La grande chiazza di immondizia nel Pacifico

"Non. È. Un'isola", spiega nel suo libro Andrew Blackwell, che l'ha vista

di ANDREW BLACKWELL

Trovai la Kaisei all’ancora a Point Richmond, dalla parte opposta della baia rispetto a San Francisco. Era spettacolare: un brigantino lungo 45 metri dallo scafo d’acciaio, attrezzato con vele quadre. Pensate a una nave pirata di metallo e avrete chiara l’immagine. La nave dà il nome e l’abbrivio al Progetto Kaisei, un’iniziativa senza fine di lucro volta, come dice il suo motto, a «catturare il vortice di plastica». Avevo convinto in qualche modo Mary Crowley, una dei fondatori, a farmi partecipare al viaggio di tre settimane verso il vortice di plastica, che mulinava da qualche parte in mezzo al mare, mille miglia più in là. Ma avevo i miei dubbi circa la possibilità di catturarlo.
Specialmente se non partivamo. Avevamo passato più di una settimana senza un’idea chiara di quando ci saremmo messi per mare. Veniva annunciata una data di partenza, arrivata la quale il nuovo radar ancora non era arrivato, o dovevano ancora portare le provviste, o mancava un cuoco, e non si partiva.
Nel frattempo ogni giorno si faceva viva una parte dell’equipaggio per dare una mano a pulire la nave, a turare i buchi formati dalla ruggine, a dare una nuova mano di azzurro allo scafo o a installare una scialuppa in più, e io avevo il tempo di sviluppare i miei sentimenti confusi nei confronti della Kaisei. Dal primo istante che ero salito a bordo avevo percepito quel sapore di entusiasmo che ha un elemento di terrore. La nave aveva due grandi alberi; quello anteriore aveva ben quattro pennoni a cui sarebbero state sospese le maestose vele quadre, qualcosa che sembrava uscito da una biografia di Nelson. Decine e decine di cavi e corde – cime, ci dissero, non corde ma cime – che andavano dalle caviglie sul ponte ai matafioni in alto; con queste cime si tirava giù la vela, con queste su; cime per orientare i pennoni a dritta o a sinistra; cime per alzare o abbassare il picco di randa; cime per alzare e abbassare insiemi di pulegge connesse a ulteriori cime.
Mi avrebbero chiesto di arrampicarmi su quegli alberi, di camminare su quei pennoni, a circa mezzo chilometro di altezza? Come la maggior parte delle persone sensate, non ho paura di stare in alto: ho solo paura di cadere e sfracellarmi. Vale a dire, non è affatto una paura, ma un atteggiamento di buon senso. D’altro canto, che senso ha trovarsi su una nave d’alto bordo se non si vede che cosa si prova in alto? Sapevo che, quando mi avrebbero chiesto di salire, avrei superato o almeno aggirato la mia paura e mi sarei costretto a farlo. E quindi quello di cui avevo veramente paura era di non avere abbastanza paura.
E il tutto presentava un’elegante analogia con la mia situazione più generale: anziché un comodo viaggetto di piacere su un’imbarcazione per la stampa o su una nave da ricerca come si deve, me ne andavo per mare per tre settimane o più. A millecinquecento chilometri dalla terraferma quando invece avrei voluto trovarmi a casa a New York, avrei dovuto trovarmi a casa, a sistemare tutto per il matrimonio, a prepararmi per il grande momento, di lì ad appena due mesi, in cui il Dottore e io saremmo convolati a nozze. E la Kaisei avrebbe navigato in completo isolamento. Per l’equipaggio niente telefono satellitare, niente internet, nessun modo per comunicare con la mia famiglia o con il Dottore. Nessun modo neppure per chiedere scusa, una volta partito, di averlo fatto.
La nave stessa era affascinante, anche se un po’ trascurata, con cabine raccolte ma non claustrofobiche, due sale più che sufficienti per un piccolo equipaggio e ponti di legno sbiadito. Di fronte alla timoniera, che ospitava la radio e lo schermo del radar, c’era una plancia di comando esterna, dove il ponte saliva a formare una piattaforma con la grande ruota a raggi. Era il tipo di ruota del timone che mi sarei aspettato di vedere sulla parete di un ristorante a tema nautico.
