Le dimissioni di Giovanni Leone

Avvennero 35 anni fa, in seguito ad accuse che poi si rivelarono false: furono le prime di un Presidente della Repubblica

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

Altre critiche gli arrivarono per la condotta della moglie, Vittoria Leone, che aveva vent’anni meno di lui e compariva spesso sulle riviste di moda femminile, e per quella dei suoi figli. Queste e molte altre vennero raccolte in un libro dalla giornalista dell’Espresso Camilla Cederna. Giovanni Leone: la carriera di un Presidente, pubblicato nei primi mesi del 1978, vendette 700 mila copie in pochi mesi.

Già da tempo diversi settimanali, tra cui soprattutto L’Espresso, portavano avanti una campagna molto dura nei confronti di Leone, fatta di vignette dissacranti e commenti severi. Leone era in sostanza accusato di essere un presidente di destra, con tendenze autoritarie e amicizie poco limpide. Non gli era stato perdonato l’essere stato eletto con i voti del MSI e anche il suo messaggio alle Camere del 1975 era stato interpretato come una richiesta di riformare la Costituzione in senso autoritario.

Lo scandalo Lockheed
Mentre la sinistra attaccava Leone con forza e la DC stentava a difenderlo, scoppiò lo scandalo Lockheed. L’azienda americana produttrice di aeroplani rivelò nel 1976 a una commissione del Senato americano che aveva corrotto politici e funzionari di diversi paesi per spingerli a concederle importanti commesse. Tra questi paesi c’era anche l’Italia, che aveva acquistato dalla Lockheed alcuni grossi aerei da trasport C-130. Secondo le indagini della commissione del Senato americano, le trattative con il governo italiano erano avvenute nel 1968. Erano stati coinvolti come mediatori i fratelli Lefebvre, molto amici di Leone, oltre a uomini delle forze armate, ministri della Difesa e persino il presidente del Consiglio.

Fu possibile scoprire che nello scandalo fosse coinvolto anche un presidente del Consiglio – all’inizio non fu possibile capire quale – perché nel 1976 la Lockheed consegnò il “cifrario” con cui decrittare i suoi messaggi in codice. In uno dei messaggi c’era scritto che alcune tangenti erano state pagate ad “Antelope Cobbler” (antilope ciabattina). I due termini, nel cifrario, stavano per “Italia” e “primo ministro”, e nel 1968 i presidenti del consiglio italiani erano stati due: Mariano Rumor e Giovanni Leone. Le speculazioni su chi fosse dei due si concentrarono immediatamente su Leone per due motivi: era un amico personale dei fratelli Lefebvre, indagati come mediatori nell’affare, e quel nome in codice lasciava aperte molte speculazioni.

Ad esempio, ipotizzò qualcuno, “Cobbler” poteva essere una trascrizione sbagliata di “Gobbler”. L'”antilope ciabattina” così sarebbe diventata “mangiatore di antilopi”, cioè il leone. Altri ancora dissero che, durante una visita negli Stati Uniti, Leone si soffermò in un negozio ad osservare alcune scarpe di antilope. Erano tutte ricostruzioni false. “Antelope Cobbler”, decretò la Corte Costituzionale (chiamata a giudicare sui ministri) era probabilmente Mariano Rumor, che però non venne mai messo formalmente in stato di accusa, mentre Leone fu dichiarato estraneo ad ogni episodio poco chiaro. Nel 1998, in occasione del suo compleanno, arrivarono anche le scuse del partito Radicale, che fu uno dei più critici nei suoi confronti.

Le dimissioni
Sia i giudizi di diffamazione contro L’Espresso e Cederna, sia il giudizio sul caso Lockheed arrivarono troppo tardi. Nel giugno del 1978 mancavano sei mesi a Leone per finire il suo mandato: la DC aveva ormai cessato di difenderlo dagli attacchi, mentre il PCI si sentiva sorpassato a sinistra dalla stampa. Il 14 giugno la direzione del PCI decise di richiedere formalmente le dimissioni del Presidente della Repubblica, un gesto mai avvenuto fino ad allora.

Quella sera Andreotti e Zaccagnini si recarono da Leone. Qui le ricostruzioni divergono: secondo Andreotti (lo ripeté anche nel corso di una recente intervista per il programma La Storia siamo noi), se Leone avesse chiesto un sostegno la DC glielo avrebbe dato, ma era lui stesso ad aver deciso che la pressione era troppo alta per continuare a mantenere la carica. Secondo molti altri, i leader della DC aggiunsero le loro pressioni a quelle del PCI e della stampa e in sostanza invitarono anche loro Leone a lasciare la presidenza. Dopo aver registrato un discorso per la televisione, firmò l’atto ufficiale delle dimissioni e, accompagnato soltanto dalla moglie, lasciò da solo il Quirinale.

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