Anonimo Aldo Moro ostaggio 1978 Stampa digitale dall’originale Musée de l’Élysée, Losanna © Bettmann/Corbis/Specter Si devono divulgare i messaggi dei terroristi? Questo interrogativo sempre attuale appariva nel titolo dell’articolo di fondo de Il Corriere della Sera nel marzo del 1978. Il 16 marzo, dopo una sanguinosa imboscata, Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, viene rapito dalle Brigate Rosse. Sarà ucciso ai primi di maggio. Il suo assassinio poteva convenire a molti: alle Brigate Rosse ma anche ai servizi segreti italiani e americani, alla mafia. Le Brigate Rosse pubblicano nove comunicati, si servono delle lettere del prigioniero e mandano fotografie. Questa è la prima a essere pubblicata dal Corriere della Sera. Nel suo editoriale, la redazione spiega il proprio dilemma tra censura e pubblicazione. Non pubblicare o fare il gioco dei terroristi?
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  • lunedì 6 Maggio 2013

Andreotti nel “Memoriale Moro”

La discussa e violenta accusa contro la Democrazia Cristiana trovata tra i documenti scritti da Moro durante il sequestro

Ma, in presenza di queste condizioni, manca ad un partito come la D.C., il quale dovrebbe avere radici robuste nel substrato economico, sociale, culturale del Paese, di essere non soltanto presente, ma di farsi valida portatrice delle esigenze profonde della vita nazionale. Vive, bisogna pur dirlo, in mancanza di meglio, con velleità innovatrici più che innovazioni reali, lasciando aperto il problema dei rapporti con il Partito Comunista, rimasto a mezza strada tra il vecchio e il nuovo, premuto da un lato da una sinistra intransigente cui non riesce a proporre una politica organica e pienamente persuasiva, dall’altro [da]i rapporti precari e non privi d’imbarazzo con quelli che sono oggettivamente i suoi Partners e cioè D.C. e Partito Socialista. Nell’analisi critica che stiamo conducendo, suscitata dalla vicenda della quale siamo protagonisti, va toccato per un momento il tema dei finanziamenti e quello della consistenza, struttura, capacità d’iniziativa del Partito. I finanziamenti non sono mai mancati alle forze politiche italiane, pur proporzionati alle ridotte esigenze che caratterizzavano all’inizio la loro opera. Poi, per le notate ragioni oggettive, si sono andate ingrandendo, sia per quanto riguarda i partiti, sia per quanto riguarda le loro naturali articolazioni, le correnti. Il problema è attenuato, ma non chiuso dal finanziamento pubblico.

Il fenomeno in verità riguarda diverse forze politiche e non solo la D.C. Resta però un problema particolarmente presente e particolarmente sentito in questo partito, sia per le sue dimensioni ed esigenze, sia per lo spirito il quale, anche come retaggio di un’antica tradizione dovrebbe animare, ed in parte anima, specie i giovani militanti, posti in contrasto tra il rigore della coscienza ed alcune esigenze di servizio. E ciò si sente specie con riguardo al passato. Si d&agrav il caso che quando vengono evocati temi di questo genere, la reazione delle giovani generazioni non è mai indulgente, come se, dinanzi a nuove sensibilità, l’antica legge di necessità giustificatrice della ragion di partito non valesse più. La si indica come un segno dei tempi, una spinta al miglioramento cui non bisogna mai rinunciare a sperare. Bisogna però dire realisticamente che il tema continua a pesare come uno dei dati più rilevanti della problematica politica di oggi. I Partiti e la D.C. in particolare sono di fronte a molteplici esigenze cui provvedere, dando la sensazione di un continuo rappezzamento, giorno dopo giorno, di un tessuto che minaccia di non andare a posto, come dovrebbe, con i crismi della piena legalità.

L’avvilente vicenda dell’Italcasse, che si ha il torto di ritenere meglio dimenticabile di altre, la singolare vicenda del debitore Caltagirone, che tratta su mandato politico la successione del direttore generale, lo scandalo delle banche scadute e non rinnovate dopo otto o nove anni, le ambiguità sul terreno dell’edilizia e dell’urbanistica, la piaga di appalti e forniture, considerata occasione di facili guadagni, questo colpisce tutti, ma specie i giovani e fa di queste cose, alle quali la D.C. non è certo estranea, uno dei grandi fatti negativi della vita nazionale. Dispiace che si parli di democratici cristiani, per dire di visitatori di castelli e porti del sig. Cruciani o come di coloro che lo presentarono, lo accreditarono, lo scelsero per alti uffici, senza avere l’onestà di dire che l’ordine sulla base del quale il Presidente dell’Iri faceva la sua scelta era un ordine politico del quale egli non portava la responsabilità. Non piace che di democratici cristiani si parli, per i giorni oscuri della strage di Brescia, come coloro che talune correnti di opinione in città non consideravano, in qualche misura, estranei, suscitando, in chi scrive, una reazione di onesta incredulità. Non piace che su questo terreno, magari solo per deboli indizi, si parli di connivenze e indulgenze dell’autorità e di democratici cristiani.

