Il colpo perfetto

Il libro di Niccolò Campriani, medaglia d'oro alle scorse Olimpiadi in uno sport in cui "non puoi pensare a due cose contemporaneamente"

Tornato al campus non vedo l’ora di parlarne con Ed. Soprattutto, vorrei parlargli di un dubbio che mi è venuto rileggendo il libro «dello zen» nei giorni prima della gara. A un tratto il filosofo tedesco, quindi occidentale e scettico per cultura e formazione, interroga il maestro giapponese. Gli pone una domanda acuta e, dal suo punto di vista, definitiva: «Se è come dice lei, se i colpi perfetti partono da soli, se l’assenza d’intenzione del tiratore è la condizione necessaria per eseguire il tiro, o meglio è la condizione perché il “tiro accada” e naturalmente colga il centro, allora in teoria si potrebbe tirare anche senza guardare il bersaglio, bendati, e colpire ugualmente il centro» dice il filosofo. Ma la sua provocazione si schianta contro la dimostrazione del maestro che, dopo averlo convocato di notte, accende una candela minuscola al centro della palestra e – il solo arco illuminato da quella flebile lucina – coglie per due volte il centro esatto del bersaglio posto in fondo alla sala, invisibile, immerso nel buio più totale.

«Secondo lei è vero?» chiedo a Ed.
Sorride.
«Tu che ne pensi?» mi fa.
«Non saprei, da come lo racconta…»
«Se ci pensi bene…»
«Be’, in linea teorica…»
«Cosa?»
«Non saprei, sinceramente.»
«Il maestro, prima di scoccare, accende una candela al centro della sala» mi fa osservare Ed.
«Sì, ma è una candela minuscola, non sufficiente a illuminare nulla, basta per incoccare la freccia, rischiara solo l’arco, il resto è al buio.»
«Non rischiara solo l’arco, rischiara anche l’arciere, soprattutto l’arciere.» Non capisco benissimo. Ma mi rendo conto che la sua risposta Ed me l’ha già data.
Infatti, cambia discorso. Mi consiglia un altro paio di libri, più specifici, psicologia dello sport, ipnosi.

Gli confido che sono un po’ preoccupato. fra qualche settimana, a Monaco, ci sono i Campionati mondiali. Sono piuttosto importanti perché assegneranno la prima «carta olimpica», cioè la possibilità di partecipare alle Olimpiadi di Londra. Insomma, ho paura che, al crescere dell’importanza dell’evento, diminuisca la mia capacità di controllo. Sono incerto sulla tenuta della diga che ho costruito in questi mesi. Ha retto bene alla prova delle gare di Coppa del mondo. Ma adesso che la partita comincia ad avere l’odore dei cinque cerchi temo che la cosa mi sfugga di nuovo. «Leggi quei libri, ricordati di dimenticare ciò che non ti è utile e vivi nel presente. Quella è l’unica cosa che puoi controllare, il presente. Tutto andrà bene, e a Monaco mangiati un canederlo anche per me.»
«Ricordati di dimenticare.» Penso spesso a quel film, Se mi lasci ti cancello, in cui dei signori entrano nella stanza di un ragazzo, di notte, mentre dorme e gli cancellano i ricordi. Così non soffrirà più al pensiero della ragazza con cui non poteva più stare. I ricordi che dovrebbero cancellare a me sono quelli di tutte le volte che mi hanno detto che la voglia di vincere sarebbe stata la mia arma in più. Tutte le volte che mi hanno fatto i complimenti per come so «trasformare la delusione per una sconfitta in rabbia agonistica», «per la capacità di pensare solamente alla vittoria e a nient’altro». Anni e anni di bugie, di equivoci, di gesti e parole pieni di buona fede, ma pur sempre sbagliati. Errori commessi da me per primo. E da tutti quelli che mi stavano intorno. Parenti, amici, allenatori. Un armamentario vecchio e pesante di cui mi devo liberare.
Arrivo a Monaco e dopo mezz’ora ho un’unica certezza. Devo astrarmi dal mio ambiente. Devo evitare di essere presente, di contaminarmi. ogni volta che riascolto certi discorsi, che vedo certi comportamenti, ricasco nell’equivoco.
Cerco di restare il più possibile lontano da tutto e da tutti. E mi costa molto, perché sono persone che amo e che, in ogni gesto e in ogni pensiero, manifestano affetto nei miei confronti. La più delusa da questo comportamento è Petra. Si aspettava qualcos’altro. Mi accusa di nuovo di essere distante. Che poi è proprio il mio obiettivo: essere distante. Provo a spiegarglielo. Lo accetta a fatica: anche lei è in gara e ha le stesse mie paure. Da fidanzato non avrei dubbi, l’ascolterei e proverei a tranquillizzarla. Ma da tiratore non posso. Non posso ascoltare l’eco delle mie stesse preoccupazioni, entrerei in «risonanza» e rischierei di esplodere.

