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  • venerdì 21 Giugno 2013

I bambini dimenticati in macchina

Le storie drammatiche (e molto simili) di un incidente ricorrente anche negli Stati Uniti, in un famoso articolo del Washington Post che vinse il Pulitzer

di Antonio Russo – @ilmondosommerso

La dimenticanza, dal punto di vista fisiologico
Secondo David Diamond – docente di fisiologia molecolare alla University of South Florida di Tampa – «il livello di premura abituale del genitore non sembra essere rilevante»: in molti casi, le tragiche disattenzioni dei genitori sarebbero attribuibili a un misto di stress, emozioni, carenza di sonno e cambiamenti nella routine quotidiana. Nel cervello umano alcune strutture evolutivamente più recenti e raffinate, cui corrisponde la nostra mente cosciente, sovrastano altri tipi di strutture primordiali (i gangli di base) cui affidiamo le nostre azioni abitudinarie e automatiche, come per esempio guidare da un punto A a un punto B senza averne alcuna consapevolezza, e senza poi neppure ricordare che strada abbiamo preso.

In condizioni di particolare stress, dice Diamond, a volte capita che queste strutture inferiori prendano il sopravvento su quelle superiori, e che i circuiti della memoria vengano letteralmente sovrascritti, finché non arriva un segnale a riavviare il sistema (il pianto del bambino, una battuta o una telefonata di qualcuno che chiede di lui). Come Diamond spiegò a Weingarten,

«la memoria è una macchina, e non è infallibile. La nostra mente cosciente decide la priorità delle cose in base all’importanza, ma a livello cellulare la memoria non funziona così. Se sei capace di dimenticare il tuo telefono, sei potenzialmente capace di dimenticare tuo figlio».

La dimenticanza, dal punto di vista penale
Per Weingarten, «forse nessun altro comportamento umano mette così tanto alla prova il modo in cui la nostra società concepisce il crimine, il castigo, la giustizia e la grazia». Negli Stati Uniti, secondo una statistica del National Children’s Advocacy Center, nel 40 per cento dei casi le autorità non avviano un’azione legale e ritengono da subito la morte del bambino un tragico incidente che, scrive Weingarten, «già condanna il genitore a una pena di gran lunga più grande di qualsiasi pena che il giudice potrebbe infliggere». Nel restante 60 per cento dei casi il giudice esamina i fatti e decide che la negligenza del genitore è abbastanza grave da ammettere la formulazione di un’accusa di omicidio colposo o, in alcuni casi, di omicidio di secondo grado (second-degree murder, che nelle legislazioni penali dei paesi americani è un omicidio senza premeditazione, ma differente – e con pene maggiori – rispetto al reato di manslaughter, in cui rientra il nostro omicidio colposo).

Le valutazioni dei procuratori che svolgono le funzioni di pubblico ministero non sono mai semplici e non portano sempre allo stesso tipo di accusa, neppure quando la dinamica degli eventi si presenta abbastanza simile. Solo in pochi casi – che di solito portano alla condanna e alla pena detentiva – la colpa della morte del bambino viene attribuita alla negligenza del genitore che lascia volontariamente il figlio in macchina per un certo lasso di tempo, ignorando o sottovalutando le conseguenze di quel gesto. In tutti gli altri casi le disattenzioni possono essere valutate in modo diverso, come nel caso di Andrew Culpepper e quello di Miles Harrison, capitati nel 2008 in Virginia a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro.

Dopo essere andato a prendere il figlio a casa dei nonni, Andrew Culpepper – un elettricista di Portsmouth, in Virginia – tornò a casa e si addormentò, dimenticando di aver lasciato il figlio in macchina: il figlio morì e lui non venne incriminato. Il procuratore Earle Mobley non riscontrò intenzionalità nel gesto di Culpepper, e disse: «la cosa facile in casi come questo è scaricare tutto su una giuria, ma il compito di un procuratore è quello di ottenere giustizia, anche se non sono del tutto sicuro di aver preso la decisione giusta». Mobley – al quale nel 1993 era morto di leucemia un figlio di tre anni – aggiunse: «ho preso la decisione in base alla legge, ma ho anche un’idea di come ci si senta nel perdere un figlio».

Sempre in Virginia, cinque giorni dopo, Miles Harrison – un imprenditore che dimenticò di lasciare il figlio all’asilo nido e andò al lavoro normalmente – fu accusato di omicidio colposo (involuntary manslaughter): il procuratore Ray Morrogh disse che nel processo occorreva «ribadire gli obblighi dei genitori per la protezione dei loro bambini» e sottolineare le loro responsabilità. «E se fosse capitato a lei?», chiesero al procuratore, che rimase un po’ spiazzato e poi rispose: «a me non potrebbe accadere, io sono un padre attento».

La storia e il processo di Miles Harrison
Miles Harrison aveva 49 anni, era una persona stimata e perbene, un lavoratore scrupoloso e un padre premuroso e accorto, quando in un giorno di luglio del 2008 – sommerso dalle telefonate e alle prese con problemi di lavoro da risolvere – dimenticò di lasciare suo figlio Chase all’asilo nido. Il piccolo Chase (un bambino di 21 mesi) rimase chiuso per quasi nove ore in macchina, nel parcheggio dell’azienda del padre, mentre la temperatura esterna raggiunse i 33 °C: morì di ipertermia diverse ore prima del ritrovamento da parte di alcuni dipendenti dell’azienda. A fine giornata, mentre rientrava a casa dal lavoro, la madre Carol ricevette in autobus una telefonata in cui riuscì soltanto a udire delle urla incomprensibili: era il marito.

Harrison fu accusato di omicidio colposo. Durante il processo emerse che lui e la moglie erano una coppia che non poteva avere figli ma che da tempo cercava di avere un bambino: qualche mese prima, a Mosca, erano finalmente riusciti ad adottarne uno – il piccolo Chase, di 18 mesi – che dal giorno della nascita non aveva mai lasciato l’orfanotrofio in cui era stato abbandonato. Molti familiari e altre persone vicine a Harrison testimoniarono in suo favore, ricordando alla corte la premura, le attenzioni e le qualità di Harrison come padre. Anche l’infermiera che lo assistette subito dopo lo shock per la morte di Chase fu chiamata a testimoniare: disse che quando Harrison arrivò in ospedale era catatonico, si dondolava avanti e indietro a occhi chiusi, e rimase a lungo in silenzio prima di dirle: «non voglio sedativi, non merito sollievo dal dolore, voglio sentire tutto e poi morire».

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