Non piacciono dunque tante cose che sono state e saranno di amara riflessione. Ma è naturale che un momento di attenzione sia dedicato all’austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e del potere costituzionale dello Stato e di assoluta indifferenza per quei valori umanitari i quali fanno tutt’uno con i valori umani. Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana. E questi è l’On. Andreotti, del quale gli altri sono stati tutti gli obbedienti esecutori di ordini. Il che non vuol dire che li reputi capaci di pietà. Erano portaordini e al tempo stesso incapaci di capire, di soffrire, di aver pietà. L’On. Andreotti aveva iniziato la sua ultima fatica ministeriale, consapevole delle forti ostilità che egli aveva già suscitato e continuava a suscitare tra i gruppi parlamentari, proprio con un incontro con me, per sentire il mio consiglio, propiziare la mia modesta benevolenza, assicurarsi una sorta di posizione privilegiata in quello che sarebbe stato non l’esercizio di diritti, ma l’adempimento di un difficile dovere. Io, in quel momento, potevo scegliere e scegliere nel senso della mia innata, quarantennale irriducibile diffidenza verso quest’uomo, sentimento che è un dato psicologico che mi sono sempre rifiutato, ed ancor oggi mi rifiuto, di approfondire e di motivare.

Io, pur potendolo fare, non scelsi, preferendo rispettare una continuità, benché di valore discutibile, e rendere omaggio ai gruppi di opposizione a Zaccagnini, i quali, auspice Fanfani, lo avevano a suo tempo indicato, forse non prevedendo che in poche settimane sarebbe stato già dalla parte del vincitore. Mi ripromisi quindi di lasciargli fare con pieno rispetto il suo lavoro, di aiutarlo anzi nell’interesse del Paese. Questa collaborazione era poi subito incominciata, perchè fui io a consigliare l’On. La Malfa d’incontrarlo, come egli desiderava. Desidero precisare per quanto riguarda l’On. Fanfani, altra personalità evocata come possibile candidato nel corso della crisi, che io credetti sinceramente fare interesse dello Stato ed interesse personale insieme ch’egli non lasciasse la prestigiosa carica parlamentare (che, tra l’altro, gli cedetti, rinunziando alla Presidenza della Camera, come era già avvenuto altre volte), per assumere la Segreteria del Partito della D.C. Questi sono dunque i precedenti. In presenza dei quali io mi sarei atteso, a parte i valori umanitari che hanno rilievo per tutti, che l’On. Andreotti, grato dell’investitura che gli avevo dato, desideroso di fruire di quel consiglio che con animo veramente aperto mi ripromettevo di non fargli mai mancare, si sarebbe agitato, si sarebbe preoccupato, avrebbe temuto un vuoto, avrebbe pensato si potesse sospettare che, visto com’erano andate le cose, preferisse non avere consiglieri e quelli suoi propri inviarli invece alle Brigate Rosse. Nulla di quello che pensavo o temevo è invece accaduto.

Andreotti è restato indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo sogno di gloria. Se quella era la legge, anche se l’umanità poteva giocare a mio favore, anche se qualche vecchio detenuto provato dal carcere sarebbe potuto andare all’estero, rendendosi inoffensivo, doveva mandare avanti il suo disegno reazionario, non deludere i comunisti, non deludere i tedeschi e chi sa quant’altro ancora. Che significava in presenza di tutto questo il dolore insanabile di una vecchia sposa, lo sfascio di una famiglia, la reazione, una volta passate le elezioni, irresistibile della D.C.? Che significava tutto questo per Andreotti, una volta conquistato il potere per fare il male come sempre ha fatto il male nella sua vita? Tutto questo non significava niente. Bastava che Berlinguer stesse al gioco con incredibile leggerezza.

