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  • venerdì 21 Giugno 2013

I bambini dimenticati in macchina

Le storie drammatiche (e molto simili) di un incidente ricorrente anche negli Stati Uniti, in un famoso articolo del Washington Post che vinse il Pulitzer

di Antonio Russo – @ilmondosommerso

A Harrison, chiamato a deporre, il suo avvocato difensore Peter Greenspun chiese: «se quel giorno qualcuno ti avesse chiesto dove pensavi che fosse tuo figlio, tu cosa avresti risposto?». Harrison, piangendo e scuotendo la testa, rispose a voce bassa: «all’asilo nido». Harrison fu assolto in base a una sentenza della Corte Suprema dello Stato di Virginia del 1930, che aveva stabilito che una persona che uccide accidentalmente un’altra persona, anche se colpevole di negligenza, «non può essere considerata un criminale se quella negligenza non è la conseguenza di un completo disprezzo della vita umana». La sentenza fu criticata da alcuni commentatori e anche dalla stampa russa, al punto da spingere il ministero degli Esteri russo a considerare di interrompere il programma di adozione con gli Stati Uniti. Harrison, tra le lacrime, disse a Weingarten di essere convinto che difficilmente lui e Carol avrebbero potuto adottare mai più un bambino, e di conseguenza essere mai più genitori.

Ad assistere al processo Harrison c’erano anche due donne colpite da incidenti simili: Mary Parks e Lyn Balfour, di Blacksburg e Charlottesville, sempre in Virginia.

Le storie di Mary Parks e Lyn Balfour
Mary Parks dimenticò di accompagnare all’asilo nido suo figlio Juan, di due anni, un giorno di settembre del 2007. Juan era un po’ raffreddato, e sulla strada verso l’asilo nido si addormentò in macchina (come raramente gli capitava, disse poi la madre Mary): alle sue colleghe in ufficio, durante la giornata di lavoro, Mary disse che sarebbe dovuta andare a riprendere Juan un po’ prima, se l’avessero chiamata dall’asilo nido per dirle che il bambino non stava bene. Quando arrivò lì a fine giornata, le maestre le dissero che Juan non era mai arrivato: Mary corse verso la macchina e solo allora si accorse del corpo senza vita di Juan sul sedile posteriore. Anche Mary Parks, come Harrison, fu incriminata per omicidio colposo, ma le sue accuse furono ritirate quando fu appurata la fatalità dell’incidente.

Lyn Balfour è una donna di 41 anni, oggi madre di tre figli. Weingarten – che parlò a lungo con lei nel 2009 – la descrisse come una persona molto competitiva, sicura di sé, sempre di corsa e sempre impegnata. Allora lavorava ancora alla scuola dell’avvocatura militare di Charlottesville (una struttura del JAG): partecipò a una missione in Bosnia e due in Iraq, e vinse una stella di bronzo per aver gestito con merito progetti da 47 milioni di dollari. Suo marito Jarrett è un militare spesso in missione all’estero, e due dei loro tre figli sono stati concepiti tramite inseminazione intrauterina omologa (quella effettuata utilizzando gli spermatozoi del partner). Bryce era il loro primo bambino: aveva nove mesi quando morì, il 30 marzo del 2007, nel parcheggio della JAG school di Charlottesville. Non fu un giorno particolarmente caldo – fuori c’erano 16 °C – ma la temperatura all’interno della macchina in cui Bryce fu dimenticato da sua madre Lyn raggiunse i 43 °C.

Il giorno in cui morì Bryce Balfour
Nel 2012 Lyn Balfour raccontò sul Guardian come andarono le cose, provando a ripercorrere mentalmente tutti i momenti di quel giorno: molti dettagli sono uguali alle storie di Harrison e di Parks e di altri, ma nel caso di Lyn Balfour sembrano presenti tutte quelle singole coincidenze che di solito si ritrovano in un caso o in un altro. Più che di distrazione Lyn Balfour parlò di «ricordi falsi», e cioè della convinzione di aver eseguito tutti i compiti della giornata, compreso quello di lasciare suo figlio dalla baby-sitter.

Lyn Balfour e suo marito Jarrett erano rimasti svegli quasi tutta la notte a occuparsi di Bryce, che era raffreddato e nervoso. La mattina del 30 marzo presero una sola macchina, l’unica disponibile – quella che di solito Lyn non guidava – perché Lyn aveva prestato l’altra macchina a sua sorella: Lyn accompagnò il marito al lavoro e poi proseguì verso la casa della baby-sitter dove avrebbe dovuto lasciare Bryce. Durante il tragitto passò tutto il tempo al telefono con un collega e poi con un familiare, e Bryce si addormentò in macchina, cosa abbastanza insolita. Una volta arrivata in ufficio, Lyn mise il telefono in borsa e non sentì la chiamata della baby-sitter, che provò a contattarla in mattinata. La baby-sitter – che peraltro aveva un nuovo telefono e non aveva in rubrica nessun altro numero di conoscenti o parenti dei Balfour, a parte il numero di Lyn – non si preoccupò troppo: sapeva che Bryce aveva il raffreddore e immaginò che quel giorno il bambino fosse rimasto col padre o con la madre.

