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  • venerdì 7 Giugno 2013

Chris Kyle, tiratore scelto

La storia pazzesca del più infallibile cecchino americano, dei drammi dei veterani di guerra, della questione delle armi negli Stati Uniti

di Antonio Russo – @ilmondosommerso

I guai di Kyle
Kyle si metteva nei guai con una certa frequenza. Una volta, nel 2010, perse il controllo del suo pick-up (una Ford F-350 nera), sfondò il recinto di una casa e per poco non finì dentro una piscina: fu arrestato per guida in stato di ebbrezza e passò una notte in carcere. Era già stato arrestato altre volte prima di allora: una volta per aver steso un tipo che aveva tirato uno schiaffo a una donna, e un’altra volta quando fece a botte in un bar con un gruppo di lottatori di arti marziali.

Un episodio più grave ma molto dubbio si sarebbe verificato nel 2009, e conferma se non altro l’immagine di giustiziere privato che nel bene o nel male molti conservano di Chris Kyle. Una notte due uomini armati lo minacciarono e tentarono di rubargli il pick-up mentre era fermo a una stazione di rifornimento a Dallas. Facendo finta di prendere le chiavi per consegnargliele, Kyle infilò la mano sotto la giacca, impugnò la sua Colt 1911 e – da sotto la giacca – sparò due colpi contro il primo dei due, colpendolo al petto e uccidendolo. Poi sfilò la pistola e uccise anche l’altro. Quando la polizia arrivò sul luogo dell’incidente Kyle non fu arrestato: una telefonata dal Dipartimento della Difesa avvisò i poliziotti che avevano di fronte «uno dei militari più abili della storia militare degli Stati Uniti», e quelli lo lasciarono andare.

Schmidle conferma di aver sentito questa storia anche da molti amici e parenti di Kyle, ma non ha trovato da nessuna parte rapporti della polizia o del coroner sulla morte dei due malviventi. Le fonti che raccontarono la storia fanno riferimento al racconto dello stesso Kyle, che si è attribuito nel tempo altri episodi non confermati e che hanno suscitato qualche dubbio.

L’assistenza ai veterani e l’impegno sociale
Kyle riuscì a risolvere i suoi problemi con l’alcol e a guarire dal PTSD impegnandosi con i veterani e i ragazzi affetti dal suo stesso disturbo: si accorse che trascorrere del tempo andando a caccia insieme permetteva agli ex militari di fare gruppo, di condividere una passione che avevano in comune, e intanto di raccontarsi a vicenda le esperienze dolorose che ciascuno di loro aveva vissuto. Le battute di caccia venivano spesso finanziate da associazioni non profit come la Troops First Foundation, che promuove iniziative di assistenza e supporto agli invalidi di guerra.

«Non si tratta soltanto di uccidere un cervo – dice il direttore della Troops First Foundation – ma di fare in modo che queste persone incontrino qualcuno che possa avere un impatto sulle loro vite, qualcuno pronto a instaurare un legame più profondo», e Kyle era particolarmente bravo anche in questo. Nel 2012 destinò i proventi delle vendite della sua autobiografia – che entrò nella classifica dei bestseller del New York Times – alle famiglie dei caduti in guerra, e divenne un personaggio sempre più noto – era spesso ospite di trasmissioni radiofoniche e televisive, partecipò a un reality show sulla rete NBC – e molto amato dalla lobby americana delle armi, che vedeva in lui un modello esemplare di patriottismo e solidarietà espressi attraverso l’uso legittimo delle armi.

Il 25 gennaio 2013, mentre lasciava i bambini a scuola, Kyle incontrò una signora che si presentò come Jodi Routh: era la madre di un ragazzo di venticinque anni, Eddie Routh, un ex marine affetto da una grave forma di PTSD. Jodi Routh aveva sentito parlare delle attività organizzate da Kyle, della sua generosità e della sua sensibilità con i reduci di guerra, e gli chiese di aiutare suo figlio.

La storia di Eddie Routh
I Routh vivevano a Lancaster, periferia di Dallas. Subito dopo il diploma, Eddie si arruolò nei Navy SEAL e lasciò il Texas per frequentare il corso di addestramento reclute in California: era l’estate del 2006, e tutti gli arruolati sapevano che sarebbero finiti in Iraq, dove i militari americani erano impegnati in una delle fasi più sanguinose della guerra. Routh divenne armaiolo, che nell’organica militare è il sottufficiale addetto alla conservazione e riparazione delle armi portatili di tutti i reparti (eccetto l’artiglieria). Partì per l’Iraq nel 2007 e prestò servizio a Balad, vicino Baghdad, in una delle basi americane più grandi e più attaccate dai nemici: passò molto del suo tempo a fare da guardia ai prigionieri, e spesso raccontava al padre per telefono le condizioni molto dure a cui erano sottoposti.

