• Cultura
  • mercoledì 26 Giugno 2013

“Ich bin ein Berliner”

La storia del famoso discorso di John Fitzgerald Kennedy a Berlino, esattamente 50 anni fa (e la questione del bombolone)

Fechter tentò di scavalcare il Muro in pieno giorno, fu individuato e ferito dalla polizia della Germania est. Restò ferito ai piedi del muro, davanti a centinaia di testimoni occidentali, tra cui anche molti giornalisti, e dopo un’ora morì dissanguato. Il suo corpo fu prelevato dalla polizia orientale soltanto dopo ottanta minuti. In molti all’epoca della costruzione avevano accusato le potenze occidentali di non aver reagito con abbastanza forza alla costruzione del Muro, e l’incidente causò molte manifestazioni di protesta a Berlino ovest e rinnovò le critiche agli Stati Uniti per non aver reagito con abbastanza durezza.

Il discorso di Kennedy
Il discorso che lo staff preparò per Kennedy era prudente e in linea con il clima di distensione che stava cominciando ad aleggiare nelle trattative tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Non è chiaro se nella sua prima versione contenesse già la frase “Ich bin ein Berliner“. Alcuni collaboratori dissero che quella frase era stata inserita ancora prima di cominciare il viaggio, mentre altri dissero di averla vista nella versione del discorso preparata il giorno precedente. Altri sostengono che Kennedy abbia chiesto come tradurre “Io sono un berlinese” pochi minuti prima del discorso, nell’ufficio del sindaco di Berlino Willy Brandt, e che si sia appuntato la pronuncia in un foglietto.

In ogni caso, Kennedy trascurò quasi completamente il discorso preparato e parlò a braccio. Non usò toni concilianti ma criticò duramente l’Unione Sovietica, la Germania est e il comunismo (qui potete leggere il testo originale del discorso). Esaltò lo spirito dei cittadini di Berlino ovest, suscitando gli applausi dei circa 250 mila spettatori. In un’altra parte del discorso pronunciata in tedesco – molto meno citata, ma politicamente ancora più importante – riferendosi a coloro che ritenevano che si potesse dialogare con i comunisti disse “Lass’ sie nach Berlin kommen”. Lasciate che vengano a Berlino.

Secondo il consigliere per la sicurezza nazionale, McGeorge Bundy, il discorso di Kennedy era andato «un po’ troppo in là», un’opinione condivisa dai suoi collaboratori che ne avevano scritto la versione più conciliante. Nikita Kruscev, leader dell’Unione Sovietica, qualche giorno dopo attaccò Kennedy proprio per la frase sul “lasciate che vengano a Berlino”, che era stata intesa quasi da tutti come un rifiuto netto del dialogo.

La controversia sul bombolone
Negli anni successivi al discorso ci fu una controversia sul significato letterale delle parole di Kennedy. Nel romanzo di spionaggio Berlin Game, dello scrittore Len Deighton, uno dei personaggi spiega che in realtà Kennedy non disse “Sono un berlinese”, ma “Sono un bombolone”. Questo errore era dovuto all’articolo indeterminativo “ein” messo prima di “Berliner”. In tedesco non si utilizza, solitamente, l’articolo determinativo prima della cittadinanza. L’italiano funziona in maniera simile: è più normale dire “sono veronese”, piuttosto che “sono un veronese”.

Il lato comico derivava dal fatto che Berliner nella Germania settentrionale è il nome del dolce che in Italia si chiama bombolone e nell’Italia settentrionale e nella Germania meridionale si chiama krapfen. Nella recensione del romanzo il New York Times dette per scontato, come fosse un fatto assodato, l’errore di Kennedy: negli anni successivi moltissimi giornali e televisioni diffusero questa versione.

In realtà, esattamente come in italiano, l’uso dell’articolo indeterminativo prima della cittadinanza non è formalmente scorretto e, come hanno sostenuto diversi docenti di lingua tedesca e altri madrelingua, è improbabile che di fronte a un contesto così chiaro, qualcuno, il 26 giugno del 1963, abbia potuto, anche per un secondo, pensare che Kennedy avesse detto “Io sono un bombolone”.

Le altre visite a Berlino
Poche settimane fa anche Obama ha visitato Berlino e ha tenuto un discorso davanti alla porta di Brandeburgo. Davanti alla stessa porta tenne un discorso anche Ronald Reagan, nel 1987, il più famoso probabilmente dopo quello di Kennedy. Reagan parlò mentre nell’Unione Sovietica erano in corso le prime aperture del regime volute dal segretario del partito comunista dell’Unione Sovietica Michail Gorbaciov. Reagan disse che c’era una sola cosa da fare per rendere quelle aperture alla libertà credibili all’occidente: abbattere il Muro di Berlino. Si rivolse personalmente a Gorbaciov con una frase che poi dette il nome al discorso: «Mister Gorbaciov, tear down this wall!», “signor Gorbaciov, butti giù questo muro!”. Due anni dopo, nel 1989, il muro fu abbattuto.

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