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  • martedì 30 Aprile 2013

Le ultime su Emanuela Orlandi

Breve storia della ragazza che scomparve in Vaticano nel 1983, e sulla quale sono appena arrivate ennesime versioni e ipotesi

Il primo luglio del 1983, a Roma vennero affissi 3mila manifesti con la foto di Emanuela e la parola “scomparsa”. Due giorni dopo, papa Giovanni Paolo II durante l’Angelus rivolse un appello ai rapitori di Emanuela Orlandi ufficializzando l’ipotesi del sequestro:

«Desidero esprimere la viva partecipazione con cui sono vicino alla famiglia Orlandi, la quale è nell’afflizione per la figlia Emanuela, 15 anni, che da mercoledì 22 giugno non ha fatto ritorno a casa, non perdendo la speranza nel senso di umanità di chi abbia responsabilità in questo caso. Elevo al Signore la mia preghiera perché Emanuela possa presto tornare incolume ad abbracciare i suoi cari che l’attendono con strazio indicibile. Per tale finalità invito anche voi a pregare».

Alla scomparsa di Emanuela Orlandi venne collegata la sparizione di Mirella Gregori, avvenuta il 7 maggio 1983: Mirella aveva 15 anni e abitava in via Nomentana. Quel pomeriggio qualcuno citofonò a casa e lei scese dicendo alla madre che un amico di scuola e altri amici la stavano aspettando. Non tornò mai più: l’amico venne interrogato ma disse che quel giorno si trovava da tutt’altra parte.

Le rivendicazioni
Il 5 luglio arrivò una chiamata alla sala stampa vaticana: un uomo dall’accento anglosassone (e per questo chiamato “l’Americano”) disse di avere in ostaggio Emanuela Orlandi e richiese l’attivazione di una linea telefonica diretta con il Vaticano. Fu la prima di una serie di telefonate, lettere e rivendicazioni: nell’agosto 1983 da parte dell’organizzazione “Fronte Liberazione Turco Anti Cristiano Turkesh”, a settembre del gruppo “Phoenix”, l’anno dopo della “Nuova organizzazione musulmana per la lotta anticristiana” e del movimento nazionalista turco “Lupi grigi”.

Tutti i presunti sequestratori in cambio della liberazione di Emanuela, chiedevano la scarcerazione del terrorista turco Mehmet Alì Agca, responsabile dell’attentato a Giovanni Paolo II  in piazza San Pietro il 13 maggio 1981. Ma nessuno fornì una prova che concretamente tenevano in ostaggio la ragazza. Nel frattempo il Papa lanciò altri appelli (7 in totale) e il 20 ottobre 1983 il capo dello Stato Sandro Pertini rilasciò all’agenzia di stampa Ansa un’intervista dove chiedeva ai sequestratori di rilasciare “immediatamente” Emanuela.

Con la sentenza firmata il 19 dicembre 1997 dall’allora giudice istruttore Adele Rando si stabilì che il movente politico-terroristico fu “un’abile operazione di dissimulazione dell’effettivo movente del rapimento”. Nel frattempo Agca era tornato in patria e aveva ottenuto la grazia dal Presidente Ciampi il 13 giugno 2000. In un’intervista al Corriere della Sera di giugno 2012, la prima dopo la sua scarcerazione, disse che Emanuela era viva, e che «fu rapita soltanto per ottenere la mia liberazione. Tutte le altre ipotesi e speculazioni sono state inventate da personaggi malati, mitomani, paranoici».

La cosiddetta “pista di Bolzano”
Nel marzo del 1985, si aprì la cosiddetta “pista di Bolzano” basata sulla deposizione ufficiale di Josephine Hofer Spitaler, abitante della cittadina altoatesina di Terlano, che disse di aver visto arrivare su una macchina targata Roma una ragazza molto somigliante a Emanuela Orlandi, accompagnata da un uomo. Riferì anche che dopo tre giorni la ragazza fu prelevata e portata via su un’altra auto verso la Germania. La pista investigativa di Bolzano fu confermata anche dalla testimonianza di un’insegnante di musica, Giovanna Blum, che raccontò ai carabinieri di Bolzano di aver ricevuto una telefonata da una giovane che, parlando rapidamente, disse di essere Emanuela Orlandi, di trovarsi a Bolzano e di informare la polizia.

In questa vicenda fu coinvolto anche Rudolf von Teuffenbach, parente dei proprietari dell’appartamento, che lavorava per il Sismi (Servizio per le informazioni e la sicurezza militare) da Monaco di Baviera. Le persone indiziate, i proprietari dell’appartamento e Rudolf von Teuffenbach, furono interrogati dal giudice istruttore, ma risultarono “estranei ai fatti”: i primi due affermarono che i loro ospiti, quel giorno, erano dei familiari e Rudolf di Teuffenbach, in base alla testimonianza del suo segretario, risultò essere in servizio: non poteva dunque trovarsi a Terlano.

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