Il problema non era la Kaisei. Il problema eravamo noi. Con il passare dei giorni, trascorsi scartavetrando e dipingendo e scaricando attrezzature scientifiche del viaggio dell’anno precedente che non servivano più, conobbi i volontari che avrebbero costituito l’equipaggio. Quanta gente serviva per manovrare con efficienza un brigantino di 45 metri? Non ero sicuro che arrivassimo a essere dieci. E via via che ci conoscevamo, veniva fuori che pochissimi di noi sapevano alcunché che potesse essere utile per governare in sicurezza il suddetto brigantino.
C’era Kaniela, per esempio, un giovane e affabile surfista hawaiano, uno di quelli che lavoravano più sodo. Mi chiese se ne sapessi molto di navi a vela.
No, dissi. Niente. Tu?
Nah, amico. Spero di imparare.
Poi c’erano Gabe e Henry, due tipi alla moda che avevano appena terminato gli studi all’Oberlin College of Arts and Sciences. La mattina che ci siamo conosciuti se ne stavano sul ponte in occhiali da sole, infagottati per il freddo dell’alba e con le mani sprofondate nelle tasche. Due tipi scontrosi, pensai, ma venne fuori che erano solo i brutti postumi di una sbornia, e di lì al primo pomeriggio s’erano rasserenati. Mi spiegarono di essere entrambi laureati, più o meno, in Scienze ambientali, o una cosa del genere. Arrivati in California, nella Marin County, da Oberlin, avevano cominciato degli stage all’Ocean Voyages Institute, l’organizzazione che tra l’altro gestiva il Progetto Kaisei. Ma tre settimane in mare sembravano una cosa un po’ estrema per essere uno stage. Chiesi perché lo facessero.
Gabe, serissimo, mi disse che era in cerca di avventura. Voleva fare l’avventuriero. Un’eccentrica canaglia, specificò. E questo era il primo passo verso il suo obiettivo.
Le farneticazioni di una mente contaminata. Mi rivolsi a Henry. Gli chiesi se sapevano governare una nave.
Sorrise. Era un sorriso sottile, quasi una smorfia. Avevano preso lezioni di vela alle superiori. Derive da due persone.
Che cos’era che sentivo nella strozza? Disperazione? Passai da un volontario all’altro, facendomi uno schema mentale di quello che sapevamo fare. Quanto a sport acquatici e insegnamento di scienze al liceo, avevamo una panchina lunga. Per il resto, c’era un po’ di tutto. C’era un costruttore di barche, un ex giornalista, qualche studente… Erano tutte persone interessanti, serie, operose. Ma non ne sapevano un cavolo di niente di come si governa un veliero.
Riponevo le mie speranze nel secondo ufficiale, un uomo di mare esperto di velieri, calmo, sicuro di sé… che girò i tacchi. Dopo un singolo pomeriggio a bordo, disse al capitano che non gli piaceva come si prospettava la faccenda e se ne andò a gambe levate.
Rieccola. La sensazione di sprofondare.
Le dimostrazioni di sfiducia cominciarono ad accumularsi. Venne un gruppo di funzionari della Guardia costiera a controllare i documenti della nave. Mentre se ne andavano, sghignazzando, sentii il capitano della Kaisei dire: «Non hanno mai visto niente del genere».
Più cose capivo sulla Kaisei, più mi rendevo conto che dal punto di vista tecnico era una vera stranezza. Una sera ero seduto sul ponte di poppa con l’ufficiale di macchina, mentre guardavo passare i rimorchiatori di Richmond e sentivo le sue lamentele. L’ufficiale di macchina era probabilmente la persona più importante dell’equipaggio, se ci stava a cuore che la nave rimanesse a galla, che ci fosse acqua potabile e che gli strumenti di navigazione funzionassero. Tutte le sere rimaneva alzato fino a tardi a convincere i sistemi della nave a farsi trovare in forma perfetta. Era un tipo burbero, ma mi sembrava un buon segno. Non vorreste un ufficiale di macchina a cui va bene tutto.
Mi spiegò con una punta di esasperazione che la Kaisei era stata costruita in Polonia e poi raddobbata e usata in Giappone. Tutte le scritte erano in polacco e in giapponese. E l’elettricità. Scosse la testa. Standard multipli, voltaggi in una varietà da far girare la testa. L’irregolarità arrivava fino alle viti e ai bulloni della nave: alcuni secondo il sistema metrico, altri no, e quindi servivano set di attrezzi diversi, ma nessuno dei set a bordo era completo.
