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  • mercoledì 10 luglio 2013

Lo sbarco in Sicilia, 70 anni fa

Le foto e la storia di uno dei più grandi sbarchi militari della storia, che ottenne un obiettivo diverso da quello progettato (che invece fu mancato)

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

Gli americani erano quasi tutti scesi con i paracadute. Buona parte degli inglesi, invece, arrivò in Sicilia a bordo di alianti. Si trattava di aerei senza motore in grado di trasportare 20 o 30 soldati, ma anche jeep e piccoli cannoni. Venivano rimorchiati da altri aerei fino a poca distanza dal bersaglio, venivano sganciati e quindi planavano silenziosamente fino alle zone di atterraggio. Era un ottimo sistema per attaccare di sorpresa obiettivi sensibili, come per esempio un ponte: non c’era il rischio di avvertire il nemico con il rombo delle eliche e i soldati non restavano indifesi, per minuti interi, a penzolare in aria attaccati ai paracadute. Ma un aliante era anche un mezzo di trasporto particolarmente pericoloso: una volta sganciato poteva soltanto planare fino al suo obiettivo, senza poter tornare indietro o cambiare rotta. Inoltre prendere terra non era facile: l’atterraggio non era altro che uno schianto controllato, quello che un aereo normale chiamerebbe “atterraggio di emergenza”.

Quello in Sicilia fu uno dei più tragici lanci di alianti della storia. A causa del forte vento, soltanto 12 su 147 atterrarono sull’obiettivo. Altri 69, sganciati troppo presto dai rimorchi, si schiantarono in mare, facendo affogare più di 250 soldati. Il resto atterrò in un raggio di 40 chilometri dall’obiettivo – Ponte Grande sul fiume Anape, sulla strada per Siracusa. Soltanto pochi paracadutisti riuscirono a raggiungere il ponte. All’una di notte sorpresero la guarnigione italiana – come molte delle forze schierate vicino alla costa, era formata da soldati anziani o invalidi – e rimossero le cariche esplosive che servivano a distruggerlo. Alle 10 di mattina, i paracadutisti attendevano i primi rinforzi provenienti dalle spiagge che sarebbero dovuti arrivare a dargli il cambio, ma ancora alle 11 non si vedeva nessuno. Dopo un’altra mezz’ora, al posto dei fanti inglesi arrivarono gli italiani.

Le spiagge inglesi
Mentre i paracadutisti inglesi e americani lottavano contro le raffiche di vento o si tenevano stretti alle cinture di sicurezza dei loro alianti in fase di atterraggio, a poche miglia dalla costa una grande armata si preparava allo sbarco. Erano raggruppate 2.509 navi, pronte a sbarcare 180 mila soldati soltanto nella prima giornata. Per fare un confronto, l’anno dopo durante lo sbarco in Normandia, il primo giorno scesero dalle navi circa 160 mila uomini (anche se vennero impegnate molte più navi, aerei e carri armati).

A mezzanotte i primi soldati cominciarono a scendere dalle grandi navi da trasporto nei piccoli mezzi da sbarco che li avrebbero portati sulle spiagge. Per alcuni soldati fu quella l’esperienza più spaventosa della giornata: scendere lungo una rete di corda stesa lungo la fiancata alta diversi metri di una nave, fino nel piccolo mezzo da sbarco, sballottato dal mare mosso.

A est gli inglesi e i canadesi non incontrarono grandi difficoltà nello sbarco. Le divisioni italiane a guardia dell’entroterra non opposero resistenza. Alcuni soldati scrissero che gli italiani raggiungevano le linee alleate per arrendersi «festosamente», cantando canzoni e riempiendo l’aria di risate. Questo clima si ripeté per buona parte della campagna e un generale tedesco scrisse: «Gli italiani, in pratica, non hanno mai combattuto e probabilmente non combatteranno mai».

Ma era accaduto qualcos’altro che si stava rivelando molto pericoloso per i paracadutisti inglesi che erano riusciti a conquistare Ponte Grande. Il forte vento e l’inesperienza degli equipaggi aveva sparso le divisioni inglesi e canadesi nei punti sbagliati. I comandanti si trovarono di fronte i battaglioni al comando di qualcun’altro, l’artiglieria prese terra lontano dalle munizioni e il carburante arrivò ai settori che ancora non avevano ricevuto i veicoli. Ma il caos e il ritardo accumulato da inglesi e canadesi, per quanto stessero mettendo in difficoltà i paracadutisti, si rivelarono meno peggio di quello che stava accadendo agli americani, a Gela.

Le spiagge americane
A ovest, nel settore americano le cose andarono diversamente. Nemmeno un paracadutista era riuscito ad arrivare a Gela, dove avrebbero dovuto conquistare degli obbiettivi strategici. Inoltre la guarnigione italiana, rinforzata da alcuni soldati tedeschi, era già in allerta. I primi soldati sbarcarono a terra alle 2 e 45, nel buio assoluto dopo che i riflettori italiani erano stati distrutti. Senza grandi difficoltà gli americani conquistarono Gela, ma non riuscirono a spingersi fuori dalla città: sulle colline c’erano moltissimi soldati italiani e non sembravano intenzionati ad arrendersi.

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