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  • martedì 2 Luglio 2013

Sprecarsi a Livorno

E altre meraviglie e trappole della città, nel nuovo libro di Simone Lenzi

di Simone Lenzi

In attesa di trasferirmi sul lungomare, continuo a portare fuori il cane, in giro per la piazza.
Ora, da fuori, posso descrivere il recinto come un quadrilatero di circa cinquanta metri per cinquanta, delimitato da una cancellata verde, con al centro una palma. Sotto la palma, una panchina.
Ci sono stati anche periodi felici là dentro. Ad esempio l’estate del 2009.
La padrona di Luna e il suo fidanzato avevano portato un tavolino di plastica trovato ai cassonetti. Qualcuno aveva aggiunto qualche sedia. La sera ci ritrovavamo a veglia nel recinto. Chi portava un dolce, chi una bottiglia di vino.
Una piccola comunità che si era creata dal nulla.
Stavamo lì fin verso le una di notte, a far giocare i cani e a chiacchierare di questo e quello. Veniva anche il Maggiore, che ci raccontava di quanto sia affascinante tuffarsi con la maschera nel reef corallino, e già che c’era, raccoglieva anche qualche cartaccia. Veniva la padrona di Luna con il fidanzato che ci metteva sempre al corrente di come era andato in bagno la mattina, la padrona di Snoopy con il marito che era un esperto di malattie delle piante e ci aggiornava sullo stato di salute della nostra palma, dopo che ne avevano abbattuta una secolare, altissima, proprio davanti a casa mia, e si temeva l’invasione di un parassita.

The palm at the end of the mind
(La palma alla fine della mente)

È il primo verso di una enigmatica poesia di Wallace Stevens che si intitola Of Mere Being, difficilmente traducibile: mere vale come puro, ma anche come semplice, e mind non è solo mente, perché rappresenta anche lo stato pensante della mente stessa. Per farla breve, comunque, per Stevens alla fine della mente c’è una palma, e questa palma è il puro e semplice essere, dove un uccello dalle piume d’oro canta, senza significato umano, senza umano sentire, una canzone straniera.
Nel tempo che è seguito ho forse udito questo canto levarsi fra le fronde della palma, nel recinto dei cani. Specialmente l’anno dopo, alla fine del sussidio di disoccupazione, alla fine della mente disoccupata.
Più spesso ho visto però i tarponi, cioè le pantegane, che salivano e scendevano su per il tronco, in mezzo a quell’oasi di pace che quando piove si riempie di pozze, e i cani, dispettosamente, ci si rotolano dentro.
Passavamo lì le serate, dicevo. A volte si portavano anche le carte. Fuori, sotto il lampione, A. smerciava con discrezione.
Una volta che due marocchini ubriachi facevano troppo chiasso, A. si era fatto sotto a muso duro, con il cane ringhiante a seguito.
Oh ma dove credete di esse’ eh! No voglio casini! Fuori da’ coglioni.
E aveva fatto il gesto di alzare il guinzaglio di cuoio in aria, come fosse una frusta.
Quelli si erano messi subito in riga, avevano chiesto scusa, e se ne erano andati.
A. mi aveva poi detto di quanto lo facessero arrabbiare quelli che attaccano briga e fanno baccano dove lui lavora.
Guarda… mi so’ dovuto fermare perché sennò poi faccio cazzate e dopo viene sogno proibito!

