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  • mercoledì 14 agosto 2013

Il massacro del Cairo

I militari hanno attaccato i manifestanti pro-Morsi: ci sono almeno 525 morti, il governo ha dichiarato un mese di stato d'emergenza, El Baradei si è dimesso

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Alle 6 di mattina di mercoledì 14 agosto, al Cairo, è iniziato lo sgombero dei sit-in messi in piedi lo scorso 3 luglio dai sostenitori dell’ex presidente egiziano Mohamed Morsi in due punti diversi della città, a piazza Rabaa Al-Adawiya e a piazza Nahda. Le forze di polizia sono intervenute contro i manifestanti facendo ampio uso di gas lacrimogeni: oltre ai più grandi concentramenti nelle due piazze del Cairo, le forze di sicurezza sono intervenute anche in accampamenti più piccoli in diversi quartieri della città (qui la mappa aggiornata di Al Jazeera sui sit-in al Cairo).

Gli scontri hanno finora provocato almeno 94 morti, scrive Al Jazeera, 124 secondo un corrispondente di AFP che ha contato i corpi in tre diversi obitori del Cairo, mentre per i Fratelli Musulmani, movimento politico di cui fa parte Morsi, i morti sarebbero molte centinaia e i feriti oltre diecimila. Secondo il ministro della Salute egiziano ci sarebbero invece 15 morti, di cui 5 poliziotti, e 179 feriti.

Dopo poche ore le proteste si sono diffuse in altre zone intorno al Cairo, tra cui il quartiere di Mohandessin, a Giza, a sud est della capitale. Secondo la televisione di stato egiziana, il sit-in di piazza Nahda, il più piccolo dei due, sarebbe stato già completamente sgombrato nella tarda mattinata. Alcuni giornalisti riportano però di scontri e spari sulla folla, come Kareem Fahim, reporter del New York Times.

La situazione, riportano gli inviati di diversi giornali internazionali, è diventata critica anche per i giornalisti stranieri. La giornalista del Washington Post Abigail Hauslohner ha scritto su twitter: «L’ufficiale di polizia che prima mi ha detto che lo stavo “provocando” perché stavo scrivendo sul mio taccuino, ora mi dice: “Se ti vedo di nuovo farlo ti sparo in una gamba”». Il corrispondente di Sky News ha commentato l’operazione delle forze di sicurezza al Cairo scrivendo che la violenza non sarebbe il frutto di un’azione di sgombero della folla, ma un grande assalto militare compiuto contro la popolazione civile e disarmata. Diversi siti di news hanno ripreso alcune foto fatte dal fotografo Mosa’ab Elshamy, nelle quali il Cairo sembra un vero campo di battaglia.

 

Il ministro degli Interni egiziano ha detto che circa 200 persone sono state arrestate per gli scontri – tra queste ci sono diversi leader della Fratellanza Musulmana – e ha aggiunto che la polizia è intervenuta solo con il lancio di lacrimogeni, e non ha usato una forza eccessiva per sgomberare i due sit-in. Diverse strade del Cairo sono state boccate, e tutto il traffico ferroviario è stato sospeso. Nonostante le misure preventive per evitare la diffusione delle proteste, Al Jazeera ha scritto che le manifestazioni sarebbero iniziate anche nella città di Alessandria d’Egitto.

L’agenzia di stampa ufficiale Mena ha detto che i sostenitori di Morsi hanno lanciato delle bombe molotov contro una chiesa coopta nella città di Sohag, che si trova a quasi 500 chilometri a sud del Cairo. Reuters ha riportato, citando fonti di sicurezza egiziane, che è stata colpita anche una chiesa nella città di Minya, a 300 chilometri a sud della capitale.

 

Le proteste in favore di Morsi erano iniziate il 3 luglio scorso, giorno della deposizione dell’ex presidente compiuta dall’esercito egiziano. I due sit-in dovevano essere sgomberati martedì all’alba, ma l’operazione era stata rinviata per evitare “spargimenti di sangue”. Nel frattempo Morsi si trova sotto la custodia dell’esercito dal 3 luglio scorso, in una località che non è mai stata rivelata. Anche gli scontri tra esercito e manifestanti, e tra manifestanti pro e anti Morsi, vanno avanti dal 3 luglio, e fin qui sono morte 250 persone, escluse quelle uccise negli scontri di oggi.

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