La mia è la prima gara del programma. Arrivo di buon’ora e mi accorgo che il poligono è pieno di pezzi del mio passato. Ci sono tutti. C’è mio padre, Vigiani, ci sono molti ragazzi di Firenze, ovviamente c’è Petra. Va tutto bene. In passato, già solo queste presenze sarebbero bastate ad aumentare la pressione, a farmi sentire osservato. Invece adesso li guardo, seduti sugli spalti in attesa, e non percepisco altro che affetto e calore.
Respiro a fondo. Un colpo alla volta, mi dico. Un colpo alla volta. Chiudo bene la porta dello spogliatoio. Devo celebrare il mio piccolo rito. La vestizione. E voglio farlo in maniera perfetta. Mi siedo e chiudo gli occhi. Gioco con il mio cuore cercando di convincerlo a fermarsi del tutto. Apro la porta di legno, poi scendo i cinque scalini. Vorrei tentare di fare un po’ di ordine nella mia testa. Scelgo le sensazioni che voglio provare. Scarto tutte quelle negative e mi concentro sulle altre. Da fuori arriva qualche rumore e mi rendo conto che mi distrae più del dovuto. È lo stress. Ho la tentazione di preoccuparmi. Ripenso a Ed e al suo tormentone: «Ricordati di dimenticare». Apro gli occhi e mi alzo. Indosso la giacca e il guanto. Prendo la carabina. Mi metto davanti al muro con le maioliche bianche e comincio a mirare. Come se invece di quelle piastrelle ci fossero davanti metri cubi di aria e silenzio da forare con il mio proiettile. Passo un tempo indeterminato a fare questo gesto. Vista da fuori, la scena non deve essere granché: un ragazzo vestito come un fantino del palio di Siena che per cento, duecento volte alza e abbassa una carabina contro un muro a cinquanta centimetri di distanza. Ma non c’è nessuno a guardare. E nemmeno io ho l’esatta cognizione di ciò che sto facendo. Però percepisco che la mia concentrazione aumenta a ogni movimento. Quando mi vengono a chiamare è come se mi svegliassero da un sonno profondissimo. Ma mi sento pronto.

Ovviamente mi sbaglio. Non sono affatto pronto. Entro nella sala e ho la sensazione che tutta la concentrazione «caricata» negli spogliatoi con quella strana danza evapori in un instante. Guardo verso gli spalti, c’è Petra. Ci scambiamo un sorriso complice. Poi m’incammino verso la mia linea di tiro. Cerco di sciogliere un po’ i muscoli. Ma l’esercizio viene interrotto da qualcuno che mi chiama. «Ciao fratello!» È Emmons. C’è anche lui. Guarda le mie guance. Quando sono emozionato diventano rosso fuoco. Mi sorride. «Ti batte il cuore, eh?»
«Eh, parecchio.»
«Bene. Vuol dire che sei ancora vivo. Che è già un bel risultato.»
Rido.
«Dài, non ti preoccupare» mi fa. «Vedrai che andrà bene!» Annuisco. Lo saluto e ricomincio i miei esercizi di rilassamento. Mi devo solo ricordare di dimenticare. Niente di più. La teoria è semplice: puoi pensare a una sola cosa alla volta, basta scegliere quella cosa e il gioco è fatto. E io penso solo e soltanto a sparare bene.

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