La grande chiazza di immondizia nel Pacifico

"Non. È. Un'isola", spiega nel suo libro Andrew Blackwell, che l'ha vista

di ANDREW BLACKWELL

Le conversazioni sulla Grande chiazza di immondizia del Pacifico tendono a seguire uno schema ricorrente. Prima c’è un momento di illuminazione, con un’intrinseca gemma di disinformazione:
Certo! La gigantesca isola di plastica! Quella grande come il Texas!
Non è un’isola, rispondete voi.
Sì, va be’, dicono loro, moderandosi. È più un mucchio.
Li guardate storto. Sii serio, come fai ad ammucchiare qualcosa sull’oceano?
Alla fine, con molte lusinghe, fate abbandonare l’immagine dell’isola, idee improbabili su come si ammucchiano le cose, il Texas. Raggiunta la serietà, arriva la domanda inevitabile:
Si può ripulire?
Un mucchio di persone ha preso in considerazione questa domanda, e l’ha dibattuta, e ha ponderato varie strategie e varie possibilità. Da qui è emerso un accordo di vedute tra scienziati e ambientalisti, che sono lieto di sintetizzare:
Siamo seri.
Stiamo parlando dell’oceano. Persino supponendo che riusciamo a rimediare una grossa rete – chiunque sia questo «noi» – e che valga la pena di usare l’enorme quantità di carburante per trainarla tutt’attorno per le migliaia di chilometri attorno al Vortice, e che ci sia una strategia di disimpegno per cosa fare con una rete piena di spazzatura di un intero emisfero… persino ammesse tutte queste cose impossibili, rimane la questione intrattabile dei coriandoli.
Se un oggetto di plastica rimane per anni in acqua, la luce del sole lo rende fragile. Le onde cominciano a sminuzzarlo e gradualmente è ridotto in pezzi sempre più piccoli, coriandoli di plastica che sono forse l’aspetto più problematico della Chiazza di immondizia. Le reti e gli oggetti più grandi possono strangolare gli animali marini, e tappi di bottiglia e posate usa e getta possono finire nello stomaco dei piccoli albatri, ma i coriandoli rischiano di interagire con l’ecosistema a un livello più essenziale. Dato che vengono consumati come fossero cibo, hanno la capacità di introdurre tossine alla base della catena alimentare, tossine che si possono concentrare passando su per la catena fino agli animali grandi come i tonni e gli esseri umani. Nel 2009 i ricercatori della Scripps Institution of Oceanography (finanziata in parte dal Progetto Kaisei) hanno trovato plastica nello stomaco di quasi un decimo dei pesci prelevati a campione nella Chiazza di immondizia, e hanno stimato che ogni anno i pesci consumino decine di migliaia di tonnellate di plastica.
C’è molto in comune con quello che accadde a Chernobyl, dove i radionuclidi seguirono le stesse vie delle sostanze nutrienti, diventando parte integrante della vegetazione e presumibilmente degli animali. Come spiega la giornalista e scrittrice Mary Mycio, a Chernobyl «le radiazioni non sono più ‘nella’ zona ma ‘della’ zona». Forse si può dire lo stesso della plastica negli oceani. Non è solo un fatto che succede, è parte della vita. E allora, come si fa a ripulire? A rimuovere miliardi di pezzi grandi e piccolissimi dell’oceano da se stesso? Un filtro da caffè di dimensioni astronomiche? E se anche fosse, come si fa a evitare di eliminare anche ogni balena e ogni pesciolino del mare, ogni minuzzolo di plancton?
Non è stato quindi sorprendente scoprire che le organizzazioni che si occupano di questo problema tendono a evitare l’idea della ripulitura. La Algalita Marine Research Foundation di Charles Moore, che primeggia nel neonato campo degli studi sulla Chiazza di immondizia, ha un debole per la «scienza partecipativa» che si richiama alle origini della scienza come disciplina fondata da appassionati. Anziché fare ipotesi sulla ripulitura, produce ricerca sottoposta a peer review per riviste scientifiche come il «Marine Pollution Bulletin». Moore ha irriso pubblicamente l’idea di ripulire la plastica marina. In una apparizione televisiva al Late Show di David Letterman, ha rigettato le domande speranzose del conduttore sulla ripulitura. «È come svuotare il mare con un cucchiaino», ha risposto. (Letterman ha commentato che il suo atteggiamento sembrava «scostante» e gli ha proposto di andare a farsi una bevuta insieme.) Altre organizzazioni si concentrano sulla scoperta di chiazze di immondizia in altri vortici oceanici del mondo o sull’aumento della consapevolezza per combattere l’eccessivo uso della plastica.
