Lo “hate speech” per i social network

Cosa si può dire e cosa no secondo Facebook, Google, YouTube e Twitter, e i fragili equilibri tra libertà di parola e incitamento all'odio

di Antonio Russo – @ilmondosommerso

Secondo Rosen – che sostiene peraltro che il legame tra la diffusione del video e gli scontri non fu mai del tutto chiarito e verificato – in quei momenti concitati l’amministrazione Obama sbagliò e i Deciders presero la decisione giusta. Se YouTube avesse rimosso il video, tutti i link presenti negli articoli del web che già trattavano la storia avrebbero rimandato a una pagina vuota, e questo avrebbe impedito ai lettori di comprendere la vicenda e di farsi un’idea.

Il codice di condotta approvato dalle Nazioni Unite
A dicembre dell’anno scorso l’Unione internazionale delle Telecomunicazioni (ITU) – l’organo delle Nazioni Unite che definisce le norme di utilizzo dei mezzi di telecomunicazione – ha approvato in una conferenza a Dubai un codice internazionale di sicurezza informatica (International Code of Conduct for Information Security) presentato da Cina, Russia, Tajikistan e Uzbekistan un anno prima. Il codice raccoglie un insieme di «principi fondamentali per la sicurezza della rete e dell’informazione» e riconosce ai 193 stati membri il diritto di difendere le rispettive infrastrutture informatiche da eventuali attacchi, interferenze o sabotaggi, nel rispetto del diritto all’informazione e in conformità delle leggi nazionali vigenti. Uno dei passaggi più problematici è quello che impone a tutte le nazioni di impegnarsi a contenere non solo il diffondersi di informazioni che possano incitare al terrorismo e all’«estremismo», ma anche quelle che potrebbero genericamente mettere a rischio la stabilità e lo sviluppo politico, economico e sociale degli altri stati.

(La Cina restringe ancora l’accesso a Internet)

Google, Facebook e altre grandi società del web si opposero fortemente all’approvazione del codice di condotta da parte dell’Unione. Prima del summit di Dubai, Vinton Cerf – uno dei creatori del protocollo di rete che fa funzionare internet (TCP/IP) – criticò l’idea che dei governi nazionali potessero imporre delle regole internazionali di uso del web, ricordando peraltro che ciascuno dei 193 stati membri avrebbe avuto il medesimo peso nella votazione, a prescindere dalle proprie posizioni in materia di diritti fondamentali. Secondo Cerf, il successo di internet invece si deve alla partecipazione civile e al fatto che i governi permettono alla rete di autoregolarsi attraverso criteri nati spontaneamente dalla collaborazione tra utenti.

Il “diritto di essere dimenticati”
A gennaio il commissario dell’Unione Europea Viviane Reding ha presentato una nuova proposta di legge in materia di privacy – il “diritto di essere dimenticati” – che permetterebbe agli utenti dei 27 paesi dell’UE di ottenere da Google, Facebook o qualsiasi altra società del web la cancellazione definitiva di foto, video o altri dati personali dai server delle società (che oggi conservano i diritti sul materiale caricato, anche dopo la rimozione da parte dell’utente). Di fronte alla richiesta dell’utente – ricorda Rosen – il social network avrebbe così due possibilità: eliminare subito il materiale o appellarsi a una commissione europea e sperare che questa stabilisca che la conservazione di quei dati sui server rappresenti un servizio di pubblico interesse o abbia valore giornalistico, letterario o scientifico. In caso contrario la società potrebbe essere condannata a pagare una multa pari al 2 per cento del fatturato annuale (che nel caso di Google significherebbe un miliardo per ciascun caso).

La politica flessibile di Twitter
All’inizio del 2012 Twitter modificò le regole di utilizzo del social network introducendo per la prima volta un criterio geografico di censura selettiva. In presenza di una richiesta formale da parte di un’autorità verificata, oggi la società può decidere di oscurare i tweet o gli account che violino le leggi di una determinata nazione (Country Withheld Content) soltanto in quella nazione: in questo caso il messaggio continua a essere visibile per gli utenti di altre nazionalità (ma cambiando le impostazioni dell’account si può visualizzare il messaggio anche dal paese in cui è stato dichiarato illegale). Inoltre Twitter ha deciso di rendere visibili e raccogliere le richieste di rimozione in un sito ufficiale in cui fornisce statistiche semestrali sul numero complessivo di richieste pervenute (anche richieste di informazioni private da parte dei governi e richieste di rimozione di contenuti per presunte violazioni di copyright).

(Twitter e la censura)

La nuova politica di Twitter è stata accolta da alcuni come una pericolosa limitazione della libertà di espressione e da altri come un importante passo avanti dal punto di vista della flessibilità, dato che esclude la rimozione completa del contenuto (a meno che non violi le regole generali di utilizzo).

I tweet antisemiti
La prima occasione in cui Twitter adottò le nuove norme fu a ottobre dell’anno scorso, quando bloccò in Germania l’account di un gruppo neonazista segnalato dalle autorità del Land della Bassa Sassonia, che inviarono a Twitter una richiesta ufficiale. In base alle nuove regole di restrizione geografica, l’account fu bloccato in Germania ma è tuttora visibile da qualsiasi altro paese. Il responsabile legale di Twitter, Alex MacGillivray, scrisse in un tweet: «non vorremmo bloccare contenuti mai; ma è una buona cosa disporre di strumenti che permettono di farlo in modo circoscritto e trasparente».

Qualche giorno dopo, su segnalazione di un gruppo ebraico di studenti francesi (Union des Étudiants Juifs de France), Twitter ha oscurato in Francia la maggior parte di una serie di tweet pubblicati con l’hashtag #unbonjuif, “un buon ebreo” (un “hashtag” è il simbolo che solitamente definisce il tema di una conversazione collettiva). Nel giro di pochi giorni lo stesso hashtag cominciò a essere utilizzato per far circolare tweet di protesta contro gli antisemiti, a riprova – secondo Rosen – che la comunità di Twitter è in grado di autoregolarsi e isolare autonomamente le devianze, senza richiedere grossi interventi dall’esterno.

(Il caso dei tweet antisemiti in Francia)

Negli stessi giorni però circolarono con nuovi hashtag (#unjuifmort) anche diversi tweet di solidarietà verso gli utenti bloccati da Twitter, a cui seguì una richiesta ufficiale di rimozione da parte della UEJF e in seguito anche una causa legale contro Twitter, che non accolse la richiesta della UEJF di rivelare l’identità degli utenti che avevano pubblicato i tweet antisemiti. Dal punto di vista tecnico, Twitter oscurò i contenuti ritenuti illegali dalla giurisdizione francese lasciando poi a ciascun utente autore del tweet – o dei tweet – la responsabilità di provvedere a eliminarli o mantenerli (per esempio, un tweet segnalato dalla UEJF nella lista presentata a Twitter è ancora visibile agli utenti di nazionalità non francese).

« Pagina precedente 1 2 3