notevole per chi deve correre su una lunga distanza. Con tutta probabilità, si è trattato del risultato di un lungo processo genetico di adattamento all’ambiente circostante: un clima caldo e secco, nel corso delle generazioni, ha creato le condizioni affinché gli individui sviluppassero braccia e gambe molto sottili, che possano cioè essere raffreddate più facilmente: al contrario, climi freddi avvantaggiano individui dalla struttura fisica massiccia, nei quali il corpo tende a conservare il calore con più facilità.

Un buon fondista, inoltre, deve avere nel proprio sangue una grande quantità di globuli rossi, che aumentano la capacità di resistenza sotto sforzo dell’organismo: secondo Epstein, i corpi degli individui che vivono a un’altezza compresa fra 1800 e 2800 metri sono naturalmente stimolati a produrre una quantità di globuli rossi più alta, per compensare una minore presenza di ossigeno nell’aria che respirano normalmente. La Rift Valley, un altopiano situato ai piedi di monti anche molto alti come il Kilimangiaro (5895 metri), fornisce l’ambiente perfetto affinché il corpo produca un maggior numero di globuli rossi. Al contrario, sulla catena montuosa delle Ande, dove l’altezza media è di 4000 metri, l’aria è troppo rarefatta perché un atleta riesca ad allenarsi bene.

Questi fattori spiegano bene perché i fondisti provenienti dal Kenya o dall’Etiopia vincono di più: sono avvantaggiati da secoli di adattamento all’ambiente circostante e dalla possibilità di vivere a un’altezza perfetta per sviluppare una maggiore resistenza allo sforzo. E quando i kenyani competono con gli americani o gli europei, scrive Gladwell, «il vantaggio di partenza è enorme».

Edgar
Tyler Hamilton oggi ha 42 anni, e in passato è stato un ciclista professionista americano di buon livello. Nel 2012 uscì la sua autobiografia, intitolata The Secret Race. Inside the Hidden World of the Tour de France (tradotto in Italia da Limina), in cui raccontava, fra le altre cose, gli inizi della sua carriera da professionista. Fino ai vent’anni fu un discreto sciatore: nel 1991, in seguito a un grave infortunio alla schiena, decise di passare al ciclismo, uno dei suoi sport preferiti. Hamilton però era scarso, per sua stessa ammissione. Gli fu subito detto che era troppo grasso per fare il ciclista, e che avrebbe dovuto perdere peso e al contempo fare esercizi specifici per rendere più potenti i suoi muscoli.

Puoi capire che un tizio fa il ciclista dalla forma del suo sedere e dalle vene sulle gambe. I sederi dei ciclisti che vedevo sembravano bionici, più piccoli e potenti di tutti quelli che avevo visto prima; e le loro gambe sembravano delle cartine stradali, dal numero di vene che potevi distinguere. Le braccia invece erano sottili come stuzzicadenti… Sembravano dei cavalli da corsa.

Hamilton cominciò ad allenarsi: spesso faceva un solo pranzo al giorno, e, per non avvertire la fame, prendeva qualche pillola di sonnifero prima di cena, di modo da addormentarsi subito dopo. Quando usciva con gli amici, per non sentirsi diverso dagli altri, fingeva di mangiare: addentava gran parte della cena, qualsiasi cosa fosse, e la sputava furtivamente in un tovagliolo, fingendo di starnutire. Si sbarazzava poi del tovagliolo in bagno, di nascosto. Hamilton ricorda che si accorse di stare perdendo peso quando la sua pelle divenne «sottile come carta», e che sedersi su una sedia di legno era diventato doloroso, a causa della scomparsa del grasso dal suo sedere.

Hamilton fu a lungo compagno, nella squadra dello U.S. Postal Service, di Lance Armstrong, uno dei più famosi ciclisti americani di sempre: Armstrong ha vinto 7 Tour de France fra il 1999 e il 2005, che però gli vennero ritirati nel 2012 dopo che fu dimostrato il suo uso del doping. Il 17 gennaio aveva confessato – nel corso di un programma televisivo condotto da Oprah Winfrey – di aver fatto uso di diverse sostanze dopanti nel corso della sua carriera.