Quindi il Progetto Kaisei è speciale. «Catturare il vortice di plastica» non è solo un motto. È una concisa dichiarazione di intenti. Non contento di lanciarsi contro il mulino a vento del tenere la plastica lontana dall’oceano, il Progetto Kaisei ha scelto di andare contro il più grande di tutti i mulini a vento: trovare un modo per ripulirlo.
La forza che anima il Progetto Kaisei è Mary Crowley, una donna di mezza età coi denti in fuori, un sorriso affettuoso e una fiducia incrollabile nella possibilità di rimuovere i detriti marini. È arrivata a immaginare il recupero della plastica oceanica come un settore commerciale vero e proprio. «Pescare plastica, per così dire, non è poi tanto diverso dal pescare pesci», mi disse, appoggiata alla battagliola di dritta della Kaisei. «E purtroppo di pesci ne abbiamo pescati fin troppi. Penso che per i pescatori sarebbe un’occupazione meravigliosa impegnarsi nella ripulitura degli oceani e dare ai pesci la possibilità di avere un ambiente più sano e ripopolare il mare».
Possiamo solo sperare che un giorno l’industria ittica si salvi pescando plastica anziché pesci. (In realtà, una proposta di sovvenzioni per i pescatori che si dedicano alla raccolta di detriti è addirittura apparsa nella Comunità Europea.) In ogni caso, si metta agli atti che all’inizio del XXI secolo, quando quasi tutti dicevano che la ripulitura è impossibile, il Progetto Kaisei manteneva in vita il sogno. Possano rivelarsi preveggenti.
La portata della missione di quest’estate, però, si è ridotta quasi fin dal momento in cui è stata concepita. In origine si era pensato a due viaggi, in rapida successione, nonché uno breve per la stampa, che sarebbe partito dalle Hawaii per raggiungere la Kaisei nella Chiazza di immondizia. Mary mi aveva addirittura parlato di rimorchiare una chiatta fino al Vortice e di reclutare dei pescherecci per aiutare a recuperare grandi quantità di rifiuti.
Queste idee erano svanite, e lo scopo della missione si era ristretto. Adesso l’obiettivo del viaggio era, secondo Mary, di usare i modelli di correnti oceaniche sviluppati dagli scienziati della National Oceanic and Atmospheric Administration (noaa) e dell’Università delle Hawaii per localizzare le zone con il maggior accumulo di plastica. Confrontando le nostre osservazioni con i modelli degli scienziati, sarebbe stato possibile mettere a punto modi efficaci per trovare la plastica, una condizione essenziale per future ripuliture. È analogo alla ricerca di zone di pesca, per i netturbini del mare di domani.
Disse che avremmo anche «studiato i metodi più efficaci per usare le navi commerciali – rimorchiatori, chiatte, pescherecci – per raccogliere davvero» o, come si esprime il comunicato stampa del Progetto Kaisei, «compiere ulteriori test sulle tecnologie di raccolta per rimuovere dall’oceano la varietà di rifiuti di plastica».
La parola «ulteriori» allude al viaggio della Kaisei dell’estate prima. Sentii vari cenni sulla tecnologia messa a punto nel contesto di quel viaggio, e in particolare «la Spiaggia», un dispositivo progettato per affrontare la questione intrattabile dei coriandoli. Alimentata passivamente dal moto ondoso, la Spiaggia permetteva all’acqua di scorrerle sulla superficie, mi spiegarono, raccogliendo i coriandoli di plastica senza la necessità di uno scomodo filtraggio e senza catturare anche forme di vita marine.
Mentre il ponte del Golden Gate spariva nell’oceano dietro di noi, Mary spiegava la sua posizione. Disse che i discorsi sul contenimento del flusso di plastica da terra non bastavano. Persino se avessimo arrestato l’apporto dagli Stati Uniti, sarebbe ancora arrivata negli oceani la plastica dal resto del mondo. E lei aveva trascorso tutta la vita sugli oceani e intorno, costruendo una fiorente società di noleggio di barche. L’oceano era il lavoro di tutta la sua vita. Sentiva di dover fare qualcosa.
«Quindi dobbiamo lavorare con molta forza per arrestare il flusso», concluse. «Ma dobbiamo anche ripulire».
Che c’era di sbagliato?

***

L’editore Laterza ha pubblicato Benvenuti a Chernobyl di Andrew Blackwell (traduzione di Daniele A. Gewurz), una specie di guida turistica attraverso i luoghi più inquinati del mondo, in cui si raccontano sette viaggi in sette luoghi che vanno da Chernobyl all’Amazzonia deforestata, al fiume più inquinato dell’India.

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