• Scienza
  • mercoledì 22 Maggio 2013

Ho molti amici germi

Conviviamo con migliaia di miliardi di batteri: alcuni sono cattivi e altri sono buoni, e combatterli tutti non è poi questa grande idea, racconta il New York Times

di Antonio Russo – @ilmondosommerso

Come passano i microbi dalla madre al bambino
L’allattamento al seno è una delle prime forme di trasmissione di prebiotici e probiotici dalla madre al bambino (i prebiotici sono sostanze che alimentano i batteri – come gli oligosaccaridi – e i probiotici sono gruppi di batteri “amici”). Fino a qualche tempo fa, il latte artificiale non conteneva né gli uni né gli altri, e pur essendo un alimento nutritivo per il bambino non permetteva una colonizzazione ottimale dell’intestino, aumentando quindi la predisposizione ad infiammazioni e allergie.

Anche il parto in sé è un’importante forma di trasmissione di microbi: i bambini nati tramite parto cesareo – e quindi in ambiente sterile – non acquisiscono i microbi intestinali e vaginali della madre, e sono statisticamente più esposti al rischio di future allergie, asma e malattie autoimmuni. I coniugi Knight hanno detto a Pollan di essere talmente convinti della bontà di questi studi da aver provveduto manualmente a tamponare il loro neonato – nato tramite cesareo – con le secrezioni vaginali della madre subito dopo la nascita.

I batteri intestinali nel mondo
Gli studi del microbiota intestinale nell’uomo sono abbastanza recenti e ancora non è chiaro quale dovrebbe essere la composizione microbica ideale di un soggetto sano. In genere un microbiota più assortito presenta una maggiore adattabilità all’ambiente, e quindi averne uno molto vario è meglio che averne uno poco vario. Le popolazioni dei paesi industrializzati presentano un microbiota meno vario e molto diverso da quello di altre popolazioni del mondo: per esempio, i batteri intestinali delle popolazioni del nord Africa sono molto più simili a quelle delle popolazioni del sud America piuttosto che a quelle degli americani o degli europei. Tra americani ed europei abbondano batteroidi e firmicutes ma scarseggia la prevotella, che invece abbonda tra africani e amerindi. Questa differenza è dovuta probabilmente alle abitudini alimentari: tra le popolazioni rurali è più alto il consumo di fibre e di cereali integrali (che piacciano molto ai batteri della prevotella) mentre il consumo di carne favorisce la proliferazioni dei batteri del ceppo firmicutes.

Secondo Catherine A. Lozupone, microbiologa dell’Università di Stanford, una delle ragioni della maggiore varietà microbica delle popolazioni rurali è che in molte di queste comunità i bambini vengono cresciuti in comune e i genitori se li passano di mano in mano. Anche l’uso eccessivo e sregolato di antibiotici sarebbe alla base della scarsa biodiversità del microbiota delle popolazioni dei paesi industrializzati, oltre all’abuso di cibi trattati e sterilizzati, ripuliti della maggior parte dei microbi (buoni e cattivi). Questo spiegherebbe perché le popolazioni rurali – pur avendo un’aspettativa di vita inferiore a quella dei paesi industrializzati, e pur essendo più esposti al rischio di malattie infettive – presentano una percentuale molto più bassa di allergie, asma, diabete di tipo 2 e disturbi cardiovascolari.

Tu sei i tuoi batteri
Molte delle cose sorprendenti che stiamo imparando sul ruolo dei batteri intestinali nei macrorganismi che li ospitano si devono agli esperimenti condotti sui topi gnotobiotici (topi di laboratorio inizialmente privi di germi nei quali viene inoculato un microbiota noto). Trasferendo nell’intestino di topi ansiosi e impauriti i batteri intestinali di topi molto sicuri e intraprendenti, si è potuto constatare che quei topi timidi diventavano coraggiosi. Questi e altri esperimenti del genere hanno dimostrato che i batteri – per provvedere alla loro stessa sopravvivenza – influenzano molte delle funzioni tradizionalmente considerate competenza del macrorganismo superiore: i batteri regolano in parte la produzione di neurotrasmettitori come la serotonina, di enzimi e vitamine, e di altre molecole che influenzano anche i livelli di stress, l’umore o il metabolismo (segnalando, ad esempio, la sensazione di fame o di sazietà).

Lo stesso discorso può essere fatto anche nel caso del rafforzamento delle difese immunitarie: i microbi pensano innanzitutto a se stessi, e le difese immunitarie dell’organismo superiore possono essere considerate come un effetto della resistenza dei batteri all’insediamento e alla colonizzazione da parte di nuovi germi esterni. Per questo motivo, alla fine di lunghe terapie antibiotiche – che abbattono l’intera popolazione microbica intestinale – l’essere umano è più esposto alla ricolonizzazione batterica, che nel caso dei soggetti adulti rappresenta anche una delle poche possibilità di ripopolare l’intestino con nuove specie microbiche.

Quindi gli antibiotici fanno male?
C’è molta cautela da parte dei ricercatori nell’annunciare le scoperte scientifiche sul microbiota umano, e non solo perché si tratta di studi molto recenti: da un lato non si vuole sminuire l’importanza né negare la necessità delle terapie antibiotiche nelle malattie infettive, e dall’altro non si vuole alimentare una fiducia smisurata sul futuro delle cure probiotiche. Ma gli studiosi sono abbastanza unanimi nel ritenere che gli antibiotici usati nel secolo scorso – così come la pratica del parto cesareo o il consumo di cibi trattati – abbiano contribuito a fare scomparire dal microbioma occidentale alcune specie microbiche prima ancora che scoprissimo a cosa servissero.

Fin dal 1983, per esempio, la medicina occidentale ha combattuto e ormai quasi sterminato un batterio – l’Helicobacter pylori – ritenuto responsabile dell’ulcera peptica e del cancro allo stomaco, e che forse invece ci serviva, secondo l’“ipotesi del microbiota mancante”, una teoria formulata da una coppia di microbiologi della New York University (María Gloria Dominguez-Bello e suo marito Martin Blaser). Oggi sappiamo che l’Helicobacter pylori è un batterio molto più complesso di quanto si ritenesse allora, e non necessariamente patogeno: anzi regola l’acidità nello stomaco rendendo l’ambiente inospitale per alcuni germi patogeni. Gli studi di Dominguez-Bello e Blaser dimostrano che chi ne è privo riduce il rischio di ulcera peptica ma è più esposto al rischio di reflusso acido e di malattie come l’esofago di Barrett o il cancro all’esofago. Blaser sostiene che l’ideale sarebbe inoculare questo batterio nei primi anni di vita, per sfruttarne gli effetti benefici, e poi sterminarlo intorno ai 40 anni, quando tendono a insorgere i problemi legati all’ulcera peptica e al cancro allo stomaco.

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