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  • venerdì 26 Luglio 2013

Le violenze domestiche negli Stati Uniti

E l'approccio "scientifico" di un centro del Massachusetts che sembra funzionare, a costo di qualche discusso intervento giuridico

di Antonio Russo – @ilmondosommerso

La prima volta che Lisa Morrison si rivolse al “Jeanne Geiger” fu parecchi anni fa, perché il marito Glenn – a cui era stato diagnosticato un disturbo post-traumatico da stress (PTSD) e che aveva iniziato a bere – la picchiava da tempo: una volta la scaraventò contro il muro davanti ai loro figli, un’altra volta la colpì a una gamba per impedirle di scappare. Nonostante le paure di Lisa per le conseguenze di un’eventuale separazione dal marito, il team di Kelly Dunne la aiutò a venir fuori dalla situazione critica e a ottenere il divorzio, due anni fa. Lisa trovò un lavoro a tempo pieno e un nuovo compagno, Thomas. Glenn – con cui Lisa era rimasta sostanzialmente in buoni rapporti – ottenne il diritto di vedere i figli nei weekend, ma cominciò a manifestare di nuovo atteggiamenti violenti quando seppe che Lisa e Thomas sarebbero presto andati a vivere insieme (con i figli di Glenn e Lisa).

Glenn cominciò ad assillare Lisa per telefono e per messaggi, Lisa smise di rispondere e Glenn prese a minacciarla, dicendole che presto sarebbe tutto finito (un giorno lasciò più di quaranta messaggi nella segreteria di Lisa). Glenn avrebbe dovuto trascorrere il weekend da solo con i bambini – come stabilito dalla sentenza di divorzio – ma Lisa era molto preoccupata, e chiese ai consulenti del “Jeanne Geiger” se c’erano le condizioni per sospendere temporaneamente i diritti di Glenn senza richiedere un’ordinanza restrittiva (la riteneva una misura troppo drastica, che avrebbe solo provocato ulteriormente la collera di Glenn). Kelly Dunne cercò di ottenere dalla polizia che inviassero di nascosto una pattuglia a sorvegliare Glenn e i bambini per tutto il weekend, ma Glenn viveva in una zona che ricadeva sotto un’altra giurisdizione. Non c’erano altre vie legali a parte l’ordinanza, e Lisa decise di rinunciare e lasciare i figli a Glenn, venerdì pomeriggio. Da sabato Glenn smise di rispondere al telefono, Lisa corse subito alla stazione di polizia e ottenne un provvedimento restrittivo nei confronti di Glenn: andò a casa di lui con gli agenti e riportò i figli a casa con sé. Qualche giorno più tardi, ricevette da Glenn numerose email che alludevano a una morte imminente, e – poiché anche le email rappresentavano una violazione dell’ordinanza – la polizia arrestò Glenn, che rimase in carcere in attesa del processo: il procuratore distrettuale si avvalse di uno strumento giuridico che nel Massachusetts si chiama dangerousness hearing, un’udienza immediata che può determinare la carcerazione preventiva dell’imputato (per alcuni versi simile a quella disposta, in particolari circostanze, dalle misure cautelari personali previste dal diritto italiano).

Glenn comparve davanti al giudice per l’udienza (dangerousness hearing) il giorno dopo l’arresto: il giudice dispose la custodia cautelare di Glenn – che in passato aveva spesso minacciato di suicidarsi – in un ospedale psichiatrico fino all’inizio del processo, che si sarebbe svolto il mese successivo. Glenn fu rilasciato dall’ospedale dopo che il giudice emanò una nuova ordinanza di restrizione da rispettare per tutto il tempo del processo, ma violò di nuovo l’ordinanza, e la corte lo condannò a diciotto mesi di carcere, poi tramutati in libertà vigilata a condizione che Glenn partecipasse a un programma di recupero (poté continuare a vedere i figli ma soltanto in presenza di una terza persona).

Il dangerousness hearing e il bracciale GPS
Il dangerousness hearing prevede che un imputato – anche senza precedenti penali – possa essere trattenuto agli arresti fino all’inizio del processo, e senza possibilità di rilascio sotto cauzione, se la sua libertà rappresenta una minaccia per qualcuno in particolare o per la comunità in genere. Secondo il New Yorker, è uno degli strumenti più efficaci a disposizione dei difensori delle vittime di violenze domestiche.

Ai tempi delle minacce di William Cotter alla moglie Dorothy il dangerousness hearing veniva richiesto raramente per casi del genere: nell’area distrettuale del “Jeanne Geiger” veniva utilizzato non più di cinque volte all’anno, mentre oggi è convocato mediamente in due casi al mese. Secondo Kelly Dunne, il tempo trascorso dall’imputato in custodia cautelare prima del processo, permette di interrompere la spirale di violenza e offre alla vittima il tempo di trasferirsi, mettere da parte qualche soldo, cercare assistenza e magari trovare un lavoro.

La carcerazione preventiva rimane una materia controversa e solleva molte questioni negli Stati Uniti (come anche in Italia): «la Costituzione non vede di buon occhio le pene inflitte per “possibili” comportamenti futuri», ha detto al New Yorker Ronald Sullivan Jr., direttore dello Harvard Criminal Justice Institute. L’uso del dangerousness hearing, inoltre, pregiudica fortemente la posizione dell’imputato nel processo, offrendo al giudice un quadro di partenza abbastanza netto e definito, prima di qualsiasi dibattimento.

Un’altra forma di limitazione della libertà personale – già introdotta da quasi tutti gli stati americani – è l’utilizzo di dispositivi GPS per tracciare gli spostamenti dei condannati in libertà vigilata nei processi che riguardano violenze domestiche. Se il potenziale aggressore entra in determinate “zone di esclusione” – che possono essere pochi isolati o anche intere circoscrizioni – viene inviato un allarme alla stazione di polizia locale e viene disposto l’arresto immediato.

I programmi di recupero per le persone violente
Il gruppo di lavoro del “Jeanne Geiger” – tramite i funzionari legali del team di Kelly Dunne – suggerisce alla corte che l’imputato, per ottenere la libertà condizionale, venga obbligato a frequentare per quaranta settimane dei gruppi specializzati nel recupero di persone violente. Solitamente i centri di recupero forniscono alla corte un rapporto mensile sugli eventuali progressi dell’imputato e sulla bontà delle sue intenzioni: «noi possiamo essere gli occhi e le orecchie della corte, e anche della vittima, che può sapere da noi se l’ex partner dà ancora a lei la colpa», ha detto al New Yorker David Adams, co-fondatore di Emerge, uno dei centri di aiuto più noti del Massachusetts.

Le strutture di recupero cercano di prevenire i maltrattamenti e le intimidazioni spingendo gli ospiti del centro a riconoscere le loro tendenze violente. Uno degli uomini obbligati dalla corte a frequentare il programma di Emerge ha detto al New Yorker: «quando ti ritrovi in una classe come quelle, non puoi mentire a te stesso sulle cose che hai fatto: la mia vita mi aveva portato a un punto in cui non potevo più continuare a dirmi che non ero poi così cattivo».

Ad Amesbury, nei dieci anni precedenti la morte di Dorothy Giunta-Cotter, almeno un omicidio all’anno era legato a episodi di violenza domestica; dal 2005 – l’anno in cui Kelly Dunne cambiò l’approccio del suo centro di assistenza e formò il gruppo di lavoro speciale insieme ai pubblici ufficiali dei vari dipartimenti del distretto – nessun episodio di violenza domestica ad Amesbury si è più concluso con un omicidio.

(AP Photo/The St. Joseph News-Press, Sait Serkan Gurbuz)

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