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Di guerre e giornalismo, nel 2013

Francesca Borri, freelance in Siria, racconta le fatiche dei rapporti con le redazioni italiane, le competizioni con i colleghi, e soprattutto la guerra

di Francesca Borri

E poi sei donna: e ti chiedono sempre di scrivere di donne. E d’accordo quella volta che non avevo il velo sotto l’elmetto, e nel rifugio erano tutti uomini e mi hanno lasciato sotto i mortai: e infatti è il mio pezzo più citato: ma onestamente è stata una volta sola, mentre gli altri giornalisti: e perché sono tutti maschi, onestamente, e sono loro a ripeterti che non sei abbastanza coperta, e non ti siedi in modo abbastanza decente, e non guardi in modo abbastanza umile, e non sei abbastanza rispettosa della cultura locale, e e e – e anche se loro poi non hanno mai aperto un Corano. E indipendentemente dal velo, comunque: l’altra sera: bombardavano tutto, e io stavo lì in un angolo con quest’aria che che altra aria puoi avere? se forse tra un minuto muori, e un altro giornalista se ne viene, mi squadra, mi fa: questo non è un posto per donne – e a uno così, ma che vuoi dirgli?, idiota: questo non è un posto per nessuno. Perché onestamente è solo segno di sanità mentale, se ho paura, perché Aleppo è tutta cordite e testosterone, e poi sono tutti traumatizzati, Henri che non parla che di guerra, Ryan strafatto di anfetamine, e però a ogni bambino squarciato vengono solo da te e ti domandano: come stai?, perché tu sei femmina e fragile, e a te verrebbe da rispondere: sto come stai tu – e perché le volte che ho un’aria ferita, in realtà, sono le volte che mi difendo, tirando fuori ogni emozione ogni sentimento: sono le volte che mi salvo.

Perché poi uno pensa: la Siria. E invece è un manicomio. Il ragazzo italiano che non trovava lavoro e ora combatte con al Qaeda e la madre è qui a inseguirlo per Aleppo per prenderlo a padellate, il turista giapponese che sta al fronte, e sta veramente qui in vacanza, dice che ha bisogno di due settimane di adrenalina, il neolaureato svedese in giurisprudenza che è venuto a raccogliere prove sui crimini di guerra e Damasco voleva andarci in autostop: o i musicisti americani con le barbe da bin Laden, che dicono che così sembrano siriani, anche se sono biondi e alti due metri, e hanno portato medicine per la malaria anche se qui la malaria mica c’è: e vogliono distribuirle suonando, tipo pifferaio magico – e per non dire i vari funzionari di Onu sparse, che tu gli dici: c’è un bambino con la lesmaniosi, possiamo curarlo in Turchia? no non possiamo, si scusa la mail: è un bambino specifico, e noi possiamo occuparci solo dell’infanzia in generale.

E perché poi anche noi: perché sei un giornalista di guerra, e alla fine stai sempre un metro sopra gli altri, no?, con quest’aura dell’eroe tu che rischi la vita per dare voce ai senza voce, e hai visto cose che gli altri non hanno mai visto, e sei una miniera di aneddoti, a cena, sei l’ospite figo ed è una gara per averti, e – e invece poi arrivi, e scopri approssimazione ovunque e questo mantra: it’s a secret, it’s a secret, perché invece di fare rete tra noi, di fare muro, fare sindacato, siamo i nostri primi nemici, e la ragione dei 70 dollari a pezzo non è che mancano le risorse, perché poi le risorse per il pezzo sulle amiche di Berlusconi si trovano sempre: la ragione vera è che chiedi 100 dollari e un altro è pronto a vendere a 70: ed è la concorrenza più feroce, tra noi, zero collaborazione, zero aiuto – come Beatriz, oggi, che per essere la sola a scrivere del corteo mi indica la strada sbagliata, e mi fa infilare tra i cecchini: cioè: tra i cecchini: per un corteo come mille altri.

Perché poi diciamo di essere qui come Romenzi, qui perché un giorno nessuno possa rispondere: ma io non sapevo, e invece siamo qui solo per vincere un premio, per avere infine due righe dal direttore: avere spazio, con tutti questi fotografi che inseguono il singolo scatto, e non gli importa niente della continuità, della completezza della narrazione: del ritratto di insieme – e i fotografi solo perché i writers sono quasi tutti in Turchia: raccontano quello che gli raccontano i fotografi. E siamo qui a intralciarci da soli come se avessimo tra le mani il pezzo da Pulitzer: e invece non abbiamo proprio niente, stretti tra il regime che ti rilascia il visto solo se sei contro i ribelli e i ribelli che non è che sei libero, con loro, vedi solo quello che vogliono che tu veda, esattamente come con il regime – e la verità è che siamo un fallimento, i lettori che a stento ricordano dove sta Damasco, dopo due anni, e il mondo che della Siria dice di istinto: quel casino della Siria, perché della Siria non si capisce niente, solo sangue, sangue sangue ed è per questo che i siriani la verità è che ci detestano, come l’ultima foto, quel bambino con sigaretta e kalashnikov, un bambino di sette anni, ed è ovvio che la foto è costruita, e però è su tutti i giornali, adesso, e tutti a strillare: che barbari questi siriani, che barbari questi arabi, e all’inizio mi fermavano, mi dicevano grazie, grazie che mostri al mondo i crimini di Assad, oggi uno mi ha fermato, mi ha detto: Vergognati.

Ma perché poi: io per prima. Ma perché se davvero avessi capito qualcosa, di questa guerra, non avrei avuto paura di amare, paura di osare, nella vita, se solo davvero avessi capito qualcosa, della Siria, di questa vita che forse tra un minuto finisce, e invece di essere qui, adesso, stretta al muro in quest’angolo rancido e buio, a rimpiangere disperata tutto quello che non ho avuto il coraggio di dire, ora che è tardi, è tardi per tutto, e come ho potuto perdere quanto di più bello avevo? – e perché è questa l’unica cosa da raccontare, di una guerra, il solo pezzo che davvero avrei dovuto scrivere, ora che è tardi, invece che distrarmi tra ribelli lealisti, sunniti, sciiti, l’unica cosa da capire: la storia che mi è rimasta impigliata tra le dita: voi che potete, voi che domani siete vivi, ma che state aspettando? perché non amate abbastanza?, l’unica cosa da scrivere, da queste macerie, se solo davvero avessi capito qualcosa: voi che avete tutto, ma perché avete così paura?

(foto Stanley Greene ©Noorimages)

Francesca Borri fa la giornalista freelance: «Ho trent’anni, una laurea a Firenze in Politica Europea, un master in Human Rights al Sant’Anna di Pisa e una seconda laurea in Filosofia del Diritto, sempre a Firenze. Ho pubblicato due libri, uno sul Kosovo, uno su Israele e Palestina». Il suo account su Twitter è @francescaborri. Una traduzione in inglese di questo articolo è uscita sul sito della Columbia Journalism Review, questo è il testo originale in italiano.

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