L’epoca più pacifica della storia

È quella che stiamo vivendo, dice lo psicologo evoluzionista Steven Pinker, nel suo ultimo libro da poco uscito in Italia

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

Un altro confronto ancora più impressionante è quello degli omicidi. Non tutti i morti avvengono in battaglia o sono causati indirettamente dalla guerra, e le società statuali, meno inclini alle scorrerie contro tribù nemiche, potrebbero essere più inclini all’omicidio interno per i più disparati motivi. Pinker prende in esame il tasso di omicidi di alcune delle popolazioni tribali considerate dagli antropologi, tradizionalmente, meno violente.

I Semai, definiti “il popolo non violento della Malesia”, hanno un tasso di omicidio di 30 l’anno ogni 100 mila abitanti. Il tasso di omicidio negli Stati Uniti durante il decennio più violento della loro storia recente (1970-1980) era di 10 morti l’anno ogni 100 mila abitanti. Quello moderno nell’Europa occidentale si aggira intorno all’1 ogni 100 mila abitanti. Il tasso di omicidio tra gli eschimesi dell’Artico canadese arriva a un incredibile 100 omicidi ogni 100 mila abitanti. E queste sono popolazioni definite dagli antropologi “pacifiche”.

Il processo di civilizzazione
Accanto al processo di pacificazione, con la sua creazione dei primi stati spesso dispotici e rudimentali, intorno alla fine del Medioevo, si affiancò un nuovo processo, che Pinker chiama “il processo di civilizzazione”. I risultati di questo processo – che è particolarmente ben documentato in Europa – portarono a un crollo drastico del tasso di omicidi. Il processo giunse al culmine in Europa nel corso del XIX secolo, mentre in altre parti del mondo non è cominciato o è sostanzialmente fallito.

Le caratteristiche del processo di civilizzazione sono la graduale scomparsa delle piccole entità para-statali, sostituite da stati sempre più grandi e sempre più efficienti nella loro capacità di esercitare il monopolio della violenza. In quell’epoca in Europa il mosaico di contee, baronie e ducati sostanzialmente e spesso anche formalmente indipendenti, lasciò il posto ai grandi regni e, in Italia, ai grandi stati regionali. Scomparvero così dalla scena le scorrerie dei cavalieri contro i contadini dei loro vicini e la giustizia, amministrata non più dal signore del borgo, ma dai tribunali del re (o della repubblica) si fece più efficiente – e quindi, la violenza meno conveniente.

L’altro cambiamento avvenuto nel corso del processo di civilizzazione fu il lento abbandono dell’economia agricola, basata sulla sussistenza, in favore di un economia aperta e commerciale. La differenza tra le due economie è sostanziale. L’economia basata sulla terra, in un luogo dove la terra coltivabile è un fattore fisso, è un gioco a somma zero: il guadagno dell’uno è una perdita per un altro. Il barone che conquistava alcuni borghi e campi del suo vicino aumentava le sue entrate diminuendo quelle del suo avversario. Il commercio, invece, è un gioco a somma positiva: il mercante scambia la lana inglese con i panni lavorati fiorentini, portando un guadagno a tutti. In questa situazione può diventare meno conveniente accoltellare il proprio vicino.

I dati del processo di civilizzazione mostrano che il tasso di omicidi in Europa è in calo da quando è possibile cominciare (faticosamente) a ricostruirlo, ovvero a partire dal XIII secolo. I dati più antichi sono, ovviamente, poco affidabili, ma mettendo insieme molte statistiche di molti luoghi diversi – un lavoro compiuto da numerosi storici negli ultimi decenni – è possibile ottenere dati quasi certi. Il processo di civilizzazione cominciò con un tasso di omicidi “eschimese”: intorno, anche se sempre inferiore, ai 100 morti ogni 100 mila abitanti. Col passare dei secoli questo tasso scende inesorabilmente, anche se in maniera non costante, fino ad arrivare a livelli odierni che è possibile contare sulle dita di una mano.

La rivoluzione umanitaria
Il fatto che gli stati moderni abbiano imposto un monopolio della violenza e abbiano cominciato a perseguire in maniera più o meno efficiente chi ne faceva un uso non autorizzato non significa di per sé che gli stati non siano violenti e che questa violenza non l’abbiano esercitata in maniera molto crudele. Per la grandissima parte della storia europea – e mondiale – la tortura è stata un metodo accettato e approvato per ottenere confessione dai criminali. Una buona parte dell’ingegno umano venne per secoli applicata a elaborare complicati strumenti per infliggere dolore ad altri esseri umani.

In Europa e nelle colonie americane era del tutto normale bruciare eretici e streghe (l’ultima venne bruciata ai tempi di Voltaire) ed era considerato un intrattenimento popolare vedere bruciare vivo un gatto in piazza o assistere allo spettacolo di un orso azzannato da un branco di cani. Era altrettanto normale accogliere i tumulti di piazza a colpi di cannone (Napoleone ci costruì il primo passo della sua carriera) e imprigionare o giustiziare chi parlava male del re o del governo. E le esecuzioni non erano un affare sporco da portare avanti nelle segrete del castello (o, per usare un termine di paragone moderno, nei sotterranei della Lubjanka): erano uno spettacolo pubblico e spesso partecipativo. I condannati alla gogna in genere non sopravvivevano alla pioggia di fango, escrementi e sassi che gli veniva lanciata dalla folla.

« Pagina precedente 1 2 3 4 Pagina successiva »

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.