• Cultura
  • mercoledì 15 maggio 2013

La mentalità dell’alveare

L'anteprima del nuovo romanzo di Vincenzo Latronico, che racconta di un movimento nuovo che diventa partito e vince le elezioni...

di Vincenzo Latronico

I saluti telefonici furono complicati dalla disattenzione di Leonardo, preso da calcoli che produssero la cifra, scribacchiata subito accanto: RATA=1040€ In quell’istante riattaccò, e Camilla gli disse, con un sarcasmo che probabilmente mascherava la paura della delusione: “Non sapevo che avessi un’altra casa. Com’è la seconda moglie?”
“Non la conosco,” rispose pronto Leonardo, “ma di certo mai bella come te.”
Ci fu un terzo Campari.
Una settimana più tardi, Leonardo Negri acquistò da Libera Cavaccioni in Negri una quota minuscola del trilocale a Rosignano Solvay dove era cresciuto, e dove lei continuava a vivere. Con l’inchiostro ancora fresco sul rogito si presentò in anagrafe, dove il padre di una sua fiamma delle elementari fu felice di scoprire che Leonardo avrebbe ripreso la residenza a Rosignano, nella sua nuova prima casa. Non era ancora iniziato aprile che sottoscrisse insieme alla moglie un mutuo al 3,5% per l’acquisto della seconda, un appartamento affacciato su piazzale Segrino, nella zona nord di Milano.

Ne discussero a lungo – dopo l’acquisto, se non prima. L’espediente immaginato da Negri non era, da nessun punto di vista, una truffa. Non era una truffa allo Stato, dal momento che tecnicamente lui aveva, adesso, una prima casa. Non era neanche una truffa alla banca: il contratto del mutuo vietava esplicitamente che quell’appartamento in piazzale Segrino diventasse la prima residenza della famiglia Negri, e se ciò fosse accaduto sarebbero stati costretti a pagare una penale superiore a quanto avevano risparmiato. E cioè: Leonardo e Camilla rinunciarono, volontariamente, al diritto a non farsi pignorare l’appartamento, presentando come seconda casa quella che in pratica era una prima, in cambio di un prestito a condizioni più vantaggiose.
“Non c’è niente di paradossale, in fondo,” spiegava lui a lei, non perché ne fosse più convinto ma perché, spontaneamente, si dividevano le parti in ogni discussione, inscenando in due il dibattito interiore che si svolgeva in ognuno di loro. “La non-pignorabilità è un diritto giusto, ed è importante che tutti lo abbiano: ma noi, anche se ne riconosciamo l’importanza, abbiamo comunque la facoltà di rinunciarci.”
“Be’, un po’ ipocrita, no?”
“Ma no, Cami. Pensaci: da quando ti conosco fai campagna per il diritto al matrimonio omosessuale. Ma questo significa che vorresti costringere ogni coppia gay a sposarsi? No: vuoi che ne abbiano la possibilità. Lo stesso vale per noi.”
Conversazioni di questo tenore si svolsero con una certa frequenza in quel trilocale ancora odoroso di bianco, nei primi mesi dopo l’acquisto. A volte, ma di rado, le parti si invertivano. Immancabilmente finivano con l’accordo di entrambi per la posizione che li assolveva (e con del sesso in piedi, in più occasioni, e con aloni di vernice candida sulla schiena di lei); la questione della coerenza politica sembrava in effetti risolta.

Così sembrò anche a Filippo Barbarelli e Alice Terracina, due colleghi di Camilla nella Rete dei Volenterosi (lo strano termine “colleghi” era stato preferito, dopo una discussione piuttosto accesa sul blog di riferimento di tutti gli iscritti, ai più connotati “militanti” e “compagni”). Alice lavorava nell’ufficio grafico del “Sole 24 Ore”, e si era occupata dei volantini e dei manifesti per le attività quando la RdV, a Milano, consisteva appena di nove studenti idealisti e squattrinati (fra cui, appunto, Camilla); Filippo era stato per un anno cittadino-eletto al Consiglio comunale dopo una formidabile campagna contro la speculazione edilizia dell’Expo portata avanti in quanto membro del Consiglio di Zona 9. A Camilla e ad Alice non pesava il fatto che quella posizione fosse andata a lui, benché iscritto da minor tempo: in fondo, non vedevano alcun prestigio nell’essere un dipendente dei cittadini (e vedevano, invece, gli sforzi costanti, la pazienza che quella posizione richiedeva). Quando uscivano a cena con tutti i membri del TreffPunkt di Milano Isola, il circolo locale, si pagava rigorosamente alla romana; ma la grappa che da anni bevevano loro tre prima di tornare a casa, la offriva quasi sempre lui.
Fu di fronte a una di quelle grappe che Camilla disse loro del mutuo. Erano straordinariamente al secondo giro; festeggiavano il fatto che Camilla e Leonardo fossero riusciti a comprare casa restando in zona, evitando così di privare il TreffPunkt di “un terzo del suo cuore”, brindò Filippo Barbarelli con una metafora un po’ impacciata. (Valvola dell’aorta e ventricolo sinistro? si chiese astrattamente Alice Terracina. Entrambi gli atri e un tratto di vena cava? Quant’era esattamente un terzo di cuore?)
Alle domande dei due, Camilla espose i dettagli dell’appartamento, includendo sia le informazioni che si chiedono solo per gentilezza (“Il parquet è in rovere spazzolato”) sia quelle che per garbo non si chiedono. “Costava pochissimo,” disse, “era la casa del portinaio, messa male e al quinto piano, ma per noi va bene. Il mutuo sarebbe stato comunque stellare,” e ci furono due mugugni sulla moralità delle banche, “però abbiamo trovato una soluzione.”