L’ufficiale di macchina bevve dalla sua tazza e mandò un sospirone. «Scusami», disse. «Meglio che pensi al mio tè».
Di lì a qualche giorno se ne andò anche lui.
Adesso non avevamo né un secondo ufficiale né un ufficiale di macchina, e nessuno di noi umili volontari – l’equipaggio – ne sapeva un accidente di quello che stava succedendo. Ogni giorno di ritardo accorciava la missione: nel giro di appena tre settimane era in programma la partecipazione della Kaisei al Festival della vela di San Diego, dove avremmo lasciato a bocca aperta tutti gli appassionati di velieri con le nostre avventure tra la plastica oceanica. Quindi ogni giorno in porto era un giorno che non passavamo nel Vortice. Cominciammo a dubitare che la nave avrebbe mai lasciato il molo. E visto che ogni giorno spariva qualche membro esperto dell’equipaggio, anche noi bassa manovalanza ci chiedevamo se non fosse il caso di andarcene.
Qualcosa però ci tratteneva. Qualcosa che controbilanciava tutti i cattivi auspici. Un unico fattore che impediva all’intero equipaggio di lasciar perdere tutto.
Era il Re dei Pirati. Si chiamava Stephen ed era il primo ufficiale, ma lo consideravo il Re dei Pirati della Kaisei, una singola persona così irrefrenabilmente esperta di navigazione che compensava le agghiaccianti lacune di tutti noi altri. Era un uomo compatto, o addirittura basso, ma forte e in forma, con una barba curata e due anelli dorati all’orecchio sinistro. E, per i distratti, portava un berretto da baseball nero con teschio e tibie incrociate.
La Kaisei aveva anche un capitano, ma per lo più lo ignoravamo per riguardo verso il Re dei Pirati, che era un vero esempio di quel tipo di risolutezza che si fonda su una preparazione sovrastante. Sapeva governare una nave, stringere nodi, armare le vele, camminare sui pennoni usando a malapena una mano per reggersi e scivolare lungo gli stralli, alla Douglas Fairbanks, riatterrando sul ponte in pochi secondi. Non indossava mai un’imbracatura di sicurezza. Sapeva come corrugare la fronte e alzare la voce e dirci che, in qualità di primo ufficiale, era responsabile per noi. Aveva circumnavigato il globo con la sua barca a vela quasi a velocità da competizione, navigando attraverso ogni tipo di mare immaginabile, sopravvivendo addirittura a un’onda anomala. Era una via di mezzo tra Jack Sparrow e Han Solo, e lo avremmo seguito ovunque – attraverso il Pacifico in barca a remi, su per l’Everest in calzoncini corti, fuori da un’astronave senza tuta spaziale – purché ci fosse lui a dirci che cosa fare. Ci avrebbe potuto raccontare che si può sopravvivere nello spazio senza tuta. Basta tenere sotto controllo l’espirazione.
Ci promise che avrebbe lasciato la nave se non fosse stata sicura, e questo per noi era sufficiente. Nella sua aggressiva onniscienza, divenne il nostro riferimento marinaresco. E, immancabilmente, fu trovato un nuovo ufficiale di macchina, e un cuoco, e all’ultimo momento ogni cosa si incastrò al suo posto e finalmente, fatidicamente, improvvisamente, salpammo.
L’equipaggio di una nave che sta per uscire dalla copertura diventa diligente nell’uso del telefonino. Mandai sms agli amici e alla famiglia e condivisi una foto del ponte del Golden Gate scattata dal largo. Una foto la ricevetti anche io: la mia amica Victoria era salita sulle Marin Headlands per fotografare la nostra partenza. La guardammo sulla nave, una foto di noi stessi. Mostrava l’imboccatura della baia che si apriva dallo stretto del Golden Gate. La nostra nave era al centro dell’immagine, la nostra enorme nave d’acciaio, larga a malapena una decina di pixel, una semplice macchiolina contro il mare color cielo.
E parlai un’ultima volta con il Dottore. Mi fece fare una promessa. Mi fece promettere che se un’onda avesse cercato di scaraventarmi fuori bordo, avrei tenuto duro.
«Promettimelo», disse. «Promettimi che ti terrai, fosse anche con l’ultima unghia».

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