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  • venerdì 26 Luglio 2013

Le violenze domestiche negli Stati Uniti

E l'approccio "scientifico" di un centro del Massachusetts che sembra funzionare, a costo di qualche discusso intervento giuridico

di Antonio Russo – @ilmondosommerso

Dunne cita spesso la storia di Dorothy Giunta-Cotter come uno spartiacque che cambiò radicalmente l’approccio del suo team ai casi di violenza domestica: dal 2005 il centro cominciò a impegnarsi non solo ad assistere le vittime ma anche – lavorando con la polizia e gli organi giurisdizionali – a cercare di prevenire gli omicidi domestici adottando un modello predittivo, sviluppato a partire da un questionario. Secondo Dunne, la storia di Dorothy si concluse tragicamente sebbene Dorothy avesse fatto ricorso a tutti i mezzi e gli aiuti disponibili, e sebbene non ci fossero state inadempienze formali da parte delle autorità coinvolte nella vicenda: tutti avevano fatto tutto quello che potevano, e bene, ma non era bastato a evitare che andasse a finire così.

I rifugi per le vittime di violenze domestiche
Nel caso di Dorothy Giunta-Cotter, secondo Kelly Dunne, il rischio che la situazione potesse volgere al peggio si presentò quando Dorothy, dopo l’immediata scarcerazione del marito, rifiutò la proposta del “Jeanne Geiger” di lasciare di nuovo casa e trasferirsi con le due figlie in un’abitazione di ricovero. La maggior parte dei rifugi di questo tipo, nel Massachusetts, sono delle case che le donne vittime di violenze domestiche condividono con altre cinque o sei famiglie. Fino a dieci anni fa, le donne potevano portare con sé soltanto i loro figli minori di 12 anni, e gli animali domestici non erano ammessi, mentre successivamente si è deciso che possano portare anche i loro figli adolescenti e tenere un animale. Alcuni centri permettono le visite di amici e parenti a casa, altri no, per ridurre il rischio che il potenziale aggressore possa venire a conoscenza del luogo in cui si trova l’ex compagna.

Fin dagli anni Settanta, negli Stati Uniti, l’ospitalità in strutture di rifugio segrete è stata considerata a lungo il modo migliore per proteggere in tempi rapidi le donne vittime di violenza domestica, quando le vie legali si dimostrano insufficienti o intempestive. Spesso però si sottovalutano le ripercussioni che questa soluzione – per quanto provvisoria – comporta nella vita delle donne: rifugiarsi può spesso voler dire lasciare il lavoro, ritirare i bambini da scuola, non avere contatti con familiari e amici, e in genere dover rinunciare a tutti quei tragitti e luoghi quotidiani noti al partner.

Secondo Kelly Dunne, i rifugi hanno contribuito a salvare molte vite ma recano inevitabili disagi alle vittime, e scaricano il peso del cambiamento sulle loro spalle, non su quelle dei loro persecutori. Per questo motivo – dal caso di Dorothy Giunta-Cotter in poi – Dunne ha spesso criticato il modello della casa-rifugio, attirandosi le critiche di una parte ancora consistente dell’opinione pubblica (che invece lo ritiene un buon approccio al problema).

Il nuovo approccio e il modello predittivo
Il “Jeanne Geiger” ha da tempo adottato un modello di prevenzione elaborato a partire dalle ricerche di Jacquelyn Campbell, che insegna alla scuola infermieristica della Johns Hopkins University di Baltimora, nel Maryland, ed è una delle maggiori esperte nazionali di omicidi in ambito domestico. Negli anni Ottanta, per la sua tesi di dottorato, Campbell intervistò duemila vittime di violenza domestica a Dayton (Ohio), a Detroit (Michigan) e a Rochester (New York), e –nel tentativo di individuare degli elementi ricorrenti – studiò molti rapporti stesi dalla polizia in casi di omicidi compiuti dal partner della vittima.