Andreotti sarebbe stato il padrone della D.C., anzi padrone della vita e della morte di democristiani e no, con la pallida ombra di Zaccagnini, dolente senza dolore, preoccupato senza preoccupazione, appassionato senza passione, il peggiore segretario che abbia avuto la D.C. Non parlo delle figure di contorno che non meritano l’onore della citazione. On. Piccoli, com’è insondabile il suo amore che si risolve sempre in odio. Lei sbaglia da sempre e sbaglierà sempre, perché è costituzionalmente chiamato all’errore. E l’errore è, in fondo, senza cattiveria. Che dire di Lei, On. Bartolomei? Nulla. Che dire, on. Galloni, volto gesuitico che sa tutto, ma, sapendo tutto, nulla sa della vita e dell’amore. Che dire di Lei, On. Gaspari, dei suoi giuramenti di Atri, della Sua riconoscenza per me che, quale uomo probo, volli a capo dell’organizzazione del Partito. Eravate tutti lì, ex amici democristiani, al momento della trattativa per il governo, quando la mia parola era decisiva. Ho un immenso piacere di avervi perduti e mi auguro che tutti vi perdano con la stessa gioia con la quale io vi ho perduti. Con sono non serviranno a molto, finchè ci sarete voi. Tornando poi a Lei, On. Andreotti, per nostra disgrazia e per disgrazia del Paeo senza di voi, la D.C. non farà molta strada.

I pochi seri e onesti che ci se (che non tarderà ad accorgersene) a capo del Governo, non è mia intenzione rievocare la grigia carriera. Non è questa una colpa. Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca. Lei ha potuto disinvoltamente navigare tra Zaccagnini e Fanfani, imitando un De Gasperi inimitabile che è a milioni di anni luce lontano da Lei. Ma Le manca proprio il fervore umano. Le manca quell’ insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un pò più, un pò meno, ma passerà senza lasciare traccia. Non Le basterà la cortesia diplomatica del Presidente Carter, che Le dà (si vede che se ne intende poco) tutti i successi del trentennio democristiano, per passare alla storia. Passerà alla triste cronaca, soprattutto ora, che Le si addice. Che cosa ricordare di Lei? La fondazione della corrente Primavera, per condizionare De Gasperi contro i partiti laici? L’abbraccio-riconciliazione con il Maresciallo Graziani? Il Governo con i liberali, sì da deviare, per sempre, le forze popolari nell’accesso alla vita dello Stato? Il flirt con i comunisti, quando si discuteva di regolamento della Camera? Il Governo coi comunisti e la doppia verità al Presidente Carter? Ricordare la Sua, del resto confessata, amicizia con Sindona e Barone? Il Suo viaggio americano con il banchetto offerto da Sindona malgrado il contrario parere dell’Ambasciatore d’Italia? La nomina di Barone al Banco di Napoli? La trattativa di Caltagirone per la successione di Arcaini? Perché Ella, On. Andreotti, ha un uomo non di secondo, ma di primo piano con Lei; non loquace, ma un uomo che capisce e sa fare. Forse se lo avesse ascoltato, avrebbe evitato di fare tanti errori nella Sua vita. Ecco tutto. Non ho niente di cui debba ringraziarLa e per quello che Ella è non ho neppure risentimento. Le auguro buon lavoro, On. Andreotti, con il Suo inimitabile gruppo dirigente e che Iddio Le risparmi l’esperienza che ho conosciuto, anche se tutto serve a scoprire del bene negli uomini, purché non si tratti di Presidenti del Consiglio in carica.

E molti auguri anche all’On. Berlinguer che avrà un Partner versatile in ogni politica e di grande valore. Pensi che per poco soltanto rischiava di inaugurare la nuova fase politica lasciando andare a morte lo stratega dell’attenzione al Partito Comunista (con anticipo di anni) ed il realizzatore, unico, di un’intesa tra democristiani e comunisti che si suole chiamare una maggioranza programmatica parlamentare, riconosciuta e contrattata. Per gli inventori di formule, sarà in avvenire preferibile essere prudenti nel pensare alle cose. Questa essendo la situazione, io desidero dare atto che alla generosità delle Brigate Rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libertà. Di ciò sono profondamente grato. Per quanto riguarda il resto, dopo quello che è accaduto e le riflessioni che ho riassunto più sopra, non mi resta che constatare la mia completa incompatibilità con il partito della D.C. Rinuncio a tutte le cariche, esclusa qualsiasi candidatura futura, mi dimetto dalla D.C., chiedo al Presidente della Camera di trasferirmi dal gruppo della D.C. al gruppo misto. Per parte mia non ho commenti da fare e mi riprometto di non farne neppure in risposta a quelli altrui.

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