Quando a marzo del 2009 Routh tornò a casa, i suoi familiari notarono dei cambiamenti nella sua personalità: non parlava volentieri dell’Iraq e iniziò a bere sempre più spesso. Poi, a gennaio del 2010, lui e altri marine furono richiamati e impiegati nelle operazioni umanitarie in soccorso dei terremotati di Haiti: e Routh visse alcune delle esperienze più traumatiche dei suoi anni di servizio. Appena arrivati ad Haiti i marine dovettero innanzitutto recuperare i corpi di migliaia di morti, e caricarli sugli autocarri: «non mi hanno addestrato per andare a raccogliere cadaveri di bambini sulla spiaggia», disse una volta alla madre Jodi.

I genitori hanno raccontato al New Yorker un episodio in particolare che turbò molto Eddie Routh. Quando i marine distribuivano i sacchi con le scorte di viveri, i sopravvissuti di Haiti consumavano tutto il contenuto in pochi istanti e riutilizzavano quei sacchi come riparo. Un giorno Routh fu severamente rimproverato dal suo sergente per aver tentato di dare il suo pasto pronto e la sua acqua a un bambino ancora affamato. «Io potevo farcela senza, e quel ragazzo ne aveva bisogno, e io non gliel’ho dato», raccontò alla madre per telefono. Alla fine del 2010, quando ormai era caporale, Routh si ritirò definitivamente dal servizio militare.

I problemi mentali di Routh
Dopo il servizio militare, Routh provò a fare qualche lavoro ma senza successo, a causa degli attacchi di panico e delle ossessioni sempre più frequenti. Nell’estate del 2011 sua sorella Laura lo portò una prima volta al centro medico degli Affari dei Veterani a Dallas, dove Routh fu ricoverato qualche giorno prima di essere dimesso. Ma in quei mesi Routh continuò a fare discorsi sempre più sconnessi e deliranti, e tentò il suicidio due volte, recuperando in casa la 357 Magnum del padre Raymond (che in entrambe le occasioni riuscì a sottrargliela all’ultimo momento).

Routh fu riportato al centro medico, dove gli fu diagnosticato il PTSD, e dopo un ricovero di tre settimane fu dimesso, nonostante i familiari non riscontrassero in lui progressi significativi. I medici gli prescrissero molti farmaci usati nel trattamento del PTSD: il litio per le manie, la prazosina per gli incubi notturni e la sertralina come antidepressivo. Secondo il padre i farmaci peggiorarono le condizioni di Routh, che intanto riprese a bere. A gennaio del 2012 anche lui fu arrestato per guida in stato di ebbrezza, e non potendo pagare i 1500 dollari di cauzione rimase in carcere per un mese.

A settembre del 2012 i Routh organizzarono una grigliata con parenti e amici: Eddie iniziò a bere già dal mattino, e alla festa disse al padre di voler iniziare il college per poi diventare guardacaccia. Consapevole delle difficoltà economiche del figlio, Raymond gli disse che avrebbe venduto alcune armi di famiglia – già appartenute al nonno di Eddie – pur di recuperare i soldi necessari per mandarlo al college. Di fronte a questa ipotesi Eddie perse la testa e si scagliò contro il padre, prendendolo a pugni. Poi, urlando e minacciando di uccidere tutti, entrò in casa per recuperare le armi dall’armadietto in cui il padre le custodiva, ma la madre aveva chiesto a un amico di correre dentro e portarle via tutte.

Quel giorno Eddie fu arrestato dalla polizia e portato all’ospedale psichiatrico di Green Oaks, a Dallas, dove i medici gli prescrissero un nuovo ciclo di terapie farmacologiche. Dopo pochi giorni fu dimesso e per un po’ andò a vivere con la fidanzata, Jen, una ragazza che stava già frequentando da qualche mese. Jen – che al New Yorker ha chiesto di essere citata soltanto per nome – ha detto che in quei mesi Routh iniziò ad avere anche atteggiamenti paranoici: copriva sempre la webcam del pc, diceva che gli elicotteri lo sorvegliavano e che “loro” sarebbero venuti a prenderlo.

Un giorno Jen – che condivideva l’appartamento con un’altra ragazza – trovò Routh sulla porta della stanza da letto con un coltello in mano, pronto a «difendersi dagli agenti del governo». La coinquilina di Jen chiamò la polizia, e Routh fu arrestato e poi ricoverato ancora una volta al centro medico degli Affari dei Veterani a Dallas, dove i medici confermarono i dosaggi delle sue medicine prima di dimetterlo nel giro di pochi giorni, di nuovo.

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