Splendori e miserie del “copyright trolling”

La pratica di ricattare gli utenti che hanno scaricato file protetti da copyright chiedendo loro patteggiamenti e risarcimenti si è estesa al porno, racconta Businessweek

di Rossella Quaranta

Il “copyright trolling” – offrendo un’apparente scappatoia all’utente colto in flagrante – finora è sembrato meno rischioso. Nel 2010, la “Voltage Pictures”, una casa di produzione cinematografica di Hollywood, ha avviato un’azione legale collettiva contro 24.500 persone per aver scaricato il film “The Hurt Locker” tramite BitTorrent, il servizio peer-to-peer utilizzato da 170 milioni di utenti (e che, dice Businessweek, produce l’11 per cento del traffico totale di internet). Nel corso di un’intervista alla rivista Hollywood Reporter, i legali della Voltage hanno ammesso che l’obiettivo era quello di creare «un nuovo flusso di entrate».

Anche l’editoria ha sfruttato il sistema. Nel 2010, la holding Righthaven ha acquisito i diritti d’autore di alcuni vecchi articoli di un giornale di Las Vegas, accusando 107 blogger di averne copiato alcuni stralci. Il mensile Wired rivelò che la compagnia pretendeva 75 mila dollari da ognuno di loro, offrendo la possibilità di uscirne con un accordo per qualche migliaio di dollari. A fine 2011, dopo aver perso diverse cause (perché è stato accertato che non possedeva i diritti di alcuni articoli contestati) e dopo aver rifiutato di pagare le spese di giudizio, la Righthaven è stata dichiarata insolvente.

In Italia, un tentativo (anche questo sventato) di “copyright trolling” risale al settembre 2006: il “caso Peppermint”, dal nome di un’etichetta discografica tedesca. Con la complicità dei provider e l’utilizzo di software appositi, la Peppermint Jam Records GmbH riuscì a monitorare il download dei propri brani, accusando oltre 3.600 utenti di averli scaricati. Anche qui, prima di arrivare al processo, lo studio legale della società inviava ai presunti trasgressori una lettera, chiedendo la cancellazione immediata dal computer dei file musicali di proprietà della Peppermint e ipotizzando di far cadere le accuse in cambio del pagamento di una somma (330 euro) a titolo di risarcimento forfettario: «Qualora Lei accetti – si leggeva nella lettera – la mia Cliente si dichiara soddisfatta, si impegna a non sporgere denuncia penale nei Suoi confronti e a non agire in sede civile per la violazione commessa. […] Sono convinto che troverà più che ragionevole la transazione propostaLe». Lo studio legale ometteva però di precisare che, somma o no, il reato di duplicazione abusiva sarebbe stato comunque perseguibile d’ufficio. Il tentativo fallì per le violazioni della privacy riscontrate nella condotta della Peppermint, in particolare per le modalità utilizzate per individuare i trasgressori attraverso l’indirizzo IP.

In un primo momento il Tribunale di Roma stabilì che l’IP non fosse tutelato dalla privacy, e potesse quindi essere “intercettato” dalla società svizzera Logistep (per conto della Peppermint) e le generalità dell’utente rese note dai provider. La Peppermint annunciò anche di avere in programma un accordo con la Wind per associare al nome l’indirizzo fisico di ogni consumatore. Successivamente però, con un’altra ordinanza poi confermata definitivamente,  lo stesso Tribunale di Roma mutò orientamento e definì “spionaggio telematico” l’attività della Logistep, dietro pressione delle associazioni di consumatori e del Garante della privacy. Proprio il Garante stabilì, con un provvedimento del 2008, che la Logistep e la Peppermint avessero abusato del software utilizzato per intercettare gli IP degli utenti, oltre ad aver avuto un comportamento non trasparente nei loro confronti. L’utente – ha ribadito il Garante – dev’essere sempre consapevole dell’uso che si fa dei suoi dati. Le due società sono state costrette a cancellarli dagli archivi.

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