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  • sabato 18 Maggio 2013

La Siria e la linea rossa

Perché gli Stati Uniti e la comunità internazionale non intervengono? Cosa potrebbero fare? Le armi chimiche sono il punto di non ritorno?

Cosa ha fatto Obama in Siria
La posizione di Obama sulla guerra in Siria sembra essere stata parzialmente condizionata anche dalle cose imparate dagli Stati Uniti durante l’intervento in Bosnia di vent’anni fa, senza contare ovviamente i recenti complicatissimi interventi militari in Afghanistan e in Iraq. Gli Stati Uniti si sono limitati a fornire ai ribelli siriani circa 650 milioni di dollari in aiuti non militari, e secondo alcune fonti mai ufficialmente confermate la CIA avrebbe iniziato ad addestrare piccoli gruppi di siriani che a loro volta dovrebbero addestrare altri ribelli. Per mesi Obama ha sperato che questa strategia potesse essere sufficiente a costringere Assad a negoziare una resa.

Obama ha ripetuto più volte in pubblico che un intervento militare degli Stati Uniti in Siria sarebbe uno sbaglio. Durante una conferenza stampa nel 2012, Obama disse: «L’idea che il modo per risolvere tutti questi problemi sia dispiegare i nostri soldati non è stata vera in passato e non può essere vera ora». Durante un’intervista data quest’anno a New Republic, Obama ha detto che intervenire in Siria potrebbe obbligare in futuro gli Stati Uniti a intervenire dovunque ci sia una catastrofe umanitaria.

Il New Yorker racconta un’altra cosa notevole, e poco conosciuta, su come Obama si sia trovato isolato all’interno del suo stesso staff sulla questione dell’intervento in Siria. A febbraio l’ex Segretario della Difesa, Leon Penetta, e il capo di stato maggiore, Martin Dempsey, testimoniarono di fronte alla Commissione sui Servizi Armati del Senato. In quell’occasione il senatore repubblicano John McCain chiese: «Vorrei chiedere di nuovo a entrambi quello che avevo già chiesto lo scorso marzo, quando 750 cittadini siriani erano stati uccisi. Ora siamo a più di 60mila. Quanti ancora devono morire prima che voi ordiniate un’azione militare?». Sia Panetta che Dempsey risposero che lo avevano già fatto, riferendosi a una proposta di inviare armi ai ribelli, che era sostenuta anche dall’ex Segretario di Stato Hillary Clinton, dal direttore dell’intelligence, James Clapper, e dall’ex capo della CIA, David Petraeus. La proposta era stata presentata a Obama, che però l’aveva rifiutata. McCain commentò la risposta di Panetta e Dempsey dicendo: «Può essere che sia successo un’altra volta nella storia che l’intero team della sicurezza nazionale raccomandasse al presidente di intraprendere un’azione e che lui abbia rigettato la proposta, ma se è successo io non ne sono a conoscenza».

Le opzioni di Obama, a parte non fare niente
Secondo Filkins sono tre: imporre una no-fly zone, simile a quella che fu imposta in Libia nel 2011 e che portò alla caduta di Mu’ammar Gheddafi; armare i ribelli utilizzando come punto di smistamento un comando che ha la sua base in Turchia; distruggere in qualche modo l’arsenale chimico di Assad, distribuito in decine di siti diversi sparsi per il paese.

1. La no-fly zone
Creare una no-fly zone vuol dire stabilire che una certa porzione di territorio non può essere sorvolata, e che gli aerei che lo fanno possono essere abbattuti. La no-fly zone è stata richiesta molto dai ribelli siriani, che credono che impedendo i bombardamenti aerei dell’aviazione siriana il regime di Assad cadrebbe dopo un solo mese. Lo scorso marzo Moaz al-Khatib, allora presidente della Coalizione Nazionale Siriana, l’autorità che rappresenta i ribelli, chiese a Obama di usare i missili Patriot per imporre una no-fly zone sulle aree controllate dai ribelli nelle zone al nord della Siria. L’obiettivo non doveva essere solo colpire l’aviazione del regime siriano, ma anche rimuovere gli Scud che Assad sta usando contro i civili – un arsenale che si stima comprenda parecchie centinaia di missili. La no-fly zone permetterebbe anche ai membri dell’opposizione siriana, che oggi si trovano al Cairo, di poter tornare in Siria senza essere colpiti dai bombardamenti del regime.

Le cose non sarebbero però così semplici. Le difese aeree siriane, che sono state pensate per proteggersi da un attacco israeliano, sono tra le più fitte del mondo, con moltissimi radar e missili terra-aria. Una no-fly zone comporterebbe rischi molto alti in termini di perdita di vite umane, oltre al fatto che potrebbe non essere sufficiente a fermare i massacri: una parte consistente dei bombardamenti di Assad, infatti, avviene via terra.

2. Armare i ribelli
Gran parte delle armi dei ribelli arrivano dal Qatar, dalla Turchia e dall’Arabia Saudita: si tratta di missili, fucili e milioni di munizioni, spesso comprate in Croazia e trasportate fino alle basi dei ribelli ai confini con la Turchia e la Giordania. Finora Obama non ha autorizzato nessun trasferimento di armi ai ribelli, come confermato ad aprile dal nuovo Segretario di Stato John Kerry: il motivo è la poca fiducia nei confronti dei ribelli siriani, che secondo il presidente sarebbero divisi ideologicamente e impossibili da controllare.

