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  • martedì 30 Aprile 2013

Il “coming out” di Jason Collins

La bellissima lettera con cui un giocatore NBA - il primo atleta professionista statunitense, non solo nel basket - ha detto di essere gay, su Sports Illustrated

Nascondere la mia sessualità è diventato quasi insopportabile a marzo, quando i giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti hanno ascoltato le argomentazioni a favore e contro i matrimoni gay. A meno di tre miglia dal mio appartamento, nove giudici parlavano anche della mia felicità e del mio futuro. Ecco la mia possibilità di essere ascoltato, eppure io non poteva dire nulla. Non volevo rispondere alle domande che tutti mi avrebbero fatto e non volevo attirare l’attenzione su di me. Non mentre stavo ancora giocando.

Sono felice di avere fatto coming out nel 2013 e non nel 2003. Il clima è cambiato; l’opinione pubblica è cambiata. Eppure abbiamo ancora molta strada da fare. Tutti hanno paura dell’ignoto, ma la maggior parte di noi non vuole tornare ai tempi in cui le minoranze erano apertamente discriminate. Sono rimasto impressionato dalle dichiarazioni a favore dei gay degli atleti professionisti eterosessuali Chris Kluwe e Brendon Ayanbadejo. Più persone si schiereranno a favore, meglio sarà, che siano eterosessuali o gay. Se ne iniziò a parlare quando il presidente Barack Obama, durante il suo secondo discorso di insediamento, menzionò gli scontri di Stonewall del 1969 che lanciarono il movimento dei diritti dei gay. Il fatto di parlarne può passare anche dagli insegnanti delle scuole elementari che incoraggiano i loro studenti ad accettare le diversità.

Per la sua natura, la mia doppia vita mi ha impedito di avvicinarmi davvero ai miei compagni di squadra. All’inizio della mia carriera mi impegnai molto per riuscire a comportarmi come un eterosessuale, ma con il tempo mi sono sentito sempre più a mio agio con la maschera che avevo scelto di indossare, ed è stato tutto molto meno faticoso. Nei giorni scorsi, però, c’erano pochissime cose che separavano “maschera sì, maschera no”. Personalmente non mi piace soffermarmi sulla vita privata di altre persone, e spero che l’allenatore e i giocatori mi dimostreranno lo stesso rispetto. Quando sono con la mia squadra penso solo a lavorare duramente e a vincere le partite. Un buon compagno di squadra ti sostiene sempre, al di là di quello che succede.

Mi è stato chiesto come reagiranno gli altri giocatori al mio coming out. La risposta è semplice: non ne ho idea. Sono un pragmatico. Spero il meglio, ma sono pronto anche al peggio. La più grande preoccupazione sembra essere il fatto che i giocatori gay non saprebbero comportarsi in modo professionale negli spogliatoi. Credetemi, ho fatto un sacco di docce in 12 stagioni nella NBA. Il mio comportamento non era un problema prima e non lo sarà ora. Non cambierà. Rispetterò ancora la regola per cui “quello che accade nello spogliatoio rimane nello spogliatoio”. Sarò ancora un modello di discrezione.

Nel momento in cui scrivo questa lettera, non ho ancora fatto coming out con nessuno nel mondo della NBA. Non sono al corrente di quello che gli altri giocatori dicono di me. Forse Mike Miller, mio vecchio compagno di squadra a Memphis, ricorderà il tempo in cui passavo a trovarlo nella sua casa in Florida, e dirà: “Sono contento di essere stato suo compagno di squadra, e gli ho venduto un cane”. Spero che i giocatori si scambieranno tra loro storie come questa. Magari parleranno del mio carattere e del tipo di persona che sono.

Per quanto riguarda la reazione dei miei tifosi, non mi importa se mi fischieranno. Lo hanno fatto anche prima. Ci sono stati dei momenti in cui io stesso avrei voluto fischiarmi. Ma un sacco di cattivi sentimenti possono essere curati con la vittoria.

Sono un veterano e mi sono guadagnato negli anni il diritto di essere ascoltato. Darò il buon esempio e dimostrerò che i giocatori gay non sono differenti da quelli eterosessuali. Anche se non sono la persona più forte in quella stanza, parlerò quando vedrò qualcosa che non è giusto. E cercherò di far ridere tutti.

Non ho mai cercato di stare sotto i riflettori. Anche se sto facendo coming out con tutto il mondo, ho intenzione di custodire la mia vita privata. Sto facendo questa dichiarazione in parte per tenere a bada chiacchiere e incomprensioni. Spero che i tifosi mi rispetteranno per avere alzato la mano. E spero che i miei compagni di squadra si ricorderanno che non sono mai stato un tipo che se ne frega e che ti sbatte le cose in faccia. Tutto quello che dovete sapere è che sono single. Ma non c’è nessun bisogno di approfondire questa cosa.

Guardate cosa è successo nel mondo dei militari quando la regola del “Don’t Ask, Don’t Tell” è stata eliminata. I critici di questo cambiamento erano sicuri che la presenza di militari apertamente gay avrebbe devastato il morale e distrutto la civiltà. Ma un nuovo studio realizzato da studiosi provenienti da ogni ramo delle forze armate, eccetto la Guardia Costiera, ha concluso che “la coesione non è diminuita dopo la nuova politica di apertura che è stata adottata”. La maggiore apertura e onestà che ha seguito l’eliminazione della regola del “Don’t Ask, Don’t Tell” sembra avere promosso più comprensione e rispetto.

Lo stesso vale nel mondo dello sport. Doc Rivers, il mio allenatore ai Celtics, dice: “Se volete andare di fretta, andateci da soli. Se volete andare più lontano, allora ci andremo in gruppo”. Voglio che le persone si muovano e vadano avanti insieme.

La trasparenza non può disarmare completamente il pregiudizio, ma è un buon punto di partenza. Tutto arriva dall’educazione che si è ricevuta. Mi siederò accanto a tutti quei giocatori che si sentono a disagio rispetto al mio coming out. Essere gay non è una scelta. È un cammino difficile, a volte solitario. Alcuni ex giocatori, come Tim Hardaway che ha detto “Odio i gay” (e poi è diventato sostenitore dei diritti dei gay), hanno alimentato l’omofobia. Tim è un adulto. Ha diritto di esprimere la sua opinione. Dio benedica l’America. Ma se mi ritroverò di fronte a un giocatore intollerante, preparerò una difesa durissima contro di lui. E poi andrò avanti.

Il massimo che si può fare è lottare per ciò in cui si crede. E io sono molto più felice da quando ho fatto coming out con i miei amici e la mia famiglia. Essere genuino e onesto mi rende felice.

Sono felice di non dovermi più nascondere e concentrarmi per la mia 13esima stagione in NBA. Sono andato a correre sulle montagne di Santa Monica indossando una canottiera da 11 chili, insieme a Shadow, il pastore tedesco che mi ha regalato Mike Miller. Nella lega professionistica più sei anziano e più devi farti trovare in forma. Nella prossima stagione molti occhi saranno puntati su di me. Questo mi motiva solo a lavorare ancora più duramente.

Alcune persone sostengono di non avere mai incontrato una persona gay. Ma la teoria dei Tre Gradi di Separazione di Jason Collins dice che nessun giocatore NBA può sostenerlo ancora. Il basket professionistico è una famiglia. E praticamente ogni famiglia che conosco ha un fratello, una sorella o un cugino che è gay. Nella famiglia dell’NBA, io sono solo l’unico che ha fatto coming out.

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