Dimenticate Venezia

Un repertorio dei disastri che incombono sulla città, nei giorni degli aperitivi e dei vernissage della Biennale

di Filippomaria Pontani

L’affermazione, contenuta tale e quale in un documento ufficiale, strabilia tanto più in quanto all’epoca Marghera non era affatto un cantiere disabitato: varcato il muro degli stabilimenti, appena oltre via Fratelli Bandiera, iniziava un quartiere pensato in origine 1922 da Pietro Emilio Emmer come una vera “città-giardino” sul modello anglosassone, e poi via via corretto (complici anche i bombardamenti della guerra e le incresciose ricostruzioni del dopo) in un insediamento popolare, non immune dalla speculazione, ma senz’altro più arioso e meno caotico rispetto al centro limitrofo di Mestre (si veda F. Mancuso, Fronte del porto, Corte del Fòntego 2012, nonché le splendide foto del compianto Gabriele Basilico testè esposte al Centro Candiani in Rethinking Mestre). Cosa pensava, il PRG, di tutti quegli abitanti, che già dal 1924 – secondo quanto segnalava un solerte sindaco dell’epoca, prontamente tacitato da tranquillizzanti contro-relazioni dell’azienda – “hanno reclamato presso questo ufficio perché ricevono nocumento e molestia dai gas esalanti dal camino dell’opificio Cita sito ai Bottenighi in territorio di Venezia” (questa citazione, come le notizie essenziali sull’urbanistica di Marghera, è tratta dall’ottimo volume collettivo Marghera. Il quartiere urbano, Alcione 2000)? E cosa ne pensa il legislatore odierno?

 scheletri rimasti delle stesse fiamme / paralizzate / di cui siete l’imprevedibile / filiazione, / forte spinta a città di malora / città perduta / tanto morta da essere impegnata / a farsi fantasma di se stessa / che stridi muta / tuoi gerghi anche / nell’annientamento protervi / di chimici spettri / mal protesi nervi / colori e forme frane / hanno zanne / esprimono / o covano / espiano / disseccati / sotto / sputi / di Arpie

(A. Zanzotto, Fu Marghera, 2009)

Porto Marghera è una sorta di enciclopedia dei mali dell’industrializzazione italiana, per diverse ragioni: il disordinato sviluppo che nel 1965 rischiava di estendere le attività produttive verso una III zona industriale, potenziale colpo di grazia per tutto l’equilibrio della Laguna e soprattutto per l’inquinamento della terraferma; il declino del ciclo produttivo iniziato nel 1974, e proseguito senza interruzioni fino alle chiusure sempre più frequenti negli ultimi 15 anni (Enichem, Dow, Montefibre, Solvay, Sirma, Syndial, fino alla grottesca e trista vicenda della Vinyls); la lunga catena di incidenti che hanno flagellato il Petrolchimico, a cominciare da quelli più spaventosi, come la catena di 38 morti fra ’51 e ’56, la caduta di un Argo 16 a pochi metri da un deposito di fosgene il 23 novembre del 1973, lo scoppio mortale di una bombola nel reparto dell’acido fluoridrico nel marzo 1979, l’incendio ai serbatoi del fosgene, con susseguente fuga di gas, non più tardi del 28 novembre 2002. Ma l’esemplarità di Porto Marghera sta nel riassumere in sé un dilemma ben più pressante di quello tra arte e sviluppo, tra bellezza e produttività, in cui si vuole frettolosamente rinchiudere l’intera città di Venezia. Porto Marghera compendia in sé, nelle sue arterie e nelle arterie dei suoi figli, il conflitto irrisolto tra sviluppo industriale e tutela della vita, in una parola fra lavoro e salute.