Sembra però che le armi di Qatar, Turchia e Arabia Saudita siano comunque finite nelle mani dei ribelli più estremisti: ad aprile il gruppo Al Nusra, legato ad al Qaida, ha pubblicato online un video di propaganda che mostra alcuni suoi membri che imbracciano delle armi fabbricate in Croazia, identiche a quelle che erano state inviate ai ribelli una settimana prima dai tre stati mediorientali. Elizabeth O’Bagy, analista dell'”Institute for the Study of War” e che ha viaggiato diverse volte nelle zone controllate dai ribelli, ha detto: «Noi possiamo indirizzare le armi con un certo grado di sicurezza, ma una volta che sono in Siria perdiamo essenzialmente il controllo di come vengono usate». Gli Stati Uniti non vogliono correre il rischio di ritrovarsi dopo la caduta del regime con un esercito di estremisti islamici armati fino ai denti proprio dagli Stati Uniti, un po’ come accadde in Afghanistan durante la Guerra Fredda.

Recentemente gli Stati Uniti hanno subito molto le pressioni dell’Arabia Saudita, che vorrebbe iniziare ad armare i ribelli con missili terra-aria. I missili terra-aria sono considerati potenzialmente decisivi per la guerra, non solo per colpire Assad ma anche per indebolire i sostenitori del regime iraniano, con i quali i sauditi hanno iniziato un intenso conflitto per dominare l’area mediorientale del Golfo. Gli Stati Uniti finora si sono messi in mezzo per i motivi di cui sopra, ma non è detto che i sauditi aspetteranno un sì degli americani per sempre.

3. Distruggere l’arsenale chimico di Assad
La questione delle armi chimiche è la più delicata per l’amministrazione Obama. Gli Stati Uniti non hanno mai specificato con esattezza in cosa consista questa “linea rossa”, a parte richiamare un uso “sistematico” di questo tipo di armi: sistematico significa ripetuto, e non solo episodico su piccola scala. Joseph Holliday, ex ufficiale dell’intelligence militare che ha studiato il conflitto siriano per l'”Institute for the Study of War” a Washington, sostiene che il regime di Assad stia usando le armi chimiche in modo da terrorizzare i ribelli, ma non da superare la “linea rossa”. Un aumento graduale e non casuale della violenza. «Prima c’è stata l’artiglieria. Poi le bombe. Poi gli Scuds. Un anno fa [Assad] non uccideva 100 persone ogni giorno. Ha introdotto le armi chimiche gradualmente, per farci abituare al loro uso».

Gary Samore, che fino a febbraio era il consigliere capo sulle armi di distruzione di massa per il presidente Obama, ha detto che il programma di Assad sulle armi chimiche è difficile da eliminare con la forza militare. Bombardare i siti in cui si trovano le armi potrebbe creare molti danni ai civili a causa del rilascio nell’aria di sostanze chimiche nocive. Oltretutto, aggiunge Samore, non è garantito che un bombardamento aereo su questi siti sia sufficiente per distruggerli tutti.

Un’altra opzione potrebbe essere conquistare i siti senza bombardarli, ma anche questa sembra molto difficile: i soldati americani dovrebbero intervenire via terra e potrebbero dover combattere non solo contro i soldati di Assad ma anche contro i gruppi ribelli, come Al Nusra, che potrebbero volersi impossessarsi delle armi chimiche. Il Dipartimento della Difesa americano ha stimato che mettere in sicurezza le armi chimiche siriane richiederebbe circa 75mila truppe di terra, più di quelle che gli Stati Uniti hanno mantenuto in Afghanistan da quando Obama si è insediato alla presidenza.

La guerra in Siria vista dall’America
Il senatore John McCain, uno dei sostenitori più convinti di un maggiore coinvolgimento in Siria, ha detto la scorsa settimana che gli Stati Uniti dovrebbero essere “preparati con una forza internazionale per andare in Siria e mettere in sicurezza le armi chimiche, e magari anche quelle biologiche”. McCain è radicalmente contrario, però, a inviare delle truppe di terra, e sembra immaginare un intervento come quello in Bosnia, o uno simile a quello libico – breve, e con poche perdite per gli americani.

Per Obama la situazione siriana è più complessa, come spiega un membro dello staff della Casa Bianca al New Yorker: «La pressione che c’è ora su di noi per intervenire in Siria è enorme. Ma il giorno dopo che fai qualcosa le pressioni vanno in un’altra direzione. In Libia prima che intervenissimo tutti dicevano: “Ma perché non fate niente?!”. Il giorno dopo che siamo intervenuti, tutti sono passati a: “Ma che diavolo avete fatto?!”». Obama vuole liberarsi di Assad e interrompere i massacri, scrive il New Yorker, ma teme di impelagarsi in un vuoto di potere come quello che si aprì a Baghdad dopo l’intervento americano del 2003: quel vuoto venne riempito dal caos e dagli estremisti islamici. Difficile pensare che quelli che governeranno dopo Assad, se succederà, saranno amici degli Stati Uniti.

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