Per Armstrong e i componenti della U.S. Postal Service, oltre al normale allenamento, era fondamentale tenere sotto controllo il proprio ematocrito, ovvero il valore che indica la percentuale dei globuli rossi presenti nel sangue in rapporto al volume totale. Più globuli rossi si hanno nel sangue, e più si è resistenti agli sforzi: ci si può allenare di più, riposare di meno, resistere più a lungo durante le gare. Hamilton aveva un ematocrito vicino al 43 per cento, cioè simile a quello di una persona normale, poco portata insomma per gli sport che richiedono grande resistenza. Dopo tre settimane di Tour de France, il suo ematocrito avrebbe potuto abbassarsi fino al 36 per cento, il che equivaleva al sette per cento in meno di resistenza alla fatica e di potenza nelle gambe: «sarebbe stato un disastro», racconta lo stesso Hamilton.

Durante il Tour de France, la squadra di Armstrong e Hamilton teneva pronte per ogni atleta delle sacche da trasfusione: ognuna di esse conteneva un mix di sangue prelevato in precedenza dall’atleta, testosterone – un ormone maschile che facilita il recupero fisico – e eritropoietina, comunemente abbreviata EPO, un ormone naturale che controlla la produzione di globuli rossi. All’interno della squadra, l’EPO era chiamata “Edgar” (a motivo dell’assonanza con il nome del poeta Edgar Allan Poe).

Un atleta poteva iniettarsi anche 2 mila unità di EPO mischiate al proprio sangue ogni due giorni, e mantenere alto l’ematocrito. Armstrong soleva iniettarsene delle micro-dosi da 500 unità a notte, direttamente in vena, cosicché venissero smaltite più facilmente dall’organismo. Hamilton nel suo libro dice che questa procedura richiede «una mano molto ferma e molta esperienza. Una volta che avverti che la punta dell’ago ha trapassato la vena, è necessario ritrarlo di pochi millimetri, per far uscire un po’ di sangue e accertarsi di averla forata per davvero.». Hamilton ricorda anche che Armstrong «era fortunato», perchè aveva delle vene «grosse come cavi elettrici. Le mie invece erano piccole, il che voleva dire avere frequenti mal di testa».

Hamilton fu beccato – i ciclisti che conservavano un ematocrito molto alto anche dopo molti giorni di gara venivano squalificati – e fu in seguito sospeso dal ciclismo professionale. Negli anni successivi si separò dalla moglie e cominciò a soffrire di depressione. Si è sempre rifiutato di ammettere che l’EPO fosse «una droga per gente pigra che non voleva allenarsi». Scrive:

L’EPO ti dà la possibilità di soffrire di più, di spingere un po’ più in là i tuoi limiti, di allenarti e competere più duramente di quanto tu abbia mai immaginato. Premiava proprio quello in cui ero bravo: possedere una buona etica del lavoro e spingersi oltre i propri limiti. Cominciai a vedere le gare in modo diverso: non si trattava più della conseguenza del lancio di un “dado della genetica”, o di chi era più in forma quel giorno. Non dipendeva da chi eri, ma da quanto avevi lavorato sodo, e da quanto attenta e professionale era stata la tua preparazione.

Non è semplice, conclude Gladwell, accettare il pensiero degli atleti che concepiscono il doping all’interno di una visione più estesa dello sport, che comprende un grande impegno fisico per annullare uno svantaggio genetico o ambientale (il tema è discusso da alcuni anni): c’entra il fatto che con tutta probabilità negli anni non è stato così, che molti ne hanno approfittato, e che considerare Armstrong e Hamilton come due atleti che hanno semplicemente cercato di oltrepassare i propri limiti è una cosa ancora molto complicata.

«La diversità è ciò che rende gli sport così divertenti, ma porta con sé una grossa contraddizione. Vogliamo che la competizione sia giusta, e pensiamo a un sacco di regole per assicurarci che nessun atleta risulti avvantaggiato rispetto agli altri. Ma è possibile che questa diversità si realizzi in un contesto di assoluta parità di condizioni di partenza?»

nella foto, il ciclista Tyler Hamilton nel 1999: (JOEL SAGET/AFP/Getty Images)

– Luca Sofri: Nessuno è normale

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