Le migliori canzoni di Frank Sinatra

Fu il più celebre cantante di musica leggera della storia, quello a cui venne dato il soprannome di "The voice", persino

You make me feel so young
(Songs for swingin’ lovers, 1956)
La frase “mi fai sentire giovane” è bella perché è il contraltare umile e lucido di quel diffuso modello di egocentrismo senile che è “io mi sento giovane dentro”, sintomo definitivo dell’essere vecchi, e anche un po’ rincoglioniti.

My funny Valentine
(Songs for swingin’ lovers, 1956)
Canzone d’amore anomala e democratica, la cui destinataria non è proprio questa bellezza (“is your figure less than greek? Is your mouth a little weak?”), ma non è meno amata per questo: “don’t change your hair for me, not if you care for me”. L’avevano scritta nel 1937 Rodgers e Hart, la coppia di autori di canzoni più leggendaria di tutti i tempi dopo a Lennon e McCartney. La rima laughable/unfotographable è stupenda, come la canta Sinatra. “My funny Valentine” è uno degli standard jazz più frequentati: un calcolo che circola sostiene che ogni tre giorni ne venga pubblicata in disco una nuova versione.

Night and day
(A swingin’ affair, 1957)
La più famosa canzone di Cole Porter. Il musical del 1932 per cui era stata scritta si chiamava prematuramente Gay divorce (la cantava Fred Astaire). Sinatra l’ha incisa cinque volte. Nel 1990 l’hanno cantata anche gli U2. Era anche il titolo del primo film dedicato alla vita di Cole Porter, quello del 1946 con Cary Grant (Notte e dì, in Italia). Nel 2004, ne è stato fatto un altro, meno reticente sulla bisessualità del protagonista, con Kevin Kline: De-Lovely.

All the way
(1957)
Ancora Cahn e Van Heusen: “When somebody loves you, it’s no good unless he loves you all the way”. Sinatra la cantava in Il jolly è impazzito e vinse l’Oscar per la migliore canzone.

Only the lonely
(Only the lonely, 1958)
“Nei posti dove vado, ci va solo la gente sola, certi piccoli bar. Le canzoni che so, le sa solo la gente sola, ogni melodia ricorda un amore passato”. Forse il più bel disco di Sinatra, e a sentir lui senza forse.

Cheek to cheek
(Come dance with me!, 1959) Capolavoro di Irving Berlin (la faceva Fred Astaire in Cappello a cilindro, nel 1935) da ballare tutto dall’inizio alla fine: “Heaven! I’m in heaven!”. “E il mio cuore batte che non riesco a parlare, e sono felice come non mai, quando siamo fuori a ballare guancia a guancia”. E poi tutta quella poetica sportivocampestre: “Oh, mi piace arrampicarmi in montagna, e raggiungere le vette; oh, adoro pescare, in un fiume o un torrente; ma mai quanto ballare guancia a guancia”. E quando Sinatra ci incastra “(right up to) heaven”? Capolavoro.

Bewitched
(1963)
Rodgers e Hart. “I’m wild again, beguiled again. A whimpering, simpering child again. Bewitched, bothered and bewildered, am I”

Softly as I leave you
(Softly as I leave you, 1964)
Para para pàaaan…“Piano, me ne andrò piano: perché il mio cuore si spezzerebbe, se ti svegliassi e mi vedessi andare”. Bel-lis-si-ma, con quel ritmetto angelico. Lui se ne va, lo stronzo, ma è mille volte più sincero dei Pooh quando fanno la stessa cosa in “Tanta voglia di lei”. “Dopo tutti questi anni, non sopporterei di vederti piangere, piano, e piano me ne andrò”

Fly me to the moon
(It might as well be spring, 1964)
“Volami sulla luna”: il verbo volare andrebbe fatto transitivo anche in italiano, anche se poi si rischierebbe di legittimare “scendimi il cane” e “escimi la macchina”. “Volami sulla luna e lascia che giochi tra le stelle”: un classico del canticchiabile, l’autore si chiama Bart Howard (e il titolo originale era “In other words”).

The september of my years
(Sinatra at the Sands with Count Basie Orchestra, 1965)
“Un giorno ti guardi intorno, ed è estate, il giorno dopo ti guardi intorno ed è autunno. E le primavere e gli inverni di una vita, dove sono finiti?”. Una specie di “non ci sono più le mezze stagioni”, melodrammatico. “Guardo le giostre dei bambini e mi godo le loro risate: e mi ritrovo nel caldo settembre dei miei anni”.

Strangers in the night
(Strangers in the night, 1966)
Le due canzoni più celebri di Sinatra arrivarono dall’Europa. La musica di “Strangers in the night” era stata scritta in Croazia da un cantante che si chiamava Ivo Robíc. Sinatra ci andò al primo posto negli Stati Uniti, la settimana dopo “Paperback writer” dei Beatles.

That’s life
(That’s life, 1966)
Sai che c’è? Chissenefrega. Un modo di prendere la vita più leggero e disinvolto della solenne autocelebrazione di “My way”, anche musicalmente.

Goin’ out of my head
(1969)
Meravigliosa, sull’andar fuori di testa per amore.

My way
(My way, 1969)
L’avevano scritta due francesi, Claude François e Jacques Revaux, e si chiamava “Comme d’habitude”. Il testo inglese lo scrisse Paul Anka. Sinatra la pubblicò nel 1969 e il mondo da allora pensa che non esista “My way” senza Sinatra né Sinatra senza “My way”. La celebrazione della propria indipendenza è infantile e magniloquente, ma il protagonista sta per morire (“la fine è vicina è sono di fronte all’ultimo sipario”: è pomposa persino la morte) e si può perdonarglielo.

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