Ecco dunque l’attualità bruciante e sottaciuta di quelle dedaliche costruzioni e ciminiere che, viste da Venezia, colpiscono per il loro ardito skyline, per la loro eleganza quasi astratta; mi ricordano l’imponenza del Petrolchimico di Gela, che visitai ragazzo nel ’93 quando ancora s’ignoravano i suoi effetti sulla salute degli abitanti, o le inopinate architetture del complesso di Sarroch, in una delle spiagge potenzialmente più belle della Sardegna, dove si continua sommessamente a morire e dove perfino Massimo Moratti – nel silenzio dei media impegnati a discutere della sua Inter – viene chiamato a rispondere delle proprie omissioni. Oggi, quando sentiamo parlare di una fabbrica in crisi, bisognosa di riconversione o ammodernamento, che negli anni passati ha avvelenato l’aria, l’acqua e la terra, portando un carico di morte sui propri operai e sugli abitanti dei dintorni, nonché tradendo tragicamente le attese dei “metalmezzadri” (la folgorante definizione è di Walter Tobagi) che venivano a lavorarvi ogni giorno dalla campagna, pensiamo d’acchito all’ILVA di Taranto, e a quella realtà cittadina magistralmente ripercorsa da Alessandro Leogrande nel recentissimo Fumo sulla città (Fandango 2013). Ma Porto Marghera, mutatis mutandis, racconta una storia analoga, troppe volte colpevolmente ignorata da chi si accosta al fenomeno Venezia, e infatti ancora drammaticamente irrisolta. Qui e lì, la spia fondamentale sono le cozze: quelle del Mar Piccolo, che non si possono più allevare né mangiare; quelle che, tra Petrolchimico e Mose, sono ormai scomparse dalla Laguna. La “modernità” di Porto Marghera, perfino rispetto a Taranto, sta nel fatto che sin dal principio, e poi a maggior ragione con la nuova privatizzazione Enichem degli anni ’70 e la susseguente frammentazione, non è esistita per lungo tempo una fabbrica unitaria, ma una serie di aziende di diverse dimensioni, dalla cantieristica ai trasporti, dalla chimica alla raffinazione del greggio: così, lo stillicidio delle chiusure è stato più lento, il problema occupazionale più diluito (ma ancor oggi – come mostra il caso Vinyls – presenta i suoi conti salatissimi), e d’altra parte la ricerca delle responsabilità più faticosa, gli interventi di recupero e di riqualificazione oggettivamente impediti dall’assenza di un disegno complesivo, dall’alea esitante del dilemma tra futuro industriale e bonifica.

Perché poi quello che interessa, a Taranto come a Venezia, è la comprensione del passato e la prospettiva del futuro. Nel leggere la storia della Fabbrica dei veleni del giudice Felice Casson (Sperling & Kupfer 2007) s’incontrano le storie che abbiamo sentito dalla Puglia in questi mesi, i polmoni di un operaio esposti come in un’installazione di Penone, a denunziare con il loro fiato e la loro malattia i devastanti effetti del cloruro di vinile monomero (CVM) sull’organismo di decine di lavoratori; l’angiosarcoma del fegato, il mesotelioma pleurico, la malattia di Raynaud; le analisi non commissionate dalle ASL, le indagini scientifiche insabbiate dall’azienda; le decine di lavoratori morti, l’ambiente contaminato. E poi, nel 1972, le minacce del piduista Eugenio Cefis, già successore di Mattei all’Eni e poi patròn della Montedison, di chiudere lo stabilimento in caso di condanna per reati ambientali; e l’incredibile e coraggioso processo condotto tra alterne vicende da Casson tra il 1998 e il 2004 fino alla condanna in Appello dei responsabili di quelle morti e di quelle negligenze – una condanna fantasma, le pene prescritte, gli imputati defunti da un pezzo, per le bonifiche comminate cifre irrisorie.

Lavoravamo tra micidiali veleni
sostanze terribili
cancerogene.
Non affermate ora
furfanti
ladri di vite
che non c’era alcuna certezza
che non c’erano legislazioni.
Non dite, non dite che non sapevate.

(F. Brugnaro, Tutti assolti al processo per le morti al petrolchimico, 2001)

Se c’è una cosa che distingue Venezia da Taranto, oltre al tipo di inquinamento e alla diversa presenza della criminalità, è il maturare di una coscienza di opposizione, dentro e fuori lo stabilimento, dentro e fuori i sindacati. Le mobilitazioni comuni degli anni ’68-’69 coinvolsero gli operai accanto agli studenti universitari dello IUAV, in una riflessione organica su un disegno complessivo di società che oggi, nella frammentazione dei contratti e nella precarizzazione delle coscienze, pare quasi un miraggio (si veda E. Montali (a c. di), La salute non si vende! Lotte operaie del ’68 nelle fabbriche chimiche di Marghera, Roma 2009). Un disegno radicale, discutibile forse, ma portatore di un germe di comunanza e di condivisione, e scevro – ne fa fede l’opposizione alla violenza brigatista, che ferì più volte il Petrolchimico (si pensi all’assassinio di Giuseppe Taliercio) – di cedimenti al terrorismo. Un disegno capace, per tornare a bomba, di contestare platealmente nel 1968 la Biennale dell’arte, del cinema e della musica nell’intento di denunziare lo scollamento fra mondi sempre più distanti, la società dello spettacolo (e della politica) e quella dei lavoratori. E oggi, che le disuguaglianze e i solchi sono profondi come il Canale dei Petroli, a che punto siamo? E oggi, che l’inganno di Marghera si è svelato e le barene spirano veleni, si troverebbero i Luigi Nono, gli Emilio Vedova, i Gian Maria Volontè pronti a manifestare dalla parte dei contestatori?

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