Lyn e la baby-sitter erano amiche, si sentivano spesso anche solo per fare due chiacchiere: quando nel primo pomeriggio Lyn trovò la chiamata persa del mattino, richiamò la baby-sitter ma trovò la segreteria telefonica, e lasciò un messaggio. Quando a fine giornata riuscirono finalmente a sentirsi, la baby-sitter le chiese «come sta Bryce?», e Lyn rispose: «come sarebbe a dire? Bryce è con te». «Lyn, Bryce non è qui da me, non me l’hai portato stamattina», rispose la baby-sitter. Dall’uscita dell’ufficio alla macchina c’erano «18 metri fino allo spiazzo, poi una rampa di scale con undici gradini, altri due metri, un’altra rampa di scale, altri dodici metri, un marciapiede e altri dieci metri fino alla macchina»: Lyn Balfour raccontò di averli fatti in trenta secondi.

Mentre correvo, ripensai al tragitto da casa al lavoro: ricordavo di aver lasciato Bryce dalla baby-sitter e di aver parlato con lei. Ero nel panico, incredula. Il pensiero che avessi potuto dimenticare di fare una cosa così importante mi tolse il respiro. Cominciai a sperare di trovarlo ancora lì, magari stanco, sudato, affamato, ma vivo. È solo quando arrivai alla macchina che mi tornò veramente tutto in mente: non lo avevo mai lasciato alla baby-sitter. Lo trovai nel suo seggiolino, col viso un po’ arrossato e gli occhi chiusi, come una bambola di porcellana. Iniziai a gridare aiuto, lo tolsi dalla macchina e cominciai una respirazione bocca-bocca, e continuai a urlare. Sapevo che era morto.

Lyn Balfour fu inizialmente accusata di omicidio di secondo grado – per il tipo di reato contestato rischiava quarant’anni di carcere – ma dopo l’udienza preliminare la sua accusa fu convertita in omicidio colposo. Balfour fu assolta, dopo un lungo processo in cui il suo avvocato utilizzò in aula anche le registrazioni delle urla strazianti di Lyn al telefono col 911, subito dopo il ritrovamento di Bryce. A Weingarten Lyn disse: «non sento di dovermi perdonare, perché quello che ho fatto non era voluto».

Il dibattito in Italia
In Italia il tema dei bambini dimenticati in macchina torna ciclicamente di attualità, soprattutto durante l’estate, il periodo dell’anno in cui si concentrano maggiormente questi episodi. All’inizio di giugno un bambino di due anni è morto a Piacenza dopo essere rimasto in macchina per diverse ore, dimenticato dal padre, che nei giorni scorsi ha proposto l’elaborazione di un progetto di legge per l’installazione obbligatoria di sensori che segnalino la presenza di persone in macchina. In un articolo molto critico verso le semplificazioni del problema, il giornalista e filosofo Armando Massarenti ha citato sull’inserto domenicale del Sole 24 Ore un passaggio del libro La coscienza imperfetta di Arnaldo Benini, docente di neurochirurgia e neurologia all’Università di Zurigo:

«Un padre affettuoso e premuroso dimentica la figlia di due anni in automobile, e la piccola muore. Tutti a chiedersi sgomenti come ciò sia stato possibile. L’energia di cui il cervello dispone non è sufficiente a tenere attivi simultaneamente tutti i meccanismi della coscienza e della memoria. Un compito prevale sugli altri. Pensare alla propria figlia chiusa in macchina al sole dovrebbe avere la preminenza assoluta: ma il criterio col quale, nei meccanismi della coscienza, un compito prevale sugli altri, è sconosciuto. Probabilmente è casuale. Nel cervello del padre la concentrazione mentale su quel che doveva fare ha ridotto l’attività dei meccanismi della memoria al punto da dimenticare la bambina. Una tremenda coincidenza di eventi sfavorevoli ha portato i meccanismi del cervello a determinare un comportamento sul quale la volontà non può nulla perché essi stessi sono il prodotto di un meccanismo nervoso, in quel momento incapace di agire nella direzione giusta».

Buoni consigli
Tutte le associazioni che si occupano di sicurezza dei bambini – come European Child Safety Alliance e Safe Kids Worldwide – suggeriscono una serie di misure per cercare di ridurre il rischio di dimenticare un bambino in macchina. Il giorno della morte di Bryce Balfour la borsa con l’occorrente per il cambio dei pannolini di Bryce non era sul sedile anteriore – come al solito – ma sul sedile posteriore, perché davanti c’era Jarrett, marito di Lyn. Un consiglio è quello di mettere sempre la borsa del cambio (o i giochi) bene in vista sul sedile anteriore, a segnalare e ricordare la presenza del bambino sul sedile posteriore. Un altro è quello di tenere invece oggetti personali d’uso frequente – come il telefonino, la borsa o il portafogli – vicino al bambino per tutto il tempo del viaggio. Qualsiasi passante che noti un bambino solo in macchina farebbe bene a chiamare immediatamente il 112, che è il numero unico per le emergenze in tutti i paesi dell’Unione europea.

(nella foto di Stephen J. Coddington: Edward Hynes disperato accanto al seggiolino in cui è morta sua figlia, Mackenzee Shai di tre mesi e mezzo, dopo essere stata lasciata in auto in un parcheggio a Inverness, Florida, nel 2004)

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