Campbell scoprì che la metà delle vittime aveva cercato aiuto rivolgendosi alla polizia almeno una volta, e che nei casi di omicidio l’indicatore più frequente era la presenza di violenze fisiche precedenti. Il rischio di omicidio cresceva quando la vittima cercava di abbandonare il partner o quando si verificava un cambiamento importante nella vita della coppia (una gravidanza o un nuovo lavoro); nei casi di separazione, il pericolo rimaneva alto nei primi tre mesi, si abbassava leggermente nei successivi nove, e calava significativamente dopo un anno. Campbell identificò quindi venti fattori di rischio, alcuni prevedibili e scontati (possesso di armi da fuoco, uso di sostanze stupefacenti), e altri meno scontati: rilevò ad esempio che la disoccupazione cronica del persecutore (non la povertà) era un fattore di rischio, così come le minacce di morte e gli abusi sessuali.

A partire da questi studi, il “Jeanne Geiger” e altre strutture di assistenza e protezione delle vittime di violenze domestiche adottarono un questionario elaborato da Jacquelyn Campbell, dalle cui risposte è possibile estrarre un coefficiente di probabilità: da 20 a 18 risposte positive al questionario indicano una probabilità molto elevata che si verifichi un omicidio, da 17 a 14 un rischio grave, da 13 a 8 un rischio importante, e meno di 8 indicano un rischio variabile. Se il questionario fosse stato utilizzato al “Jeanne Geiger” già dal 2002 – ha detto Kelly Dunne al New Yorker – Dorothy Giunta-Cotter avrebbe dato 18 risposte affermative.

Oggi, nel Massachusetts, le risposte al questionario vengono regolarmente trasmesse ai diversi dipartimenti e condivise dai pubblici ufficiali che si occupano del caso specifico di violenza domestica, compresi gli agenti di polizia, i procuratori distrettuali e i giudici (fin dall’udienza preliminare).

Il questionario di valutazione del pericolo (di Jacquelyn Campbell, 2004)

1. Le violenze fisiche sono aumentate – nel numero o nella gravità – nell’ultimo anno?
2. Lui possiede un’arma da fuoco?
3. Lo hai mai lasciato nell’ultimo anno vissuto insieme?
4. È disoccupato?
5. Ha mai usato un’arma contro di te o ti ha mai minacciata con un’arma letale? In questo caso, era un’arma da fuoco?
6. Ha minacciato di ucciderti?
7. Ha evitato in passato un arresto per violenza domestica?
8. Hai un figlio non suo?
9. Ti hai mai forzata a fare sesso con lui?
10. Ha mai tentato di strangolarti?
11. Fa uso di sostanze stupefacenti illegali (anfetamine, metanfetamine, speed, fenciclidina, cocaina, crack)?
12. È un alcolista o ha problemi con l’alcool?
13. Controlla la maggior parte delle tue attività quotidiane? Per esempio, ti dice chi può esserti amico e chi no, quando puoi vedere la tua famiglia, quanto denaro puoi spendere o quando puoi prendere la macchina?
14. È costantemente e violentemente geloso di te? Per esempio, ti dice cose come «se non posso averti io, non può averti nessuno»?
15. Sei mai stata picchiata da lui quando eri incinta?
16. Ha mai tentato di suicidarsi o minacciato di farlo?
17. Ha mai minacciato di fare del male ai tuoi figli?
18. Lo ritieni capace di ucciderti?
19. Ti segue o ti spia, ti lascia messaggi di minacce, distrugge le tue cose o ti chiama quando tu non vuoi che ti chiami?
20. Hai mai tentato di suicidarti o minacciato di farlo?

Il caso di Lisa Morrison
Il New Yorker ha raccontato anche la storia di una donna che ha chiesto aiuto al “Jeanne Geiger” più volte negli ultimi anni, e che rappresenta bene uno dei tanti casi problematici che Dunne e i colleghi hanno cercato di risolvere facendo tesoro dell’esperienza ricavata dal caso tragico di Dorothy Giunta-Cotter (Lisa Morrison è un nome fittizio, così come quello del suo ex marito, Glenn).

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