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  • giovedì 4 Luglio 2013

Le violenze sulle donne in piazza Tahrir

Sono state un centinaio solo negli ultimi giorni e non sono una novità: nessuno è stato punito, le autorità sono indifferenti e in certi casi anche complici

di Giulia Siviero – @glsiviero

Per Mubarak – dal punto di vista comunicativo un perfetto esempio di “machismo” – le politiche di sostegno alla condizione femminile furono importanti soprattutto per mantenere buoni rapporti con l’Occidente: sua moglie Suzanne diede la spinta finale all’approvazione di una legge che vietava la mutilazione genitale femminile (che è però ancora ampiamente praticata, con la complicità di molti medici), e grazie al suo intervento anche le donne in Egitto oggi possono diventare giudici. Nel 2009 il parlamento egiziano approvò una legge che riservava 64 posti sui 518 nell’Assemblea del Popolo alle donne. Al di là dei riconoscimenti istituzionali, però, fu durante la presidenza di Mubarak che si verificarono i primi gravi episodi di violenza pubblica contro le donne. Il 25 maggio 2005 le donne che protestavano contro un emendamento costituzionale che avrebbe garantito la successione del figlio di Mubarak alla presidenza vennero sessualmente molestate.

La Primavera araba e le donne
Durante la cosiddetta Primavera araba il ruolo delle donne fu fondamentale anche in Egitto, nei mesi della rivoluzione che portò alla caduta del regime di Mubarak. Da lì in poi, però, la loro posizione nelle rivolte è stata meno chiara.

Molte attiviste sono state invitate a tornare a casa e lasciare le piazze agli uomini. L’uso della violenza da parte dei militari e della polizia è diventato frequentissimo e a tratti sistematico. Tra marzo e aprile del 2011 molte donne arrestate durante le manifestazioni sono state accusate di prostituzione, sottoposte a pestaggi e a “controlli della verginità”, denunciati e rimasti impuniti. Ufficialmente i militari hanno sempre negato di praticare i “test” ma un generale egiziano ha ammesso alla CNN che i “test della verginità” erano un mezzo “per dimostrare che i militari non avevano violentato queste donne” durante la loro detenzione. In alcuni casi le aggressioni hanno riguardato giornaliste straniereLara Logan, inviata del network televisivo statunitense CBS, Caroline Sinz, della tv francese France3, e Sonia Dridi, corrispondente dall’Egitto dell’emittente France24.

A quel periodo risale il caso di una manifestante che fu ripresa e fotografata mentre veniva selvaggiamente aggredita da alcuni poliziotti in divisa. L’episodio restò nella memoria di molti perché la ragazza, che inizialmente era completamente coperta dal velo e una lunga tunica (abaya), durante le percosse venne quasi spogliata scoprendo il reggiseno blu che indossava. Da allora il reggiseno blu è diventato un simbolo della violenza delle forze di sicurezza sulle manifestanti e attiviste, e infatti appare in molti graffiti.

Dopo l’elezione del presidente islamista Mohamed Morsi, le aggressioni contro le donne sono proseguite con intensità e frequenza tale da confermare i sospetti di chi pensa si tratti di una vera e propria strategia di allontanamento e umiliazione. Alcune attiviste, come per esempio la blogger Dalia Ziada, hanno detto che la situazione delle donne era migliore durante il regime di Mubarak: «Non la migliore possibile, ma comunque migliore di quella attuale, perché c’era uno Stato che sosteneva i loro diritti». Prima di quelle di questi ultimi giorni, violenze contro le donne sono state documentate durante le proteste del novembre del 2012, durante quelle del dicembre del 2012 in occasione delle rivolte contro la nuova Costituzione e, ancora, nel corso delle manifestazioni che hanno segnato il secondo anniversario della rivoluzione del 25 gennaio 2013, quando sono stati documentati 19 casi di stupri di gruppo e violenza sessuale in piazza Tahrir e nelle sue vicinanze.

Gruppi di scorta
Dopo l’aumento delle violenze, l’impunità degli aggressori e l’indifferenza delle istituzioni, sono nate in Egitto una serie di associazioni di volontari con l’obiettivo preciso di aiutare le donne durante le manifestazioni di piazza. Forniscono una vera e propria protezione organizzata e un supporto psicologico alle vittime delle violenze. Nelle proteste degli ultimi giorni hanno individuato ed evitato almeno 31 aggressioni.

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