Il colpo perfetto

Il libro di Niccolò Campriani, medaglia d'oro alle scorse Olimpiadi in uno sport in cui "non puoi pensare a due cose contemporaneamente"

Cosa che mi riesce. Sparo tranquillo, senza pensieri o pesi. Senza distrazioni. Almeno fino a quando dal pubblico, cinque metri dietro di me, non arriva il solito brusio. Sento la diga scricchiolare sotto la pressione di pensieri diversi da quelli che io avevo scelto. Guardo il monitor. Mancano cinque colpi. Cinque colpi e sono in finale a giocarmi le prossime Olimpiadi, la mia rivincita. Già, la rivincita di Pechino. Cioè proprio quello a cui non devo pensare in questo momento.
Provo a concentrarmi sul mio respiro. Visualizzo il flusso d’aria che entra ed esce dai polmoni e mi impongo di tenere fuori Pechino dalla testa. Non so se avete mai provato a non pensare a qualcosa di preciso: sforzatevi di «non pensare» a un elefante giallo e vedrete che vi verrà automatico visualizzare un elefante giallo. È una lotta. E bisogna essere molto forti. Cerco il centro del bersaglio dentro il mirino. Lo vedo, è lì e balla al ritmo del mio cuore, che è impazzito. Ci manca solo che adesso dica a me stesso che non ho niente da perdere e il déjà vu è completo. Ho la tentazione di sparare, di aspettare che il centro del bersaglio passi di nuovo nel mirino e tirare il grilletto. Ma sarebbe sciocco. E, soprattutto, non sarebbe quello che «voglio». Abbasso la carabina. Devo riprendere il controllo. Respiro a occhi chiusi. Mi riconcentro. E, proprio come prima, nello spogliatoio, torno a mirare davanti a me. Daccapo. Pechino è sempre dietro l’angolo. E non va bene. Non me ne frega niente se ho qualcosa da vincere o da perdere. Quando questa gara sarà finita vorrò essere certo di aver fatto tutto quello che dovevo.

Abbasso di nuovo la carabina. Mi maledico. Sapevo che all’alzarsi della posta in gioco le cose si sarebbero complicate. Ma non pensavo tanto. Non pensavo di essere così fragile. Altro che maestro zen, altro che filosofi, questa è una guerra di trincea. E la verità è che la posta in palio è molto più alta di un pass per le Olimpiadi. Questo pensiero, paradossalmente, mi tranquillizza. Decido di provare per la terza volta. Alzo la carabina verso il bersaglio e stavolta succede qualcosa di diverso dalle precedenti: il tempo collassa. Non so per quanti secondi sono rimasto in posizione di tiro, so che mi stupisco di quanto sia leggera la carabina e di come il colpo parta da solo verso un 10 bellissimo, come direbbe Petra.
Il pubblico applaude. Io mi lascio andare a un’esultanza scomposta. Alzo il pugno. È ridicolo, in realtà. Sono solo in finale, non ho vinto niente. Ma non importa. Per me è un trionfo. La finale, fra poche ore, sarà solo un’altra serie di colpi da sparare nel miglior modo possibile. Nulla di più. Così mi dico. Proprio così. Ed sarebbe orgoglioso di me.
Oggi, qui, si assegnano i primi pass olimpici. Gli atleti di tutte le altre nazioni e sport arriveranno dopo. Questo è, nei fatti, il primo evento olimpico di Londra 2012. Dovrei essere un grandissimo attore per convincere qualcuno che non desidero disperatamente andare a Londra. Altro che «sparare senza intenzione».

La finale è difficilissima. Tra i favoriti c’è Peter Sidi, un ragazzo ungherese noto al mondo per essere un pazzo totale. Il giorno prima delle gare ha bisogno di violente scariche di adrenalina. E quindi, dovunque sia, cerca cose improbabili da fare, tipo il bungee jumping o lo skydiving. Però, ha un modo abbastanza arrogante di comportarsi e a me non va molto a genio. L’altro grande favorito è Emmons. Poi ci sono anch’io.
Prima di disporci in pedana, io e Matt ci facciamo un in bocca al lupo carico di complicità. Mi giro verso il pubblico un ultimo istante prima di cominciare la mia lotta contro me stesso e vedo che Petra è vicino alla moglie di Matt e si tengono per mano. Non riesco a non sorridere. Poi mi volto.
La guerra comincia.
Ho deciso di provare a non usare l’aggressività, come mi avevano insegnato da ragazzino, ma la disciplina. Prima regola: decido io quali pensieri lasciar entrare nella mia testa. Seconda regola: non sparo se non ho la certezza che il colpo sia perfetto. L’idea di base, semplice e complessa insieme, è che non puoi pensare a due cose contemporaneamente. Se pensi a quella giusta è fatta. Il metodo sembra funzionare. Ho pensieri così leggeri ed estemporanei che non saprei nemmeno dire quali siano. Ogni gesto succede all’altro con una naturalezza sconosciuta.

Al contrario di quanto mi ero ripromesso, so perfettamente in quale momento della gara mi trovo. So che sono sul podio insieme a Sidi e a Emmons, so che abbiamo creato il vuoto dietro di noi e so perfettamente, ora, di dover sparare l’ultimo colpo, un colpo che vale il Mondiale e, insieme, la mia chance olimpica. Potrei pensare a Pechino, al babbo e alle sue Muratti, a Petra dolce che adesso stringe la mano di Katerina e forse prega, a Vigiani e alle sue speranze. E invece penso soltanto a fare quello che devo, un gesto perfetto che libera il proiettile verso il suo destino, e verso me stesso. Sparo. Non devo guardare il bersaglio e nemmeno la classifica. So che è andata come doveva andare.
Ho vinto. Campione del mondo.
Mi volto verso il pubblico. Non ho più un grammo di energia nervosa. Non riesco nemmeno a festeggiare. Resto immobile per alcuni secondi fino a quando lo speaker non legge l’ordine del podio. Quella voce mi risveglia. Sono curioso di sapere com’è andato Emmons. In realtà, non c’è bisogno di sentire lo speaker. Mi basta guardare gli occhi di Katerina. L’emozione l’ha tradito di nuovo, non è andato oltre l’8. È settimo, rischia di non qualificarsi per le Olimpiadi.

(Lars Baron/Getty Images)

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