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  • sabato 25 Maggio 2013

Il punto sui playoff NBA

Siamo ancora alle semifinali, ma ci sono già tantissime storie da raccontare su questi primi turni dei playoff: tra le altre, molti record e qualche delusione

Il 2013 è stato anche l’anno in cui per la prima volta un giocatore italiano ha superato il primo turno dei playoff, arrivando alle semifinali di Conference: il record è stato raggiunto da Marco Belinelli, arrivato in NBA dopo alcuni anni passati nel campionato italiano alla Fortitudo Bologna. Belinelli gioca oggi nei Chicago Bulls, ma prima di arrivare a Chicago aveva giocato per altre tre squadre NBA: Golden State Warriors, Toronto Raptors e New Orleans Hornets.

Nella gara decisiva del primo turno dei playoff che i Chicago hanno giocato contro i Brookling Nets, Belinelli ha segnato 24 punti, partendo in quintetto e segnando gli ultimi 6 punti di Chicago della partita, che hanno permesso alla sua squadra di vincere la gara e passare il turno. Di quella prestazione di Belinelli si è parlato anche per un altro motivo: dopo avere segnato un canestro da tre decisivo per la vittoria della sua squadra, Belinelli ha fatto un gesto con le mani per dire “ho due palle così”, per il quale ha poi dovuto pagare 15 mila dollari di multa.

Ai quarti di finale della Western Conference si è giocata una delle gare più belle e interessanti dei playoff, almeno sulla carta: Los Angeles Lakers contro San Antonio Spurs, le due squadre che si sono aggiudicate in due 9 degli ultimi 14 campionati NBA. Negli ultimi due anni, tuttavia, nessuna delle due squadre è riuscita a raggiungere la finale dei playoff: quelli più in crisi sembrano essere i Lakers, che non sono riusciti a rinnovare la squadra intorno al suo giocatore più forte, Kobe Bryant (che si è infortunato, ma ci torniamo dopo).

San Antonio, ora in semifinale e con buone possibilità di raggiungere la finale, ha una storia molto bella: i tre giocatori più importanti della squadra, Tim Duncan (37 anni), Manu Ginobili (35 anni) e Tony Parker (31 anni), soprannominati i “Big 3”, giocano insieme negli Spurs da più di 10 anni e da allora sono allenati dallo stesso coach, Gregg Popovich, che è a San Antonio dal 1996. Per questo il gioco degli Spurs è molto tecnico e organizzato, tra i più belli da vedere di tutta la NBA: l’attenzione per la circolazione di palla, ad esempio, o l’intensità difensiva sempre molto alta, hanno fatto sì che San Antonio venisse considerata tra le squadre con lo stile di basket più “europeo” di tutta la NBA.

Un paio di cose andate storte nei playoff
Per Carmelo Anthony, giocatore più importante dei New York Knicks, è stato un altro anno di grandi delusioni. Anthony, uno dei giocatori più forti dell’NBA, è molto amato dai tifosi di New York, che speravano quest’anno di riuscire ad arrivare almeno in finale di Conference: nella stagione 2010-2011, infatti, la dirigenza dei Knicks decise di acquistare dei giocatori forti e importanti, tra cui lo stesso Carmelo Anthony, per riportare la squadra ad alti livelli (l’ultimo titolo vinto dai Knicks è del 1973).

I Knicks sono stati sconfitti in semifinale di Conference dagli Indiana Pacers per 4 partite a 2, e il simbolo di questa sconfitta è diventata la stoppata di Roy Hibbert subita proprio da Anthony in un momento decisivo dell’ultimo quarto di gara6: dopo la stoppata, i Pacers avevano fatto un parziale di punti di 9 a 0 ed erano riusciti a vincere la gara e la serie, passando il turno.

Alcune delle sconfitte più sorprendenti dei playoff sono arrivate a causa di qualche infortunio “eccellente” che ha pesato molto sulle prestazioni di diverse squadre: i tre più importanti sono stati quello di Kobe Bryant dei Los Angeles Lakers, di Russell Westbrook degli Oklahoma City Thunder e di Danilo Gallinari dei Denver Nuggets. In un campionato come quello NBA, giocato con grande intensità fisica e a ritmi molto elevati, perdere uno dei giocatori più importanti della squadra può condizionare seriamente l’esito di molte partite.

Una grande differenza che c’è tra l’NBA e i campionati europei è l’esistenza del premio per il “Miglior sesto uomo” della stagione, cioè il miglior giocatore della squadra che inizia le partite dalla panchina: il ruolo della panchina, che in Europa è molto snobbato, negli Stati Uniti è considerato tra le caratteristiche che una squadra deve avere per vincere. Se non si ha una panchina all’altezza del quintetto, non solo non si riesce a mantenere un’intensità alta per tutta la partita, ma si rischia anche di non poter sostituire eventuali infortunati, come è successo a Oklahoma, Denver e Los Angeles.

LeBron James, l’MVP della stagione regolare
Gioca nei Miami Heat ed è considerato da molti il giocatore più forte degli ultimi anni della NBA, anche se negli Stati Uniti c’è un ampio dibattito sul fatto che questo primato sia invece ancora di Kobe Bryant dei Los Angeles Lakers, che per moltissimi anni è stato considerato l’erede di Michael Jordan. LeBron James, 28 anni, 203 centimetri e 113 chili, gioca nel ruolo di ala piccola, anche se la sua forza fisica e la sua tecnica gli permettono di essere uno dei giocatori più versatili di tutta l’NBA.

Secondo Forbes, James è il cestista più pagato al mondo: è soprannominato in vari modi, i più famosi sono “King James” (“Re James”) e “The Chosen One” (“Il prescelto”). Anche quest’anno, come era già successo diverse volte in passato, James ha vinto il premio di miglior giocatore di tutta la stagione regolare NBA (MVP, ovvero “Most Valuable Player”), grazie anche a molte giocate spettacolari: l’ultima è stata quella che ha permesso alla sua squadra di vincere gara1 contro Indiana negli ultimi secondi.

LeBon James è molto amato a Miami, e lo era anche alla sua precedente squadra, i Cleveland Cavaliers, fino a che non l’ha lasciata da free agent nella stagione 2010-2011 per unirsi ai Miami Heat. La sua scelta fu duramente criticata da molti ex-giocatori e commentatori dell’NBA, che pensavano che per dimostrare di essere un campione James dovesse vincere un titolo con i Cleveland, e non con una squadra così forte come Miami. In particolare divenne famosa una dichiarazione di Michael Jordan, che disse: «In tutta onestà ero troppo impegnato a cercare di battere Larry Bird e Magic Johnson per pensare di giocare con loro». Jordan si riferiva a due dei giocatori più forti di tutta la storia NBA, che all’inizio degli anni Novanta diedero vita insieme a Jordan a delle sfide che sono rimaste indimenticabili per molti appassionati.

 

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