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  • venerdì 26 Luglio 2013

Le violenze domestiche negli Stati Uniti

E l'approccio "scientifico" di un centro del Massachusetts che sembra funzionare, a costo di qualche discusso intervento giuridico

di Antonio Russo – @ilmondosommerso

Il 26 marzo 2002, cinque giorni dopo esser stato rilasciato, Cotter si presentò di nuovo a casa di Dorothy, stavolta armato di uno spray al peperoncino, manette, un fucile a canne mozze e una cartucciera. Kristen aprì la porta al padre (Kaitlyn, la figlia più grande, era a casa di amici), Cotter la spinse via, si diresse verso la camera da letto di Dorothy, buttò giù la porta e trascinò la moglie fuori dalla stanza. Kaitlyn corse a nascondersi al piano di sopra e telefonò a un vicino di casa, che chiamò il 911 (il numero per le emergenze negli Stati Uniti). La polizia arrivò pochi minuti più tardi e circondò la casa: un’operatrice telefonò a casa di Dorothy per parlare con Kristen e confermare l’arrivo degli agenti, ma la telefonata fu presa prima da Kristen e poi subito da Cotter, dal telefono del piano di sotto.

Operatrice: «Pronto? Signor Cotter? In questo momento ha un’arma?».
Cotter: «Sì».
Operatrice: «Ok, signore, ci sono degli agenti posizionati all’esterno della casa. Può mettere l’arma a terra?»
Cotter: «No, no, devo parlare con Dorothy, devo parlare con Dorothy, ok?».
Operatrice: «Capisco, signore, ma mi ascolti…».
Cotter: «Se sfondano la porta qualcuno si farà molto male, intesi?».Operatrice: «Esattamente, signore, esattamen…».
Cotter: «Diteglielo!».
Operatrice: «Glielo dirò, signore…»
(urla)
Operatrice: «Pronto? Pronto?»
(urla) (spari)

L’agente David Noyes sentì le urla e corse verso l’ingresso della casa: sentì Dorothy urlare e trafficare alla porta, tentando di aprirla. Quando Noyes riuscì a sfondarla, Cotter sparò a distanza ravvicinata e il corpo di Dorothy cadde ai piedi di Noyes, che rimase accecato dal colpo per qualche secondo. Cotter ricaricò subito l’arma e si sparò.

Kristen rimase tutto il tempo al piano di sopra, nascosta sotto il letto, col telefono all’orecchio. Dorothy Giunta-Cotter aveva 35 anni.

Il centro di assistenza “Jeanne Geiger”
Kelly Dunne è la direttrice operativa del centro “Jeanne Geiger” di Amesbury, la struttura a circa un’ora di macchina da Boston, che accoglie le vittime di violenze domestiche e offre loro assistenza economica e consulenza legale per ottenere e affrontare l’allontanamento dal partner violento. Per garantire la sicurezza degli ospiti e degli impiegati sull’edificio della sede non c’è nessuna insegna. Di fianco alla reception, racconta l’articolo del New Yorker, c’è una stanza dei giochi per i bambini, e nella sala d’attesa ci sono spazzolini da denti, vestiti di seconda mano, scatole di Kleenex e libri di sostegno psicologico.

Il centro lavora in coordinamento con le stazioni di polizia locali, i tribunali e gli ospedali, ed è finanziato da contributi statali, donazioni private e raccolte fondi: ad autunno del 2012 ha ricevuto 450 mila dollari dal Dipartimento di Giustizia di Washington per promuovere e diffondere il proprio modello in altre città del Massachusetts. In più occasioni il tipo di lavoro svolto dal team di Kelly Dunne è stato pubblicamente apprezzato e sostenuto dall’amministrazione Obama e in particolare dal vicepresidente Joe Biden, molto attento al fenomeno della violenza domestica (il Violence Against Women Act – la legge federale approvata nel 1994 in difesa delle donne vittime di violenze – fu redatto dall’ufficio del vicepresidente Biden, allora senatore del Delaware).

Dunne ha iniziato a lavorare come volontaria al “Jeanne Geiger” subito dopo il college, nel 1997, e ricorda che quando arrivò in ufficio il primo giorno c’erano già cinque donne in attesa: una di loro era stata chiusa dal marito nel seminterrato per tutto il weekend. Secondo Dunne, l’incidenza della violenza domestica è dovuta almeno in parte a una generale sottovalutazione del fenomeno e a una profonda disinformazione sulle dinamiche dei rapporti violenti: spesso si ritiene che la vittima incentivi gli abusi con i suoi comportamenti, o che potrebbe abbandonare il partner senza difficoltà se veramente lo volesse e ritenesse insostenibile la situazione in casa. L’altro grave errore è supporre che alla scadenza dei provvedimenti restrittivi nei confronti del partner le cose si siano sistemate da sole nel frattempo: «invece è esattamente il contrario», ha detto Dunne al New Yorker.

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