Filippo e Alice, che contavano di acquistare presto, non dovettero consultarsi per sapersi concordi. Ascoltarono le parole di Camilla in silenzio, e alla fine dissero, quasi con la stessa espressione, che secondo loro non c’era problema – lui perché ci aveva pensato, lei perché si era resa conto che era la risposta che Camilla si aspettava. Quella conversazione non la appassionava molto (per invidia? per spirito antiborghese? per un ostinato attaccamento all’idea di sé come adolescente, che alla prima conversazione sui mutui scompare come un ghiacciolo sotto il sole di agosto? Tutte e tre, probabilmente).
“Ma no, che non è un problema di coerenza,” disse Filippo. “Al massimo è un problema pratico per voi, se mai vi trovate nei guai col lavoro. Ma Leo,” aggiunse poi, e non lo aveva mai chiamato così, ma si sentiva in qualche modo partecipe della familiarità della discussione, “Leo ha un posto fisso, no?” Ci fu un momento di imbarazzo; nemmeno la carriera accademica era più quella di una volta.
“Comunque,” proseguì Filippo, “secondo me nessuno dovrebbe farvi storie per una cosa del genere. Mi sembra molto pulito – e anzi, davvero intelligente. Potrebbe persino essere utile parlarne ai giornali, magari capirebbero quanto era faziosa tutta la campagna che hanno montato contro la legge antipignoramento.”
Camilla annuì enfaticamente.
“L’hanno già capito quando l’ha fatta la Francia,” commentò Alice, schiacciando fra i denti il chicco di caffè che galleggiava nella grappa come una mosca. “Li ha presi per il culo persino ‘Le Monde’,” che nessuno dei tre leggeva, non sapendo il francese, ma di certe cose erano al corrente comunque.

Filippo insisté sull’idea che fosse opportuno parlarne in pubblico. A Milano quello della casa era effettivamente un problema, “specialmente per i giovani” (e Camilla rise un po’ a sentirsi inclusa nella categoria da parte di un suo coetaneo, ma comunque annuì con convinzione); e se l’amministrazione comunale della Rete dei Volenterosi avesse offerto quel servizio alla cittadinanza? Poteva essere “una piattaforma per le prossime amministrative, una prova della vicinanza dei cittadini-eletti a…”
“Ma sono fra due anni!”
“Due anni sono pochissimi, Cami.”
Nel giro di qualche minuto Filippo aveva
già elaborato un possibile slogan, presentando la strada scelta da Leonardo e Camilla come una via parallela per il mutuo – “Diversi gradi di tutela, diversi costi: come l’assicurazione kasko per la macchina!”
Per ragioni diverse, ma simili, Camilla e Alice si dissero d’accordo, seppure pensando che come slogan faceva un po’ pena.

*****

Vincenzo Latronico, scrittore di cui il Post ha già presentato il precedente romanzo La cospirazione delle colombe, descrive così l’idea e la genesi del suo nuovo libro La mentalità dell’alveare, che immagina le storie di alcuni giovani milanesi intorno a un nuovo movimento politico ispirato evidentemente al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Il libro esce oggi e l’ebook è in offerta per un giorno a 99 centesimi.

Questo libro è stato scritto di getto in seguito alle elezioni politiche del febbraio 2013. Vivendo in Germania mi trovavo spesso a discutere con amici stranieri, interessati alla situazione italiana e speranzosi per la “ventata di cambiamento” che sembrava spazzare il nostro paese. Non condividevo affatto il loro entusiasmo; ma quando provavo a motivare il mio pessimismo ero confuso, mi scaldavo, a stento riuscivo a spiegarmi. Come mai? Avevo paura.
La mattina del 3 marzo, dopo una discussione simile, ho cercato di capire a cosa fosse dovuta questa paura; quattro giorni dopo avevo una bozza di questo libro. È una storia, anziché un testo saggistico: perché non volevo parlare di principi generali, ma dell’effetto che questi principi potrebbero avere nel particolare, sulla vita di chi li applica o di chi li subisce. Siamo, o saremo, o potremo essere noi.
La rilevanza dell’argomento mi ha spinto a sacrificare tutto ciò che avrebbe reso la scrittura meno chiara o immediata; questo, insieme all’urgenza, ha determinato la forma del libro. Più che un romanzo è quindi un pamphlet di intervento politico in forma narrativa, o una fiction TV il cui argomento è un’idea. L’idea, nello specifico, è quella della democrazia digitale: l’idea cioè che la trasparenza e l’orizzontalità di Internet rappresentino il futuro della democrazia. La tesi che ho cercato di illustrare qui è che quel futuro potrebbe essere nero.

Berlino, 12 aprile 2013

 

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