Con sogno proibito, espressione che gli avevo sentito usare altre volte, credo intendesse un’azione irreparabile e delittuosa per la quale si è destinati a provare rimorso in forma di incubo ricorrente.
Così le ore trascorrevano tranquille, sotto l’occhio di questi uomini d’ordine.
Ma i cani a volte si mettevano ad abbaiare, per i motivi assurdi per cui abbaiano di solito i cani: uno che passa in bicicletta, una tizia con l’ombrello, un altro cane che li sfida da fuori, cose così. Alcuni abitanti allora telefonarono ai vigili e il recinto venne sgombrato dagli arredi posticci che vi avevamo collocato.
La piazza fu restituita al suo decoro, e noi alle nostre case, a morir di caldo nelle sere afose di luglio.
A. invece rimase. Da quel momento il recinto divenne il suo vero e proprio ufficio. Con l’arrivo dell’inverno prese anche a riscaldarlo con bracieri di fortuna, e arruolò altri due cani. Certi suoi amici poi dipinsero di blu i vetri dei lampioni circostanti, in modo da oscurare l’area. Il Maggiore cominciò a mutare opinione su di lui.
Rimase anche la palma, naturalmente. Anche quella, come tutti gli alberi della piazza, reca appesa sul tronco una placchetta metallica con il numero di identificazione.
Alla fine della mente c’era e c’è ancora la palma numero 3097, così come è stata identificata nell’inventario del patrimonio arboreo comunale.
Di notte, quando intorno è silenzio, chi cammina per i vialetti può sentire distintamente il tintinnare delle placchette che sbattono sulle cortecce. Come se il libeccio, passando, elencasse gli alberi chiamandoli all’appello, e questi rispondessero bisbigliando la loro paziente presenza.

È difficile dire esattamente cosa ci trattenga nel recinto. O cosa, una volta che ne siamo usciti, ci faccia provare nostalgia per quel luogo.
Sia che i nostri desideri siano chimere o progetti ragionevoli, che siano sogni condivisibili o sogni proibiti che torneranno a toglierci il sonno, è difficile dire cosa sia mai questa indolenza che ci invita a non realizzare mai niente, a lasciar perdere.
Cosa ci spinge allo scialo, allo spreco di tutto anche se abbiamo poco. Qualcosa che forse accomuna tutte le città di mare, ma che pure ciascuna declina a modo suo.
Come quando Virzì ci racconta di quell’ovosodo che rimane in gola e non va né su né giù. Un groppo. Una voglia di piangere di nascosto e senza lacrime. Ecco, una voglia di piangersi dentro che non ha sfogo. Una rabbia disarmata per cui alla fine ti viene da ridere. E così ridiamo sempre di tutto.
Te ne accorgi quando ci sei, e perdi continuamente il filo di quello che vorresti fosse il tuo futuro, ma lo senti ancora più forte quando ti allontani e gli occhi degli altri ti riportano a considerare il punto da cui sei partito, che per me è questa palma alla fine della mente.
Come quando vai a Milano e trovi l’ennesimo qualcuno (più spesso una donna) che ti dice Ah ma sei toscano! Che simpatico… dimmi un po’ qualcosa…, e si aspetta la hoha hola hon la hannuccia etc. E tu vorresti rispondere che si sbaglia, che non sei toscano in quel senso lì, ammesso che poi sia giusto quel senso lì che pensano loro. Vorresti dirgli che intanto i toscani non sono tutti simpatici, che pensassero al mostro di Firenze, ad esempio, o alle peggiori squadracce fasciste che venivano da queste terre, o anche alle efferatezze dei briganti maremmani o ai torbidi romanzi di Tozzi, tanto per dire le prime cose che mi vengono in mente, e che, comunque, tu non sei mica Pieraccioni, e non c’entri nulla con i filari di cipressi, l’olio bono, i saggi e simpatici vecchietti che giocano a carte in paese. No. Tu sei di Livorno, che è un’altra cosa, magari peggiore, ma diversa. E siccome sei livornese non dici la hoha hola hon la hannuccia, perché da noi non aspiriamo la c. Non ce l’abbiamo la cosiddetta gorgia fiorentina, mi dispiace. Da noi la c la tagliamo proprio, di netto. Senza aspirazioni. Ecco, siamo gente senza aspirazioni, mettiamola così.
È difficile dire esattamente cosa sia questa cosa che ci trattiene dall’averne e ci rinchiude nel recinto dei cani, per il quale vale in fondo lo stesso principio di indeterminazione che vale per tante altre cose. Che se ci stai dentro non puoi parlarne, perché ne fai parte e il tuo esserci lo modifica. Ma se ne esci, come fai a descriverlo?

 

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